Quando arriva un’ondata di calore, la maggior parte delle persone cerca riparo: abbassa le tapparelle, accende il ventilatore, evita di uscire nelle ore più calde. Ma c’è una parte della società che questa possibilità non ce l’ha.
Mentre le città boccheggiano sotto i 40 gradi, milioni di persone continuano a lavorare all’aperto, negli ospedali, sulle strade, nelle centrali elettriche, nei campi, nei cantieri e sui mezzi di soccorso. Sono loro a garantire che acqua, elettricità, cure mediche, trasporti e raccolta dei rifiuti continuino a funzionare anche quando il caldo diventa un’emergenza.
Eppure, proprio questi lavoratori sono sempre più esposti agli effetti del cambiamento climatico.
È il messaggio lanciato da un gruppo di ricercatori ed esperti in una tribuna pubblicata dal quotidiano francese Le Monde, secondo cui la capacità della società di affrontare gli eventi climatici estremi dipende sempre di più da persone che operano in condizioni sempre più difficili.
La crisi climatica non mette alla prova solo il clima, ma anche chi lavora
Le ondate di calore vengono spesso raccontate attraverso i record di temperatura.
Ma il vero banco di prova è un altro: capire se la società riesce a continuare a funzionare quando il termometro resta sopra i 35 o 40 °C per giorni consecutivi.
Negli ospedali aumentano gli accessi al pronto soccorso. I vigili del fuoco sono impegnati negli incendi boschivi. Le squadre che gestiscono le reti elettriche devono intervenire sui guasti. Gli operatori dell’acqua monitorano i consumi. I trasporti pubblici devono continuare a circolare.
Se anche solo una parte di questa macchina rallenta, le conseguenze ricadono su tutti.
I più esposti sono spesso quelli che vediamo meno
Muratori, agricoltori, addetti alla logistica, corrieri, operatori ecologici, soccorritori, infermieri, manutentori delle infrastrutture, tecnici delle reti elettriche.
Sono professioni molto diverse tra loro, ma accomunate da un fattore: non possono interrompersi quando arriva un’emergenza climatica.
Molti lavorano all’aperto oppure in ambienti dove il calore si accumula facilmente. Il rischio non è soltanto il disagio: aumentano le probabilità di disidratazione, colpi di calore, cali di attenzione e infortuni sul lavoro.
Con il cambiamento climatico questi episodi rischiano di diventare sempre più frequenti.
Il caldo estremo può mettere in crisi anche i servizi essenziali
La questione, spiegano gli esperti, non riguarda solo la salute dei singoli lavoratori.
È un problema di resilienza collettiva.
Una società è davvero resiliente quando riesce a garantire i servizi essenziali anche durante gli eventi estremi. Ma se le persone che mantengono operative infrastrutture, ospedali, reti energetiche e trasporti sono costrette a lavorare in condizioni sempre più rischiose, l’intero sistema diventa più fragile.
Le città si stanno adattando, ma non basta
Sono interventi importanti, ma affrontano solo una parte del problema.
Sempre più esperti sostengono che l’adattamento al cambiamento climatico debba entrare anche nell’organizzazione del lavoro: turni anticipati o posticipati rispetto alle ore più calde, pause obbligatorie, aree ombreggiate, accesso costante all’acqua, dispositivi di raffrescamento e protocolli specifici per le giornate di caldo estremo.
In Italia il tema è già attuale
Anche nel nostro Paese il dibattito è sempre più acceso.
Negli ultimi anni diverse Regioni hanno emanato ordinanze che vietano il lavoro all’aperto nelle ore centrali della giornata durante le allerte per temperature elevate, soprattutto nei cantieri e in agricoltura.
Ma con estati sempre più lunghe e ondate di calore sempre più frequenti, gli esperti ritengono che non bastino misure emergenziali: servono strategie permanenti per proteggere chi garantisce i servizi essenziali.
La vera domanda è: chi protegge chi ci protegge?
Ogni estate le immagini sono le stesse: incendi, ospedali sotto pressione, reti elettriche in affanno, città che cercano di resistere al caldo.
Dietro ciascuna di queste emergenze ci sono migliaia di persone che continuano a lavorare mentre tutti gli altri cercano refrigerio.
Il cambiamento climatico ci sta insegnando che la resilienza di un Paese non dipende solo dalla qualità delle infrastrutture o dall’efficienza dei piani di emergenza. Dipende anche dalla capacità di tutelare chi, nelle giornate più difficili, permette alla società di non fermarsi.
E forse è questa la sfida più urgente: non limitarsi a sopravvivere alle ondate di calore, ma fare in modo che chi è chiamato a fronteggiarle ogni giorno possa farlo senza mettere a rischio la propria salute.
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