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Stop ai motori delle navi in banchina: il cold ironing entra nei porti italiani, ma i medici Isde chiedono di più

Le navi ferme in porto continueranno a essere una fonte di emissioni finché non saranno collegate alla rete elettrica. È questa la sfida del cold ironing, il sistema che permette alle imbarcazioni ormeggiate di spegnere i motori ausiliari e utilizzare energia elettrica fornita dalla banchina.

Le nuove linee guida nazionali approvate dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti rappresentano un primo passo verso la diffusione dell’elettrificazione dei porti italiani. Ma secondo ISDE Italia, l’associazione dei medici per l’ambiente, la transizione non può fermarsi qui: servono energia da fonti rinnovabili, rinnovo della flotta e soprattutto un monitoraggio degli effetti sulla salute.

Perché le navi in porto sono un problema per la qualità dell’aria

Quando una nave arriva in banchina non spegne completamente i propri sistemi. I motori ausiliari continuano a funzionare per garantire elettricità a bordo: illuminazione, climatizzazione, servizi interni.

Questa attività produce emissioni di ossidi di azoto (NOx), biossido di zolfo (SO₂), particolato fine e ultrafine, black carbon e altri composti inquinanti.

Un problema particolarmente rilevante nelle città dove il porto è vicino ai quartieri abitati, perché alle emissioni marittime si sommano quelle del traffico urbano, della logistica e delle attività industriali.

Le città portuali restano sotto pressione

Secondo il rapporto ISDE “Cambiamo Aria! – Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane 2025”, il quadro dell’inquinamento atmosferico italiano resta critico.

Tra gli indicatori più preoccupanti c’è il biossido di azoto (NO₂), un inquinante legato soprattutto ai processi di combustione.

Nel rapporto risultano sopra il limite annuale oggi vigente diverse città portuali come Napoli, Palermo, Genova e Catania.

Ancora più significativo il confronto con i nuovi valori previsti dalla normativa europea: Napoli registra 197 giorni oltre la soglia indicata, Palermo 173, Genova 100 e Messina 82.

Dati che, secondo ISDE, mostrano come nelle aree portuali sia necessario un intervento strutturale.

Cold ironing: la svolta arriva, ma non basta

Per ISDE l’elettrificazione delle banchine rappresenta “un punto di partenza e non il punto di arrivo”.

Il rischio, secondo l’associazione, è che senza una strategia complessiva il problema venga semplicemente spostato: se l’elettricità utilizzata dalle navi fosse prodotta da fonti fossili, parte delle emissioni verrebbe trasferita dalle navi alle centrali elettriche.

Per questo l’associazione chiede che il fabbisogno energetico dei porti sia coperto prioritariamente attraverso nuovi impianti da fonti rinnovabili.

Il nodo della flotta: traghetti ancora troppo vecchi

Accanto alle infrastrutture portuali, ISDE richiama la necessità di un piano nazionale per il rinnovo della flotta italiana.

L’obiettivo è accelerare la diffusione di navi elettriche o ibride, soprattutto nel settore dei traghetti, seguendo il modello già adottato in alcuni Paesi del Nord Europa.

La riduzione delle emissioni, secondo l’associazione, deve quindi riguardare sia il momento della sosta in porto sia la navigazione.

La proposta: un osservatorio su porti, ambiente e salute

ISDE propone la nascita di un Osservatorio nazionale “Porti, Qualità dell’Aria e Salute”, con il compito di monitorare gli effetti delle attività portuali sulla popolazione.

Il controllo dovrebbe includere non solo gli inquinanti atmosferici tradizionali, ma anche particolato ultrafine, black carbon, metalli, composti organici volatili e rumore ambientale.

L’obiettivo sarebbe collegare i dati ambientali con quelli sanitari, come ricoveri ospedalieri, mortalità e popolazione esposta.

La sfida dei prossimi anni: porti più verdi e città più sane

Secondo ISDE, il successo della transizione non dovrà essere misurato soltanto dal numero di banchine elettrificate, ma dall’effettiva capacità di ridurre l’esposizione delle persone agli inquinanti.

Per le città portuali italiane la partita è aperta: trasformare gli scali da fonti di pressione ambientale a infrastrutture compatibili con la salute pubblica.

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