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Campi Flegrei, la terra continua a muoversi: cosa racconta la scossa più forte dell’anno sul vulcano che preoccupa l’Italia

Il terremoto di magnitudo 4.7 che ha colpito l’area flegrea, provocando feriti e danni, è il più intenso registrato nel 2026. Ma cosa sta accadendo davvero sotto il supervulcano? E perché gli esperti invitano a distinguere tra bradisismo, attività sismica e rischio eruttivo?

La scossa che ha riportato la paura

Il terremoto di magnitudo 4.7 registrato nella serata di venerdì nell’area dei Campi Flegrei ha riportato al centro dell’attenzione uno dei territori geologicamente più complessi e monitorati d’Europa. L’evento, localizzato a una profondità di circa 3 chilometri, è stato avvertito distintamente non solo a Pozzuoli e nell’area flegrea, ma in gran parte della città di Napoli e della provincia.

Il bilancio provvisorio parla di oltre venti feriti, danni ad abitazioni e crolli localizzati, mentre centinaia di persone hanno trascorso la notte fuori casa. Alla scossa principale è seguita una lunga sequenza di terremoti di minore intensità che, anche nella mattinata di sabato, ha continuato a interessare l’area, confermando uno sciame sismico ancora in corso.

Bradisismo: il fenomeno che distingue i Campi Flegrei

Qui i terremoti sono il sintomo di un sistema vulcanico in continua evoluzione, non il risultato delle grandi faglie dell’Appennino.

Per comprendere cosa sta accadendo bisogna partire dal bradisismo, il lento movimento di sollevamento e abbassamento del terreno che caratterizza i Campi Flegrei da secoli.

Negli ultimi anni il suolo continua a sollevarsi a causa dell’accumulo di pressione nei fluidi e nei gas presenti nel sottosuolo. Questo processo genera tensioni nelle rocce superficiali che, quando vengono rilasciate, producono terremoti anche di intensità significativa.

La scossa di magnitudo 4.7 rappresenta proprio una manifestazione di questo meccanismo. Non è un evento isolato, ma si inserisce in una fase di intensa attività bradisismica che gli scienziati osservano ormai da diversi anni.

L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia monitora costantemente l’area attraverso una rete di sensori che rilevano deformazioni del terreno, sismicità, emissioni di gas e variazioni geochimiche, con l’obiettivo di individuare tempestivamente eventuali cambiamenti nello stato del sistema vulcanico.

Perché una magnitudo 4.7 è stata avvertita così intensamente?

Non conta solo la magnitudo: profondità, distanza e caratteristiche del sottosuolo amplificano gli effetti percepiti.

Molti si sono chiesti come una scossa di magnitudo inferiore a quella di altri terremoti italiani abbia potuto provocare tanta paura.

La risposta sta nelle caratteristiche dell’evento. L’ipocentro, localizzato a circa 3 chilometri di profondità, è stato estremamente superficiale. Quando un terremoto avviene così vicino alla superficie, l’energia raggiunge il suolo con minore attenuazione e viene percepita in modo molto più violento dalla popolazione.

A questo si aggiungono le peculiarità geologiche dell’area vulcanica e l’elevata densità abitativa dei Campi Flegrei, dove migliaia di edifici sorgono in un territorio sottoposto da anni a continue deformazioni del terreno.

Lo sciame sismico continua: cosa significa

Dopo la scossa principale sono state registrate decine di repliche, un comportamento tipico delle fasi di maggiore attività bradisismica.

Nelle ore successive al terremoto la rete sismica dell’INGV ha continuato a registrare numerosi eventi, tra cui diverse scosse superiori a magnitudo 2 e alcune oltre magnitudo 3.

Gli esperti spiegano che uno sciame sismico di questo tipo rappresenta una risposta naturale del sistema geologico al rilascio delle tensioni accumulate nel sottosuolo. La sua durata non è prevedibile: può esaurirsi nel giro di poche ore oppure proseguire per giorni con eventi di diversa intensità.

Per questo motivo il monitoraggio resta continuo e gli aggiornamenti vengono diffusi in tempo reale dagli enti scientifici e dalla Protezione civile.

Il terremoto aumenta il rischio di un’eruzione?

La risposta, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, è no.

È probabilmente la domanda che molti cittadini si pongono dopo ogni forte terremoto.

Secondo gli esperti, una scossa anche molto intensa non costituisce di per sé un segnale di un’eruzione imminente. L’evoluzione di un sistema vulcanico viene infatti valutata attraverso l’analisi congiunta di numerosi indicatori: deformazione del suolo, composizione dei gas, temperatura delle fumarole, variazioni geochimiche e andamento complessivo della sismicità.

Ad oggi non risultano elementi tali da modificare il livello di allerta vulcanica, che rimane invariato. Questo non significa abbassare la guardia, ma ricordare che la sorveglianza scientifica è continua e che ogni eventuale cambiamento significativo verrebbe valutato attraverso un insieme di parametri, non sulla base di un singolo terremoto.

Rischio naturale e resilienza: una sfida anche ambientale

I Campi Flegrei mostrano quanto sia necessario preparare città e comunità a convivere con fenomeni naturali sempre più complessi.

Il terremoto riporta al centro un tema che riguarda non solo la geologia, ma anche la pianificazione urbana e la resilienza dei territori.

In un contesto già esposto agli effetti della crisi climatica – tra ondate di calore, eventi meteorologici estremi e pressione sulle infrastrutture – la capacità di gestire rischi multipli diventa una componente essenziale delle politiche di adattamento.

Il rafforzamento degli edifici, la pianificazione dell’emergenza, l’informazione ai cittadini e il monitoraggio scientifico rappresentano strumenti fondamentali per ridurre la vulnerabilità di un’area in cui convivono oltre 500 mila persone.

La sfida è convivere con un territorio che cambia

I Campi Flegrei non sono un territorio “instabile” soltanto quando la terra trema. Sono un sistema vulcanico vivo, in continua evoluzione, che richiede osservazione costante, investimenti nella prevenzione e una comunicazione scientifica rigorosa.

La scossa di magnitudo 4.7 è un evento rilevante perché conferma l’intensità della fase bradisismica in corso, ma non cambia, da sola, il quadro del rischio vulcanico. La vera sfida resta quella indicata dagli esperti: continuare a monitorare il supervulcano, rafforzare la resilienza del territorio e fornire ai cittadini informazioni corrette, evitando sia gli allarmismi sia le sottovalutazioni.

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