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Social vietati agli under 15, falsa partenza in Francia. Il Consiglio Costituzionale blocca la riforma

Il Consiglio costituzionale francese boccia la legge voluta da Macron: il divieto generalizzato di accesso ai social per i minori di 15 anni è una limitazione sproporzionata della libertà di espressione. Il presidente non arretra e chiede di riscrivere la norma.

La Francia aveva deciso di fare da apripista in Europa nella battaglia contro l’uso dei social da parte dei minori. Ma quando il divieto è arrivato davanti al Consiglio costituzionale, il progetto si è scontrato con un principio altrettanto importante: quello della libertà di espressione e comunicazione.

La legge che avrebbe impedito agli under 15 di utilizzare i social network è stata bocciata dai giudici costituzionali francesi, che hanno ritenuto la misura una limitazione non adeguata, necessaria e proporzionata dei diritti dei minori.

Il provvedimento era stato approvato definitivamente dal Parlamento il 21 luglio e avrebbe dovuto diventare operativo dall’inizio di settembre. La decisione del Consiglio costituzionale cambia quindi radicalmente il calendario e costringe il governo a ripartire da capo.

Ma la Francia non sembra intenzionata ad abbandonare l’obiettivo.

La legge che avrebbe chiuso i social agli under 15

Il progetto francese nasceva da una preoccupazione sempre più diffusa in Europa: come proteggere bambini e adolescenti dai rischi dell’ambiente digitale.

La legge prevedeva un divieto generalizzato di accesso ai social network per i minori di 15 anni. Le piattaforme avrebbero dovuto introdurre sistemi per verificare l’età degli utenti e impedire agli under 15 di aprire o mantenere un account. Per i profili già esistenti era previsto un periodo transitorio.

L’iniziativa era stata fortemente sostenuta da Emmanuel Macron, che aveva fatto della protezione dei minori online uno degli obiettivi del suo mandato.

La Francia puntava così a diventare il primo Paese dell’Unione europea a introdurre un divieto generalizzato di questo tipo.

Poi è arrivato lo stop dei giudici.

Perché la Corte ha detto no

Il punto centrale della decisione non è che i minori non debbano essere protetti dai rischi dei social.

È come lo Stato può farlo.

Secondo il Consiglio costituzionale, il divieto generalizzato limita la libertà di espressione e comunicazione degli under 15 in maniera sproporzionata. La misura, secondo i giudici, non sarebbe stata sufficientemente adeguata, necessaria e proporzionata rispetto all’obiettivo perseguito.

La questione diventa ancora più delicata perché i social non sono utilizzati soltanto per intrattenimento.

Sono diventati strumenti di comunicazione, informazione, relazione sociale e partecipazione alla vita pubblica.

Stabilire un limite anagrafico rigido significa quindi intervenire direttamente sulla possibilità di accedere a una parte significativa dello spazio digitale contemporaneo.

Il problema della verifica dell’età

C’è poi un secondo nodo: come si dimostra che un utente ha più di 15 anni?

La legge francese prevedeva sistemi di verifica dell’età, ma proprio questo aspetto apre una serie di interrogativi tecnici e giuridici.

Per impedire a un quattordicenne di aprire un account, le piattaforme devono infatti sapere qualcosa sull’età dell’utente.

E questo porta inevitabilmente alla domanda successiva: quali dati devono essere raccolti e come devono essere trattati?

Il sistema deve essere abbastanza efficace da impedire l’accesso ai minori, ma anche abbastanza rispettoso della privacy da non trasformare la verifica dell’età in un gigantesco sistema di identificazione degli utenti.

È uno dei problemi che rendono particolarmente complessa l’applicazione di un divieto generalizzato.

Macron non fa marcia indietro

La bocciatura non ha convinto l’Eliseo a rinunciare al progetto.

Dopo la decisione del Consiglio costituzionale, Macron ha incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu di lavorare a una nuova formulazione della legge, con l’obiettivo di arrivare a una soluzione entro la primavera del 2027.

La partita, quindi, non è chiusa.

Semplicemente cambia il terreno dello scontro: il governo dovrà cercare una soluzione capace di garantire una maggiore protezione dei minori senza entrare nuovamente in collisione con i principi costituzionali.

Il paradosso: proteggere i ragazzi senza escluderli dal mondo digitale

È qui che la vicenda francese diventa interessante anche per gli altri Paesi europei.

Da una parte ci sono studi e preoccupazioni crescenti sugli effetti dell’esposizione dei minori ai social, dal cyberbullismo alla pressione sociale, passando per contenuti inappropriati, meccanismi di dipendenza e uso eccessivo dello smartphone.

Dall’altra c’è una generazione per la quale la dimensione digitale è ormai parte integrante della socialità.

Vietare completamente l’accesso può apparire una soluzione semplice.

Ma proprio le soluzioni semplici rischiano di diventare difficili da applicare quando entrano in gioco diritti fondamentali, privacy e libertà di comunicazione.

La Francia ha aperto una partita che riguarda tutta l’Europa

La decisione francese arriva mentre diversi Paesi stanno valutando limiti più severi all’accesso dei minori ai social.

L’Australia ha già introdotto una soglia per gli under 16, mentre in Europa cresce il dibattito sull’età minima, sui sistemi di verifica e sulle responsabilità delle piattaforme. La Francia aveva scelto una soglia di 15 anni, ma ora dovrà trovare una formula compatibile con la propria Costituzione.

La domanda che emerge è quindi destinata a diventare sempre più centrale:

è più efficace vietare l’accesso ai social sotto una certa età oppure obbligare le piattaforme a costruire ambienti realmente sicuri per i minori?

Sono due approcci molto diversi.

Il primo sposta la responsabilità soprattutto sull’accesso.

Il secondo interviene direttamente sul funzionamento delle piattaforme.

Il vero problema potrebbe non essere l’età, ma come funzionano i social

C’è poi un’altra questione che rischia di rimanere sullo sfondo.

Un quattordicenne che non può accedere ufficialmente a un social può comunque tentare di aggirare il divieto utilizzando un’età falsa, l’account di un adulto o altri sistemi.

Per questo una norma basata esclusivamente sull’età rischia di essere fragile se non viene accompagnata da controlli tecnologici efficaci e responsabilità precise per le piattaforme.

E soprattutto rischia di lasciare intatto il problema di fondo: non soltanto chi può accedere ai social, ma che tipo di ambiente trova una volta entrato.

La Francia non ha detto che i minori non vanno protetti

La decisione del Consiglio costituzionale non equivale a una bocciatura dell’obiettivo di proteggere bambini e adolescenti.

È una bocciatura dello strumento scelto.

Ed è una differenza fondamentale.

La Francia ora dovrà trovare un equilibrio tra due esigenze entrambe legittime: proteggere i minori dai rischi dell’ambiente digitale e garantire i loro diritti fondamentali.

La sfida sarà costruire una legge che non si limiti a dire “sotto i 15 anni non si entra”, ma che stabilisca anche quali obblighi debbano avere le piattaforme, quali sistemi di verifica siano accettabili e quali garanzie debbano essere assicurate ai giovani utenti.

Perché il futuro della sicurezza digitale dei minori potrebbe non essere deciso da un semplice numero.

Potrebbe essere deciso da quanto siamo capaci di rendere i social meno pericolosi per chi li utilizza.

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