132 morti, 570 feriti e oltre 2.700 dispersi. È il bilancio, ancora provvisorio, del terremoto di magnitudo 7,4 che ha colpito la Colombia nella giornata di lunedì 10 agosto. Una tragedia ancora in corso, con i soccorritori impegnati a scavare tra le macerie e intere città alle prese con edifici crollati, ospedali saturi e infrastrutture danneggiate.
Ma dietro alla cronaca c’è una domanda scientifica: perché un terremoto che ha avuto un ipocentro relativamente profondo è riuscito comunque a provocare conseguenze così pesanti?
La risposta passa dalla magnitudo, dalla profondità, dalla geologia della Colombia occidentale, dalla distanza delle aree urbanizzate dall’epicentro e soprattutto dalla vulnerabilità degli edifici.
La corsa contro il tempo: oltre 2.700 dispersi
Il bilancio continua a cambiare mentre proseguono le operazioni di ricerca.
Secondo l’ultimo aggiornamento, le vittime sono 132, i feriti 570 e le persone disperse oltre 2.700. La città più colpita è Pereira, con 60 morti, seguita da Cali con 15, Quibdó con otto e Manizales con quattro. Sono 86 gli edifici crollati.
A Cali gli ospedali hanno raggiunto il limite della loro capacità e sono entrati in allerta rossa. Nella città è stato inoltre disposto il coprifuoco e sono state rafforzate le misure di sicurezza.
Ma nelle ultime ore è arrivata anche una storia di speranza: a Cali i soccorritori hanno estratto vivi dalle macerie una madre e il suo neonato, rimasti intrappolati nel crollo di un edificio di cinque piani nel quartiere Ciudad Capri. Entrambi sono stati trasferiti in ospedale e risultano fuori pericolo.
Le operazioni continuano perché sotto le macerie potrebbero esserci ancora persone vive.
Un evento raro per questa zona
Il terremoto del 10 agosto non è soltanto uno dei più forti registrati in Colombia negli ultimi decenni. È anche un evento insolito per l’area in cui si è verificato.
Secondo l’analisi di Focus, dal 1950 a oggi, considerando un’area di circa 250 chilometri attorno all’epicentro, si erano registrati soltanto due terremoti di magnitudo pari o superiore a 7. Entrambi erano avvenuti più vicino alla costa.
La sismicità storica della zona racconta infatti una storia diversa: la maggior parte delle scosse è di magnitudo inferiore, mentre i terremoti capaci di superare la soglia di 7 sono relativamente rari.
I terremoti che negli ultimi decenni hanno provocato le conseguenze più pesanti in Colombia hanno avuto caratteristiche differenti. In molti casi si è trattato di eventi superficiali, localizzati lungo la costa pacifica o nelle aree vicine all’Ecuador, oppure di terremoti crostali poco profondi verificatisi nelle vicinanze dei centri abitati.
Il sisma del 10 agosto presenta invece una combinazione particolare: una magnitudo molto elevata e un ipocentro profondo, stimato dalle diverse analisi tra circa 80 e 110 chilometri.
È proprio questa combinazione a rendere il terremoto particolarmente interessante dal punto di vista scientifico: un evento molto forte, profondo e relativamente raro per quella specifica porzione del territorio.
Magnitudo 7,4: quanta energia sprigiona un terremoto così forte
Una magnitudo di 7,4 colloca il terremoto colombiano nella categoria dei sismi maggiori.
La magnitudo misura l’energia liberata dal terremoto: non va confusa con l’intensità, che descrive invece gli effetti del sisma in uno specifico luogo.
È una distinzione importante. Due terremoti della stessa magnitudo possono provocare danni molto diversi, a seconda della profondità, della distanza dagli abitati, del tipo di terreno e della qualità delle costruzioni.
Anche le prime stime della magnitudo possono essere leggermente diverse tra gli istituti sismologici, perché nei minuti immediatamente successivi al terremoto i dati vengono elaborati rapidamente e possono essere successivamente raffinati.
Un terremoto profondo, ma non abbastanza da essere innocuo
Il sisma colombiano ha avuto un ipocentro indicato nelle prime analisi a circa 80-110 chilometri di profondità. È quindi significativamente più profondo rispetto ai terremoti superficiali che spesso producono devastazioni concentrate nelle immediate vicinanze dell’epicentro.
Ma “profondo” non significa automaticamente “poco pericoloso”.
Un terremoto di magnitudo 7,4 libera infatti un’enorme quantità di energia. Anche partendo in profondità, le onde sismiche possono propagarsi su un’area molto ampia e raggiungere numerosi centri abitati.
È proprio la combinazione tra grande energia, propagazione delle onde e presenza di popolazione e infrastrutture vulnerabili a determinare il bilancio finale.
Perché un terremoto profondo può comunque essere devastante
La profondità può attenuare una parte degli effetti più distruttivi rispetto a un terremoto superficiale della stessa magnitudo. Ma non elimina il rischio.
Quando la sorgente sismica libera una quantità di energia così grande, le onde possono propagarsi per decine o centinaia di chilometri e raggiungere aree densamente popolate.
Il terremoto è stato avvertito in gran parte della Colombia e ha provocato danni importanti a Cali, Pereira, Manizales, Armenia e Quibdó, oltre a colpire aree più remote del dipartimento del Chocó.
Il caso colombiano dimostra quindi ancora una volta che magnitudo, profondità e danni non sono grandezze intercambiabili.
La profondità è soltanto uno degli elementi da considerare. Entrano in gioco anche la distanza dai centri abitati, le caratteristiche geologiche del terreno e soprattutto la vulnerabilità degli edifici.
La Colombia è in una delle zone sismiche più attive
La posizione geografica della Colombia spiega perché il Paese sia esposto ai terremoti.
La parte occidentale del Sud America è interessata dalla complessa interazione tra le placche tettoniche della regione, con la placca di Nazca che sprofonda sotto quella sudamericana lungo il margine pacifico.
Questo processo, chiamato subduzione, accumula progressivamente energia nella crosta terrestre. Quando le rocce non riescono più a sopportare lo stress, si verifica una rottura improvvisa e l’energia accumulata viene liberata sotto forma di onde sismiche.
La Colombia occidentale si trova quindi all’interno di un sistema tettonico particolarmente attivo.
Il confronto con la storia sismica colombiana
La storia della regione aiuta a capire quanto l’evento del 10 agosto sia particolare.
La costa pacifica colombiana ha già prodotto terremoti di magnitudo eccezionale. Tra i più importanti c’è quello del 1906, di magnitudo 8,8, mentre nel 1979 un terremoto di magnitudo 7,7 colpì l’area di Tumaco.
Questi grandi eventi sono però legati soprattutto alla fascia costiera e alle strutture di subduzione. Il terremoto del 10 agosto si distingue perché ha colpito più all’interno e a grande profondità, raggiungendo con le sue onde sismiche un’area molto vasta.
La rarità dell’evento nell’area dell’epicentro non significa quindi che la Colombia sia una zona a basso rischio sismico. Al contrario: significa che quel particolare tipo di terremoto è poco frequente in quella specifica porzione del territorio.
Non è la magnitudo da sola a decidere la distruzione
È forse il punto più importante da spiegare.
Quando si legge “magnitudo 7,4”, si tende a immaginare automaticamente un livello di distruzione proporzionale al numero. Ma la magnitudo non è sufficiente per prevedere il danno.
Contano almeno quattro elementi:
La profondità. Più un terremoto è superficiale, in generale, maggiore può essere lo scuotimento nelle immediate vicinanze dell’epicentro. Ma un sisma profondo e molto energetico può comunque produrre effetti su un’area enorme.
La distanza dai centri abitati. Se l’energia raggiunge rapidamente una zona densamente popolata, il numero delle persone esposte aumenta.
Il terreno. I terreni possono amplificare le onde sismiche e aumentare lo scuotimento rispetto alla roccia più compatta.
Gli edifici. È probabilmente il fattore decisivo per trasformare un terremoto in una catastrofe umanitaria. La qualità delle costruzioni, il rispetto delle norme antisismiche e l’età degli edifici possono cambiare radicalmente il numero dei crolli e delle vittime.
Il terremoto non si può prevedere
La tragedia colombiana riporta anche al centro una domanda ricorrente dopo ogni grande terremoto: era possibile prevederlo?
La risposta della scienza, oggi, è no.
Non esiste un sistema capace di indicare con precisione quando, dove e con quale magnitudo si verificherà un terremoto. Esistono invece sistemi di monitoraggio, reti sismiche e tecnologie che permettono di rilevare rapidamente un terremoto quando è già iniziato.
La ricerca sta inoltre lavorando su sistemi capaci di riconoscere rapidamente le caratteristiche di un sisma e, in determinate condizioni, fornire pochi secondi di preavviso prima dell’arrivo delle onde più distruttive. Ma si tratta di early warning, non di previsione del terremoto.
È una differenza fondamentale: non si può sapere che il terremoto arriverà domani, ma in alcuni casi si può riuscire a sapere che è già iniziato e che le onde più forti stanno per raggiungere una determinata area.
Il dato che preoccupa di più sono i dispersi
A rendere ancora impossibile chiudere il bilancio sono soprattutto le migliaia di persone di cui non si hanno notizie.
Le famiglie stanno utilizzando anche piattaforme e siti locali per segnalare i propri cari scomparsi, mentre le squadre di soccorso continuano a cercare eventuali sopravvissuti.
È una fase nella quale ogni aggiornamento può modificare radicalmente il quadro.
Il salvataggio della madre e del neonato a Cali dimostra che la ricerca tra le macerie può ancora restituire persone vive, mentre il numero dei dispersi lascia aperta la possibilità che il bilancio delle vittime aumenti.
La lezione del terremoto colombiano
Il terremoto di magnitudo 7,4 mostra ancora una volta che non esistono terremoti pericolosi soltanto perché hanno una determinata magnitudo.
Il rischio sismico nasce dall’incontro tra un fenomeno naturale inevitabile e una società esposta: popolazione, edifici, infrastrutture, caratteristiche del territorio e capacità di risposta dell’emergenza.
La Colombia occidentale è geologicamente predisposta ai grandi terremoti. La vera differenza, come accade in ogni area sismica del mondo, la fanno quindi la prevenzione, la qualità delle costruzioni, la conoscenza del rischio e la rapidità dei soccorsi.
E mentre in Colombia si continua a scavare, la domanda scientifica resta la stessa che accompagna ogni grande terremoto: non se la Terra tornerà a tremare, ma quanto saremo preparati quando lo farà.
