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Terremoti sempre più forti? L’INGV fa chiarezza: cosa sta succedendo davvero

Dopo le recenti scosse in diverse parti del mondo torna la sensazione che i terremoti forti siano diventati più frequenti. Ma i dati raccontano una storia diversa: dal 1950 a oggi non emerge un aumento significativo della sismicità globale. Ecco perché ci sembra che la Terra tremi sempre di più e cosa significa davvero per l’Italia.

Ogni volta che un terremoto di forte magnitudo colpisce una parte del mondo, la domanda torna puntuale: i terremoti stanno aumentando?

La sensazione, guardando le notizie degli ultimi mesi, può essere quella di trovarsi davanti a una Terra sempre più instabile. Venezuela, Colombia, Indonesia e altre aree del pianeta sono finite recentemente al centro dell’attenzione per forti scosse. E quando gli eventi si susseguono sulle cronache e sui social network, è facile avere l’impressione che qualcosa sia cambiato nella frequenza dei terremoti.

Ma è davvero così?

L’INGV ha aggiornato proprio in questi giorni la sua analisi sulla sismicità mondiale e la risposta è rassicurante, almeno per quanto riguarda l’ipotesi di un aumento globale dei terremoti più forti: non emerge una crescita significativa della sismicità di maggiore energia.

Quanti sono davvero i terremoti forti ogni anno

Per capire se i terremoti stanno aumentando bisogna fare una cosa molto semplice: smettere di guardare soltanto gli eventi che finiscono sulle nostre timeline e analizzare una serie storica sufficientemente lunga.

L’INGV ha utilizzato il catalogo mondiale dell’USGS, considerato sufficientemente completo e omogeneo per i terremoti di magnitudo elevata. Il periodo preso in considerazione parte dal 1950, quando le reti sismiche globali hanno raggiunto una capacità di rilevazione molto più affidabile rispetto ai decenni precedenti.

Il risultato è interessante.

Dal 1950 a oggi il numero di terremoti di magnitudo 6 o superiore presenta oscillazioni anche importanti da un anno all’altro, ma senza una tendenza generale all’aumento. La media è di circa 140 eventi l’anno.

Questo significa che possono esserci anni con molti più terremoti e altri con meno eventi, ma queste variazioni rientrano nella normale variabilità della sismicità globale.

Il 2026 è un anno con più terremoti?

Anche in questo caso la risposta non è così semplice.

Al 15 agosto 2026 erano stati registrati 89 terremoti di magnitudo 6 o superiore. Se si facesse una semplice proiezione lineare fino alla fine dell’anno, si arriverebbe a circa 133 eventi: un valore leggermente inferiore alla media storica di circa 140. L’INGV sottolinea però che si tratta soltanto di una proiezione statistica e non di una previsione di ciò che accadrà nei prossimi mesi.

La situazione cambia leggermente se si considerano i terremoti ancora più forti, quelli di magnitudo 7 o superiore.

Nel 2026, fino al 15 agosto, erano stati registrati 11 eventi. Proiettando il dato alla fine dell’anno si arriverebbe indicativamente a 16-17 terremoti, un valore superiore alla media storica di circa 13,9 eventi l’anno, ma comunque lontano dai massimi osservati in passato.

Nel 2010, per esempio, furono registrati 22 terremoti di magnitudo 7 o superiore. Lo stesso numero si verificò nel 2011, anno segnato anche dal devastante terremoto e tsunami del Giappone dell’11 marzo.

Quindi sì, il 2026 potrebbe chiudersi con un numero di grandi terremoti leggermente superiore alla media, ma questo non basta per parlare di un aumento strutturale della sismicità mondiale.

Perché allora ci sembra che i terremoti siano aumentati?

Qui entra in gioco un elemento molto più vicino alla nostra vita quotidiana: l’informazione.

Un terremoto avvenuto dall’altra parte del pianeta oggi può diventare una notizia in pochi minuti. Video, notifiche, immagini satellitari, aggiornamenti delle autorità e post sui social fanno sì che un evento sismico in Indonesia o in Sud America venga percepito immediatamente anche in Italia.

Non è sempre stato così.

L’INGV sottolinea che fino a non molti anni fa un terremoto avvenuto in aree lontane del mondo avrebbe avuto molte meno probabilità di arrivare sulle prime pagine dei media italiani. Oggi, invece, praticamente ogni forte evento viene rilanciato attraverso una rete globale di informazioni.

Il risultato è un paradosso: non necessariamente stanno aumentando i terremoti che avvengono, ma è aumentata enormemente la quantità di terremoti di cui veniamo a conoscenza.

La nostra memoria può ingannarci

C’è poi un altro meccanismo.

L’INGV richiama due fenomeni psicologici: il pregiudizio di recenza e la cosiddetta illusione di frequenza.

Il primo ci porta a dare maggiore peso agli eventi accaduti recentemente. Il secondo ci fa percepire come più frequente un fenomeno dopo che abbiamo iniziato a prestargli maggiore attenzione.

È un meccanismo che può verificarsi con moltissimi fenomeni: quando iniziamo a interessarci a un determinato argomento, improvvisamente ci sembra di incontrarlo ovunque.

Con i terremoti questo effetto è particolarmente potente perché una forte scossa produce immagini drammatiche, vittime, crolli e, quando avviene in mare, anche il timore di uno tsunami.

Il terremoto diventa così molto più presente nella nostra memoria rispetto a una lunga serie di anni nei quali non abbiamo ricevuto notizie di eventi altrettanto importanti.

Un terremoto di magnitudo 7 non è “poco più forte” di uno di magnitudo 6

Un altro elemento che può confondere è la scala della magnitudo.

La magnitudo non è una scala lineare. Passare da 6 a 7 non significa avere un terremoto semplicemente “un punto più forte”.

La differenza nell’energia liberata è enorme.

Per questo è importante non limitarsi a leggere il numero della magnitudo senza considerare anche profondità, distanza dall’epicentro, caratteristiche del territorio e vulnerabilità degli edifici.

È proprio la combinazione di questi elementi a determinare quanto un terremoto possa essere pericoloso per la popolazione.

La figura mostra i terremoti avvenuti ogni anno nel mondo con magnitudo 6 o superiore. - Fonte IGNV

La figura mostra i terremoti avvenuti ogni anno nel mondo con magnitudo 6 o superiore – FONTE IGNV

Nessun aumento globale non significa nessun rischio

Questo è forse il punto più importante per chi vive in Italia.

Dire che non c’è un aumento significativo dei terremoti forti a livello globale non significa affatto che il rischio sismico sia diminuito.

Un terremoto è un fenomeno naturale che non può essere previsto con precisione in anticipo. Il fatto che il numero complessivo degli eventi mondiali rimanga sostanzialmente stabile non permette di sapere quando e dove si verificherà la prossima scossa significativa.

Per il rischio che corre una persona conta soprattutto la situazione locale.

In Italia, per esempio, la pericolosità sismica varia sensibilmente da una zona all’altra. E a fare la differenza non è soltanto la probabilità che si verifichi un terremoto, ma anche quanto sono vulnerabili gli edifici e quante persone e infrastrutture sono esposte.

Per questo un terremoto relativamente forte in una zona poco abitata può provocare conseguenze molto diverse rispetto a un evento di magnitudo simile vicino a un centro densamente popolato.

E in Italia cosa sta succedendo?

Il fatto che l’analisi dell’INGV riguardi la sismicità globale non deve essere confuso con l’andamento della sismicità italiana.

Nel nostro Paese i terremoti continuano a essere monitorati costantemente dalla Rete Sismica Nazionale. Anche nel 2026 si sono verificati eventi significativi: il 2 giugno, per esempio, un terremoto di magnitudo Mw 6.1, localizzato nel Mar Tirreno al largo della costa calabra nord-occidentale e a circa 259 chilometri di profondità, è stato avvertito in un’ampia area dal Lazio alla Sicilia.

L’evento dimostra anche perché la sola magnitudo non sia sufficiente per descrivere l’esperienza di un terremoto: profondità e distanza possono modificare notevolmente il modo in cui le onde sismiche vengono percepite in superficie.

Cosa possiamo fare davvero per proteggerci

Se i dati non mostrano un aumento globale dei terremoti forti, la domanda utile non dovrebbe essere soltanto “quanti terremoti ci saranno?”, ma “quanto siamo preparati quando arriva una scossa?”

La prevenzione resta infatti l’elemento su cui possiamo realmente intervenire.

Conoscere il rischio della propria zona, verificare la vulnerabilità dell’edificio, sapere come comportarsi durante una scossa e avere a disposizione le informazioni della Protezione Civile sono strumenti molto più concreti rispetto alla ricerca di segnali che possano anticipare un terremoto.

L’INGV ricorda inoltre che il monitoraggio rapido e preciso dei terremoti è fondamentale per consentire alla Protezione Civile di organizzare le prime attività di soccorso.

La Terra non sta necessariamente tremando di più: siamo noi a sentirlo di più

Alla fine, la risposta alla domanda iniziale è quindi abbastanza chiara.

No, i dati disponibili non mostrano un aumento significativo dei terremoti forti nel mondo.

Dal 1950 a oggi gli eventi di magnitudo 6 o superiore oscillano attorno a una media di circa 140 all’anno, mentre quelli di magnitudo 7 o superiore attorno a 13,9. Alcuni anni sono molto più movimentati, altri meno, ma le variazioni rientrano nella normale fluttuazione della sismicità.

Il 2026 potrebbe terminare con un numero di terremoti di magnitudo 7 o superiore leggermente superiore alla media, ma anche questo dato, preso da solo, non indica una nuova fase di maggiore attività sismica globale.

Quello che è cambiato davvero è il modo in cui li vediamo.

Oggi una scossa avvenuta a migliaia di chilometri di distanza può comparire sul nostro smartphone pochi minuti dopo essere avvenuta. I social amplificano le immagini, le notifiche ci ricordano ogni nuovo evento e la ripetizione delle notizie può farci percepire una frequenza maggiore di quella che emerge dai cataloghi scientifici.

La conclusione dell’INGV è quindi importante proprio perché separa la percezione dal dato scientifico: la Terra continua a produrre terremoti forti con variazioni naturali nel tempo, ma non ci sono evidenze di un aumento globale significativo della loro frequenza.

E per chi vive in Italia la lezione è un’altra: non serve aspettare che i terremoti aumentino per occuparsi di prevenzione. Il rischio esiste già, e la differenza la fanno soprattutto edifici, territorio e preparazione.

Foto: INGVterremoti – Licenza CC BY-ND 4.0

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