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Rinnovabili: Greenpeace, Legambiente e WWF bocciano la legge dell’Umbria

Le associazioni ambientaliste attaccano la legge regionale sulle aree idonee: “Norma piena di criticità e possibili profili di illegittimità”

La nuova legge regionale dell’Umbria sulle aree idonee per gli impianti da fonti rinnovabili finisce sotto accusa. Greenpeace, Legambiente e WWF bocciano senza mezzi termini la legge regionale 7/2025, sostenendo che il testo approvato dalla Regione introduca ostacoli e restrizioni incompatibili con la normativa nazionale e con gli obiettivi di transizione energetica.

Secondo le associazioni ambientaliste, la norma continua a trattare le energie rinnovabili “come un problema e non come una soluzione”, imponendo limiti che rischiano di rallentare ulteriormente lo sviluppo energetico dell’Umbria proprio mentre l’Italia accelera sulla decarbonizzazione.

“Profili di illegittimità”: cosa contestano le associazioni

Nel mirino delle organizzazioni ci sono diversi punti considerati critici sotto il profilo giuridico e amministrativo.

Secondo Greenpeace, Legambiente e WWF, la legge conterrebbe “gravi e manifesti profili di illegittimità” perché introduce limiti ostativi allo sviluppo delle fonti rinnovabili in contrasto con:

  • la normativa nazionale vigente;
  • il Decreto Transizione 5.0;
  • gli obiettivi climatici europei;
  • l’urgenza della decarbonizzazione energetica.

Tra gli aspetti più contestati figura la retroattività delle norme di non idoneità applicate ai procedimenti già in corso. Una misura che, ricordano le associazioni, sarebbe già stata censurata dal TAR del Lazio con la sentenza n. 1955/2025.

Fotovoltaico ed eolico: i nodi più controversi

Uno dei punti più discussi riguarda i nuovi limiti all’installazione di impianti fotovoltaici a terra nelle aree rurali.

Secondo le associazioni ambientaliste, la Regione avrebbe introdotto divieti assoluti e criteri troppo restrittivi che rischiano di bloccare nuovi investimenti nel settore.

Le critiche riguardano anche:

  • l’uso “preclusivo” delle aree non idonee;
  • l’estensione delle fasce di rispetto;
  • l’aumento degli oneri autorizzativi;
  • la richiesta di documentazione aggiuntiva;
  • l’introduzione di soglie minime per alcune tecnologie;
  • compensazioni economiche considerate sproporzionate.

Nel caso dell’agrivoltaico, ad esempio, la legge limiterebbe l’applicazione della tecnologia solo agli impianti sollevati da terra, mentre per l’eolico vengono introdotti requisiti di producibilità ritenuti troppo stringenti.

“Così si rischia il blocco del governo”

Secondo Greenpeace, Legambiente e WWF, il testo approvato potrebbe non solo generare numerosi ricorsi amministrativi, ma persino essere impugnato dal Governo per incompatibilità con il quadro normativo nazionale.

Le associazioni sostengono infatti che la legge umbra finisca per ostacolare lo sviluppo delle grandi infrastrutture rinnovabili proprio nel momento in cui il Paese dovrebbe accelerare sugli investimenti energetici.

I pochi aspetti positivi della legge

Nel comunicato, le organizzazioni riconoscono alcuni elementi positivi, come l’ampliamento di alcune categorie di aree considerate idonee agli impianti.

Tuttavia, anche queste aperture sarebbero accompagnate da limiti di potenza e vincoli strutturali che, secondo gli ambientalisti, ne ridurrebbero fortemente l’efficacia pratica.

La critica di fondo resta politica e strategica: la Regione Umbria, secondo le associazioni, starebbe puntando più a limitare i grandi impianti che a costruire una reale strategia energetica di lungo periodo.

Comunità energetiche e piccoli impianti non bastano

Greenpeace, Legambiente e WWF sottolineano che comunità energetiche e piccoli impianti sono strumenti importanti, ma non sufficienti da soli a raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici.

Per le associazioni servono anche grandi impianti rinnovabili, accompagnati da:

  • politiche di efficienza energetica;
  • pianificazione chiara;
  • regole certe;
  • coinvolgimento delle comunità locali.

Secondo gli ambientalisti, solo una combinazione di queste misure può realmente ridurre:

  • le emissioni;
  • la dipendenza energetica;
  • i costi in bolletta.

L’Umbria è già in ritardo sugli obiettivi 2030

A preoccupare ulteriormente è il quadro dei dati energetici regionali.

Secondo le elaborazioni di Terna, tra gennaio 2021 e marzo 2026 l’Umbria ha installato appena 314 MW di nuova capacità rinnovabile.

Un valore che rappresenta solo il 17,9% dell’obiettivo fissato al 2030, pari a 1.756 MW.

Le associazioni evidenziano che l’Umbria risulta oggi tra le regioni italiane più lontane dal target nazionale.

Obiettivo 2030 raggiunto con 19 anni di ritardo?

Il dato più critico riguarda però le prospettive future.

Se la Regione dovesse mantenere l’attuale ritmo medio di installazione – circa 60,4 MW all’anno tra il 2021 e il 2025 – l’obiettivo fissato al 2030 verrebbe raggiunto soltanto tra circa 24 anni.

Tradotto: con un ritardo stimato di quasi due decenni rispetto agli impegni previsti.

Le richieste delle associazioni ambientaliste

Greenpeace, Legambiente e WWF chiedono quindi una revisione profonda della legge regionale, con l’eliminazione dei vincoli considerati incompatibili con la normativa nazionale.

Tra le proposte avanzate:

  • estendere le aree idonee vicino alle grandi infrastrutture stradali;
  • includere le aree agricole non produttive;
  • favorire le aree prive di vincoli ambientali;
  • semplificare le procedure autorizzative;
  • agevolare gli impianti vicino ai data center.

L’obiettivo dichiarato è costruire una transizione energetica più rapida ma anche più equilibrata.

“Servono rinnovabili fatte bene, non nuove barriere”

Nel messaggio finale, le associazioni ribadiscono che all’Italia e all’Umbria “non servono barriere burocratiche”, ma impianti rinnovabili progettati con criteri chiari, sostenibili e capaci di generare benefici economici e ambientali per i territori.

Per Greenpeace, Legambiente e WWF la sfida non è scegliere tra tutela del paesaggio e transizione energetica, ma trovare un equilibrio che consenta di accelerare davvero la decarbonizzazione senza bloccare innovazione e investimenti.

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