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Il PNRR sta finendo. Quei 59 miliardi per l’ambiente hanno davvero cambiato qualcosa?

Al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, il governo italiano ha presentato i risultati del PNRR – il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – con un evento che ha riunito la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto e tutti i ministri competenti. Il titolo dell’evento era ottimista: “L’Italia del PNRR. Creare il modello, fare sistema, orientare il futuro”.

Ma cosa è successo davvero a quei 59 miliardi di euro destinati alla voce “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, la seconda missione del piano, quella che avrebbe dovuto trasformare l’Italia in un paese più sostenibile, più efficiente energeticamente e meno dipendente dai combustibili fossili? La risposta, come spesso accade con i grandi piani di investimento pubblico, è complicata: qualcosa è stato fatto, molto è rimasto indietro, e l’orologio sta per scadere.

Il piano: 59 miliardi per trasformare l’Italia verde

Il PNRR italiano vale complessivamente 194 miliardi di euro. Una combinazione di fondi europei a fondo perduto e prestiti agevolati che l’Italia ha ottenuto nell’ambito del programma NextGenerationEU. Un progetto concepito per finanziare la ripresa post-pandemia e accelerare la transizione digitale e verde.

La Missione 2 – “Rivoluzione verde e transizione ecologica”– è la seconda per dimensione con 59,47 miliardi di euro, più del doppio di quanto molti paesi europei spendono ogni anno in politiche ambientali. Comprende investimenti in economia circolare, agricoltura sostenibile, efficienza energetica degli edifici, rinnovabili, mobilità sostenibile, risorse idriche e tutela del territorio.

In teoria, era il piano più ambizioso di modernizzazione ambientale nella storia della Repubblica italiana. In pratica, i numeri raccontano una storia più sfumata.

Cosa è stato fatto: il superbonus domina tutto

Il dato più significativo sull’avanzamento della Missione 2 riguarda la distribuzione della spesa. Secondo l’ISTAT, entro il tardo 2025 l’85% dei progetti previsti risultava completato, ma la spesa effettivamente erogata era vicina solo al 45% delle risorse complessive.

Ancora più rilevante è la concentrazione: la misura che ha assorbito la quota maggiore delle risorse, e che ha trainato quasi da sola i numeri dell’avanzamento è l’Ecobonus, ovvero gli incentivi fiscali per la riqualificazione energetica degli edifici, con il Superbonus 110% come punta di diamante. Oltre 60.000 progetti finanziati, migliaia di edifici riqualificati, un impatto reale sull’efficienza energetica del patrimonio immobiliare italiano.

Ma il Superbonus ha anche generato costi enormi per le finanze pubbliche, ben oltre le stime iniziali, ed è stato progressivamente ridimensionato. La sua centralità nel bilancio della Missione 2 ha finito per oscurare altre misure, molte delle quali sono rimaste indietro.

I ritardi: comunità energetiche, rischio idrogeologico e Sud

Il quadro si fa più critico guardando agli investimenti che avrebbero dovuto avere un impatto strutturale di lungo periodo — quelli più lontani dai bonus individuali e più vicini alla trasformazione del sistema energetico e territoriale.

Le comunità energetiche rinnovabili — aggregazioni di cittadini e imprese che producono e condividono energia pulita — erano uno degli investimenti più innovativi del PNRR verde. Secondo i dati più recenti, il loro finanziamento è stato tra quelli più colpiti dalla rimodulazione del piano approvata dalla Commissione europea a fine 2025, che ha ridefinito 173 misure e tagliato la quota verde complessiva dal 40% iniziale al 37,1%.

Ancora più critica è la situazione degli investimenti per il rischio idrogeologico e la tutela del territorio. In un paese che ogni anno vive alluvioni, frane e siccità sempre più intense, il PNRR aveva stanziato risorse significative per la messa in sicurezza del territorio. Ma la spesa effettiva, secondo i dati disponibili, supera solo il 15% delle risorse allocate — uno dei dati più bassi dell’intero piano.

La transizione giusta per i territori di Taranto e del Sulcis, due aree storicamente legate all’industria pesante e ai combustibili fossili, per le quali il PNRR aveva previsto circa 1,2 miliardi di euro di investimenti in efficienza energetica e riconversione industriale, è ancora sulla carta. Secondo Openpolis, non è partita concretamente l’implementazione di nessun intervento significativo.

La corsa contro il tempo: scadenza agosto 2026

Il tempo sta per scadere. Entro il 31 agosto 2026, l’Italia dovrà aver raggiunto tutti gli obiettivi previsti e caricato su ReGiS – la piattaforma di monitoraggio europea – i certificati di collaudo. La Commissione europea ha ribadito più volte che non ci saranno proroghe.

Con oltre un quarto degli adempimenti concentrati nell’ultimo periodo, il rischio di ingorghi amministrativi è concreto. La capacità progettuale e di spesa dei comuni e delle regioni – soprattutto al Sud – è il collo di bottiglia principale: molti enti locali hanno approvato progetti ma faticano a rendicontare la spesa nei formati richiesti dalla piattaforma europea.

L’Italia aveva già perso una tranche di pagamenti europei nel 2023 per il mancato raggiungimento di alcuni obiettivi, poi recuperata dopo una trattativa con Bruxelles. Non è detto che un secondo scivolone possa essere gestito altrettanto agevolmente.

Il dato che fa riflettere: meno verde degli altri

C’è un numero nel rapporto dell’Osservatorio CPI dell’Università Cattolica che sintetizza bene la posizione italiana nel panorama europeo. Il PNRR italiano destina il 37,5% delle risorse agli obiettivi climatici, praticamente il minimo indispensabile richiesto dall’Unione Europea, e meno di tutti gli altri paesi dell’UE eccetto la Lettonia.

Non è una buona notizia per un paese che è tra i più esposti agli effetti del cambiamento climatico in Europa con siccità crescenti al Sud, alluvioni al Nord e coste a rischio innalzamento del mare. Il PNRR era un’occasione storica per colmare il ritardo italiano nella transizione verde. I risultati mostrano progressi reali ma anche occasioni mancate.

Cosa rimane da fare

Entro agosto 2026 rimangono da completare gli investimenti in rinnovabili, la digitalizzazione della rete elettrica, le misure per l’economia circolare e parte degli interventi sul rischio idrogeologico. Sono gli investimenti più complessi e strutturali — quelli che avrebbero l’impatto più duraturo ma che richiedono anche più tempo e capacità amministrativa per essere realizzati.

L’evento di Milano è stato l’occasione per raccontare i successi. Il bilancio completo del PNRR verde lo potremo fare solo a settembre, quando sapremo quante risorse sono state effettivamente spese, quanti obiettivi raggiunti e quanto del potenziale di trasformazione di questo piano straordinario è stato davvero realizzato.

💡 Lo sapevi?

Il PNRR italiano è il più grande piano di investimento pubblico nella storia della Repubblica. I 194 miliardi di euro disponibili equivalgono a circa il 10% del PIL italiano — una cifra che non ha precedenti. Per fare un confronto: il Piano Marshall con cui gli Stati Uniti finanziarono la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale valeva, in termini reali, circa 150 miliardi di dollari odierni. Il PNRR europeo – di cui quello italiano è la quota maggiore – è di dimensioni storicamente comparabili. Non capitalizzarlo pienamente sarebbe un errore che le generazioni future faticherebbero a perdonare.

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