C’è un villaggio nel sud della Groenlandia che si chiama Nanortalik. In lingua inuit significa “dove vanno gli orsi polari”. Tra i suoi fiordi, navigando su una piccola imbarcazione in acque a 5-10°C, un gruppo di geologi italiani dell’Università di Bologna e del CNR sta cercando qualcosa che potrebbe rivoluzionare il modo in cui produciamo energia: idrogeno naturale, intrappolato da quasi due miliardi di anni nelle rocce più antiche del pianeta.
Il progetto si chiama DeepSeep, è finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca e guidato dal professor Alberto Vitale Brovarone del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Alma Mater. L’obiettivo è capire se l’idrogeno che si forma spontaneamente nella crosta terrestre (attraverso reazioni chimiche tra acqua e rocce ultra profonde) possa rappresentare una fonte di energia pulita concretamente sfruttabile su larga scala.
I risultati preliminari della prima missione del 2024 hanno già confermato una cosa fondamentale: l’idrogeno geologico in Groenlandia c’è. Adesso bisogna capire quanto ce n’è, come si muove e se è possibile estrarlo.
Cos’è l’idrogeno geologico: il carburante che si fa da solo
Per capire di cosa si tratta, bisogna fare un passo indietro e spiegare come funziona la chimica della Terra profonda. L’idrogeno che i ricercatori cercano in Groenlandia non è prodotto dall’uomo, non viene da elettrolisi dell’acqua con energia rinnovabile né da reforming del gas naturale. È idrogeno abiotico: si forma spontaneamente attraverso reazioni chimiche che avvengono in profondità, quando l’acqua interagisce con certi tipi di rocce ricche di minerali come l’olivina e il serpentino.
Il processo si chiama serpentinizzazione: le rocce del mantello terrestre, portate in superficie dai movimenti tettonici, reagiscono con l’acqua producendo calore, idrogeno molecolare e metano. È un processo lentissimo alla scala umana, ma che avviene continuamente e ininterrottamente da miliardi di anni nelle profondità della crosta.
La Groenlandia è un laboratorio naturale ideale per studiarlo perché ospita alcune delle rocce più antiche del pianeta — quasi due miliardi di anni — che hanno preservato le tracce chimiche di questi processi con una fedeltà straordinaria. “Capire l’idrogeno geologico è fondamentale. Ne sappiamo ancora pochissimo. Sappiamo che c’è, e ne viene trovato sempre di più. Ormai viene trovato anche dove non dovrebbe esserci”, spiega Vitale Brovarone.
Perché potrebbe cambiare tutto sulla transizione energetica
L’idrogeno è considerato uno dei pilastri della transizione energetica del futuro. Bruciando, produce solo vapore acqueo — zero emissioni di CO₂. Può essere usato come carburante per veicoli pesanti, navi e aerei, per i quali le batterie elettriche non sono ancora una soluzione praticabile. Può alimentare processi industriali ad alta temperatura, come la produzione di acciaio e cemento, che sono tra i settori più difficili da decarbonizzare.
Il problema è che oggi quasi tutto l’idrogeno prodotto nel mondo – il 96% circa – è idrogeno grigio: si ottiene dal gas naturale con un processo che emette CO₂. L’idrogeno verde, prodotto dall’elettrolisi dell’acqua con energia rinnovabile, è pulito ma ancora costoso e richiede enormi quantità di energia rinnovabile.
L’idrogeno geologico aprirebbe una terza via: una fonte di idrogeno già presente nel sottosuolo, che non richiede produzione né grandi infrastrutture energetiche per essere generata. Se esistesse in quantità sufficienti e in luoghi accessibili, potrebbe rappresentare una risorsa energetica pulita a bassissimo costo di produzione.
I precedenti: il Mali e la sorpresa globale
L’idea che esistano giacimenti di idrogeno naturale sfruttabili non è fantascienza. Nel Mali, nel villaggio di Bourakébougou, un pozzo trivellato per cercare acqua negli anni ’80 ha cominciato a fuoriuscire gas infiammabile. Per decenni nessuno sapeva spiegarlo. Solo nel 2012 i ricercatori hanno identificato il gas come idrogeno puro al 98%. Da allora quel pozzo alimenta il generatore elettrico del villaggio.
Da questa scoperta casuale è nata una nuova corsa all’esplorazione globale. Secondo Vitale Brovarone, i terreni precambriani adatti alla formazione di idrogeno geologico sono molto comuni nel Nordamerica, in Australia, in Africa, in Sudamerica e in Asia. “I più grandi progetti di esplorazione a fini energetici stanno nascendo lì. Ma a scale più piccole, processi simili si possono trovare un po’ ovunque nel mondo — dalle Alpi italiane o francesi, nei Pirenei, nei Carpazi”.
La sfida è che trovare idrogeno nella roccia è una cosa, estrarlo economicamente e in modo sostenibile è un’altra. La Groenlandia, per le sue caratteristiche geografiche e geopolitiche, non è il contesto ideale per l’estrazione commerciale — ma è il laboratorio perfetto per capire i meccanismi di formazione e migrazione dell’idrogeno nella crosta terrestre.
La missione italiana: tra i ghiacci con una barca e sei scienziati
Il team di DeepSeep è composto da quattro scienziati del Deep Carbon Lab dell’Università di Bologna, un ricercatore dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR e uno dell’Università di Copenaghen. Sei persone su una piccola imbarcazione, che si muovono tra i fiordi groenlandesi raccogliendo campioni di roccia da analizzare in laboratorio.
Non è un’impresa semplice. Durante la prima missione del 2024, l’area originariamente scelta per lo studio era bloccata dai ghiacci e il team ha dovuto riprogrammare le attività su un’area diversa all’ultimo minuto. Ma anche quello è stato un risultato: i dati preliminari hanno confermato la presenza di idrogeno anche nell’area alternativa, suggerendo che il fenomeno sia più diffuso di quanto si pensasse.
La prossima missione, prevista per l’estate 2026, punterà ad approfondire le analisi sui campioni raccolti e a esplorare nuove aree nella regione sud-occidentale dell’isola. I risultati contribuiranno a costruire il quadro scientifico necessario per valutare il potenziale energetico dell’idrogeno geologico su scala globale.
Il futuro: dalle rocce precambriane alle Alpi italiane
La ricerca in Groenlandia non è un progetto isolato. Si inserisce in un crescente interesse scientifico e industriale per l’idrogeno geologico che negli ultimi anni ha portato alla nascita di decine di progetti di esplorazione in tutto il mondo. Aziende come HyTerra in Australia e Cemvita Factory negli Stati Uniti stanno già cercando giacimenti commercialmente sfruttabili.
In Europa, diversi gruppi di ricerca stanno mappando le formazioni rocciose potenzialmente ricche di idrogeno nelle Alpi, nei Pirenei e nei Carpazi. Se l’ipotesi si confermasse — e i risultati preliminari della missione italiana suggeriscono che la direzione è quella giusta — l’idrogeno geologico potrebbe diventare nei prossimi decenni una componente significativa del mix energetico mondiale.
Un’energia che non inquina, non richiede pannelli solari né turbine eoliche, e che potrebbe essere già lì sotto i nostri piedi — nei fiordi della Groenlandia, nelle vallate alpine, nelle profondità della crosta terrestre — da quasi due miliardi di anni.
Oggi circa il 96% dell’idrogeno prodotto nel mondo è “grigio”: si ottiene dal gas naturale con un processo chiamato steam methane reforming che emette circa 10 kg di CO₂ per ogni kg di idrogeno prodotto. L’idrogeno verde – prodotto con energia rinnovabile – ne emette quasi zero, ma costa ancora 3-5 volte di più. Se l’idrogeno geologico si rivelasse estraibile su larga scala, potrebbe offrire un percorso verso l’idrogeno pulito a costi paragonabili a quelli del gas naturale, potenzialmente la svolta più importante nella transizione energetica degli ultimi decenni.
