C’è un numero nel Rapporto Annuale ISTAT 2026, presentato alla Camera dei Deputati il 21 maggio scorso, che sintetizza meglio di qualsiasi altro la trasformazione profonda che sta attraversando l’Italia. È 1,14: il numero medio di figli per donna nel 2025, il valore più basso mai registrato nella storia delle rilevazioni statistiche italiane. Meno di uno e due decimi di figlio per donna. Un dato che colloca l’Italia nel gruppo di coda dell’Unione Europea, insieme a Spagna e Malta.
Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente. Vent’anni fa il tasso di natalità era del 9,5 per mille abitanti; oggi è al 6,0. La popolazione complessiva resta stabile solo grazie all’immigrazione, che compensa quasi integralmente il deficit tra nascite e decessi.
Il dibattito pubblico su questi dati ruota quasi sempre attorno alla precarietà lavorativa, ai costi delle case, alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Sono cause reali e documentate. Ma c’è un altro fattore, sempre più presente nelle ricerche internazionali e nelle testimonianze dei giovani, che il dibattito italiano tende ancora a sottovalutare: la paura del futuro climatico.
I dati ISTAT: 6,6 milioni di italiani vogliono figli ma non li fanno
Il dato più sorprendente del Rapporto ISTAT non è il numero delle nascite, ma quello che rivela sulle intenzioni. Tra i 9,8 milioni di italiani tra i 18 e i 49 anni che dichiarano di non voler avere figli in futuro, solo il 5,5% afferma che i bambini non rientrano nel proprio progetto di vita. La stragrande maggioranza, 6,6 milioni di persone, vorrebbe figli ma ha rinunciato. Il 62,2% di chi non avrà figli compie una “rinuncia forzata” a causa di ostacoli esterni.
Quegli ostacoli, spiega l’ISTAT, sono principalmente economici e lavorativi: tra il 2024 e il 2025, il 73,4% dei giovani under 34 è entrato nel mercato del lavoro con un contratto a termine. Solo il 26,6% ha ottenuto subito un impiego stabile. Una generazione più istruita dei genitori, ma più fragile economicamente. Il calo della natalità, osserva l’ISTAT, ha molto più a che fare con precarietà e incertezza che con la mancanza di desiderio di avere figli.
Il fattore climatico: l’eco-ansia che cambia le scelte riproduttive
Accanto alle cause economiche, la ricerca internazionale documenta sempre più chiaramente un fenomeno nuovo: la scelta di non avere figli per ragioni climatiche, spesso definita con il termine inglese “climate anxiety” o “eco-ansia”.
Nel 2021 uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet Planetary Health ha intervistato 10mila giovani tra i 16 e i 25 anni in dieci paesi. Il 56% dichiarava di ritenere che “l’umanità è condannata” a causa del cambiamento climatico. Il 39% era esitante riguardo all’avere figli proprio per ragioni climatiche.
Un’indagine di Morning Consult del 2024 ha rilevato che quasi un americano su quattro della generazione Z cita le preoccupazioni per il clima come uno dei fattori principali nella decisione di non avere figli o di averne meno. In Europa i dati sono simili: un sondaggio condotto in Germania, Francia e Regno Unito ha mostrato che il tema “mettere figli al mondo in un pianeta che cambia” è tra le prime cinque preoccupazioni dei giovani tra i 20 e i 35 anni quando pensano alla genitorialità.
In Italia mancano ancora ricerche sistematiche su questo specifico nesso, ma i dati indiretti sono significativi: l’eco-ansia è un fenomeno documentato anche nel nostro paese, in particolare tra i giovani urbani con livello di istruzione elevato — esattamente la fascia demografica per cui l’ISTAT registra la fecondità più bassa (1,12 figli per donna laureata, contro 1,59 per chi ha la licenza media).
Cosa significa davvero “eco-ansia”
L’eco-ansia non è una patologia nel senso clinico del termine, ma una risposta psicologica razionale a una minaccia reale. L’American Psychological Association l’ha definita come “una paura cronica del destino ambientale”, caratterizzata da preoccupazione persistente per il futuro del pianeta, senso di impotenza di fronte alla crisi climatica e, in alcuni casi, paralisi decisionale che influenza scelte di vita importanti come quella di avere figli.
Non si tratta di allarmismo irrazionale. Chi non vuole mettere al mondo figli “in un mondo che brucia” sta compiendo una valutazione di rischio, per quanto soggettiva e influenzata da fattori emotivi. La scienza del clima conferma che il pianeta che i bambini nati oggi erediteranno sarà significativamente diverso da quello dei loro genitori: più caldo, con eventi meteorologici estremi più frequenti, con maggiore instabilità geopolitica legata alle migrazioni climatiche.
Il paradosso demografico e ambientale
C’è però un paradosso che vale la pena nominare. Dal punto di vista delle emissioni di CO₂, non avere figli è tecnicamente la scelta individuale con il maggiore impatto positivo sul clima: uno studio dell’Università di Lund ha calcolato che non avere un figlio risparmia mediamente 58 tonnellate di CO₂ equivalente per anno per genitore — un ordine di grandezza superiore a qualsiasi altra scelta individuale, dall’auto elettrica al veganismo.
Ma questo ragionamento, portato alle sue conseguenze logiche, porta a un vicolo cieco: un pianeta senza bambini non è una soluzione al cambiamento climatico, è semplicemente la fine della civiltà umana. La crisi demografica crea i propri problemi ambientali: meno lavoratori significa meno risorse per finanziare la transizione energetica, meno innovatori per sviluppare le tecnologie verdi del futuro, più anziani che richiedono cure intensive con alti costi energetici.
La risposta alla crisi climatica non può essere la rinuncia alla genitorialità. Deve essere la costruzione di un mondo in cui mettere figli al mondo non sembri una condanna.
Cosa ci dicono questi dati insieme
Letti insieme, i dati ISTAT sulla natalità e la letteratura sull’eco-ansia raccontano qualcosa di più profondo di una semplice crisi demografica. Raccontano una generazione che sente il peso del futuro — economico e climatico — in modo più acuto di qualsiasi generazione precedente. Una generazione che non rinuncia ai figli per mancanza di desiderio, ma per eccesso di paura.
Rispondere a questa paura richiede politiche concrete su due fronti: il supporto economico alle famiglie, certo, ma anche l’azione climatica che restituisca ai giovani la fiducia che il futuro vale la pena di essere abitato.
La Sardegna è la regione italiana con il tasso di fecondità più basso d’Europa: per il sesto anno consecutivo è scesa sotto la soglia di un figlio per donna. A livello globale, la Corea del Sud detiene il primato negativo con un tasso di fecondità di 0,72 figli per donna nel 2023, il più basso mai registrato per un Paese sovrano nella storia moderna. Se questa tendenza continuasse, la popolazione sudcoreana si dimezzerebbe ogni generazione.
