Questa mattina, lunedì 25 maggio 2026, il prezzo del petrolio Brent ha subito un crollo, perdendo il 5% in poche ore, scendendo sotto i 99 dollari al barile. La causa è la stessa che agita i mercati energetici da settimane: la tregua sempre più vicina tra Stati Uniti e Iran, con la prospettiva concreta di una riapertura dello Stretto di Hormuz, il corridoio marino attraverso cui transita un quinto di tutti i flussi energetici globali.
È una buona notizia per i consumatori, che potrebbero vedere scendere i prezzi di benzina e diesel nelle prossime settimane. Ma per chi si occupa di transizione energetica, la storia è più complicata. Il petrolio a buon mercato, storicamente, è uno dei peggiori nemici delle energie rinnovabili.
Dallo Stretto di Hormuz al distributore sotto casa: come funziona il meccanismo
Per capire cosa sta succedendo, bisogna partire dalla geografia. Lo Stretto di Hormuz è una striscia di mare larga appena 33 chilometri che separa l’Iran dall’Oman, collegando il Golfo Persico al mare arabico. Attraverso questo passaggio transita circa il 20% di tutto il petrolio mondiale e il 17% del gas naturale liquefatto consumato sul pianeta.
Quando l’Iran ha chiuso di fatto lo Stretto all’inizio del conflitto, il prezzo del greggio ha impazzito: il Brent è schizzato fino a 126 dollari al barile il 30 aprile, il massimo dell’anno. Oggi, con la tregua che sembra reggere e i negoziati in corso per un accordo più definitivo, il processo si sta invertendo. I mercati scontano già la riapertura del passaggio e il ritorno sui mercati del petrolio iraniano.
La filiera dal barile al distributore non è immediata: raffinerie, logistica e margini commerciali introducono un ritardo di settimane. Ma la direzione è chiara: se la tregua tiene, i prezzi dei carburanti scenderanno.
Il paradosso delle rinnovabili: quando il petrolio economico diventa un problema
Qui sta il nodo più interessante della vicenda per chi guarda alla transizione energetica. Esiste un meccanismo ben documentato dalla ricerca economica che gli esperti chiamano “effetto sostituzione”: quando il prezzo dei combustibili fossili scende, gli investimenti nelle energie rinnovabili rallentano.
Il meccanismo è semplice. Le rinnovabili competono con i fossili principalmente sul prezzo dell’energia prodotta. Quando il gas e il petrolio costano molto, l’energia solare ed eolica diventano competitive anche senza sussidi. Quando i fossili calano, il vantaggio economico delle rinnovabili si riduce, e imprese e governi tendono a rimandare la transizione.
È successo nel 2014-2016, quando il crollo del petrolio da 110 a 30 dollari al barile frenò significativamente gli investimenti in rinnovabili in molti paesi. Potrebbe succedere di nuovo?
Perché questa volta potrebbe essere diverso
Ci sono però elementi strutturali che rendono il 2026 molto diverso dal 2014. Il costo dell’energia solare ed eolica è crollato in modo drammatico negli ultimi dieci anni: il fotovoltaico costa oggi circa il 90% in meno rispetto al 2010, rendendo le rinnovabili competitive con i fossili anche a prezzi del petrolio relativamente bassi.
Inoltre, l’Unione Europea ha fissato obiettivi vincolanti di decarbonizzazione che non dipendono dal prezzo del petrolio: gli Stati membri devono triplicare la capacità rinnovabile installata entro il 2030 indipendentemente da quanto costi il greggio. L’accordo con l’Iran non cambia le leggi europee sul clima.
C’è anche un elemento geopolitico. La crisi dello Stretto di Hormuz ha ricordato a governi e industrie quanto sia pericolosa la dipendenza energetica da regioni instabili. Diversi paesi europei hanno accelerato i piani di indipendenza energetica proprio in risposta alla crisi, e questa consapevolezza non svanisce con la tregua.
Il gas crolla del 19%: e per l’Italia che cambia?
Insieme al petrolio, anche il prezzo del gas naturale è crollato con la tregua: i contratti TTF ad Amsterdam, il riferimento europeo, sono scesi di oltre il 19% a 43 euro al megawattora. Un dato rilevante per l’Italia, che rimane tra i paesi europei più dipendenti dal gas per la produzione elettrica e il riscaldamento domestico.
Nel breve termine significa bollette potenzialmente più basse per famiglie e imprese. Nel medio termine, il gas più economico rischia di rallentare la sostituzione delle caldaie a gas con le pompe di calore, uno dei pilastri della decarbonizzazione del settore residenziale.
Cosa ci insegna la crisi di Hormuz sulla transizione energetica
Al di là delle oscillazioni di prezzo di questi giorni, la crisi dello Stretto di Hormuz ha offerto una lezione importante. Il mondo consuma ancora troppo petrolio e gas per potersi permettere l’instabilità di una singola regione geografica senza conseguenze economiche devastanti.
Negli ultimi tre mesi, mentre il Brent viaggiava tra i 100 e i 126 dollari, le rinnovabili non hanno subito alcuna crisi di fornitura. I pannelli solari continuano a produrre energia che non dipende dallo Stretto di Hormuz, dai capricci dell’OPEC o dalle tensioni geopolitiche del Golfo Persico. È forse il miglior argomento in favore della transizione che la crisi iraniana abbia prodotto.
Lo Stretto di Hormuz è largo appena 33 chilometri nel punto più stretto, eppure attraverso di esso transita circa il 20% di tutto il petrolio mondiale e il 17% del gas naturale liquefatto consumato sul pianeta. Cina e India dipendono da questo passaggio per quasi 200 miliardi di dollari di importazioni energetiche annue. È il collo di bottiglia energetico più strategico del pianeta: se si chiude, il mondo trema.
