Il grande malato d’Italia non riesce a guarire. Il fiume Po è di nuovo in secca, i grandi laghi del Paese sono in evidente sofferenza idrica e le riserve di neve sulle vette alpine sono praticamente azzerate. Nonostante i ripetuti campanelli d’allarme degli scorsi anni, l’Italia continua a gestire la risorsa idrica rincorrendo le emergenze a colpi di ordinanze locali e restrizioni dei consumi dell’ultimo minuto.
Una gestione frammentata che non è passata inosservata a Bruxelles. Sull’Italia pesa infatti la procedura d’infrazione numero 2025/2207, aperta formalmente dalla Commissione Europea per il mancato e corretto recepimento della Direttiva Quadro sulle Acque: la normativa italiana non prevede la registrazione e il controllo centralizzato di tutte le autorizzazioni per il prelievo e l’arginamento idrico.
Focus Dati: Il collasso del Po e il Delta sotto scacco
I numeri raccolti dall’Osservatorio della Autorità di Bacino (ADBPO) delineano uno scenario critico. Nel mese di giugno, le portate del fiume hanno registrato un crollo verticale rispetto alle medie storiche del periodo 1991-2020.
Le anomalie negative superano il 60% in tutte le principali stazioni di rilevamento:
- Piacenza: -67% di portata d’acqua
- Cremona: -65%
- Pontelagoscuro: -65\%
- Borgoforte: -64\%
- Boretto: -62\%
Il pericolo del cuneo salino: La stazione di Pontelagoscuro registra attualmente una portata di appena 264 m³/s. Si tratta di un valore ampiamente inferiore alla soglia critica di 450 m³/s, il limite minimo necessario per impedire l’ingressione dell’acqua marina del mare Adriatico all’interno del Delta del Po. Con il cuneo salino che risale la foce, l’agricoltura costiera rischia la paralisi.
A complicare il quadro c’è lo stato dello Snow Water Equivalent (SWE), l’indicatore che misura l’acqua stoccata nella neve in quota. Gli accumuli nevosi residuali sono ormai pari a zero: la fusione precoce ha esaurito i serbatoi naturali che storicamente alimentavano il Po e i suoi affluenti durante i mesi più caldi.
L’attacco di Legambiente: “Che fine hanno fatto i fondi?”
Di fronte a questa crisi strutturale, Legambiente ha lanciato un duro appello indirizzato all’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni e alle Regioni del bacino padano. Ogni anno, l’area padana drena oltre 20 miliardi di metri cubi d’acqua (il 75% destinato all’irrigazione agricola, il resto diviso tra usi civili e industriali), ma il sistema delle concessioni è obsoleto e spesso risponde a logiche storiche anziché alle reali disponibilità di oggi.
“La crisi climatica avanza e ne dobbiamo tenere conto nella gestione di una risorsa vitale come l’acqua. Il problema – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – non è solo la scarsità d’acqua, ma il ritardo con cui il Paese sta adattando la gestione della risorsa a un clima ormai profondamente cambiato. Gli strumenti di pianificazione esistono – dai Piani di Gestione delle Acque al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) – ma la loro attuazione procede ancora troppo lentamente rispetto alla rapidità con cui evolve la crisi climatica. Che fine hanno fatto il DPR sul riutilizzo delle acque reflue in agricoltura e lo stanziamento dei fondi per attuare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici? Nonostante negli ultimi anni si sia investito nell’ammodernamento delle infrastrutture irrigue, anche attraverso interventi di digitalizzazione, telecontrollo, misurazione dei volumi e riduzione delle perdite, sostenuti anche dal PNRR, non abbiamo risolto il problema. È attivato il momento degli interventi strutturali e non delle iniziative spot, occorre fare di più”.
Le 8 proposte strutturali per salvare il bacino padano
Per uscire dalla logica dell’emergenza continua, l’associazione ambientalista, che aveva anche presentato di recente un report sui laghi, ha formalizzato un pacchetto di otto interventi integrati, ricordando che “ciò che si fa a monte influisce inevitabilmente su quello che accade a valle”.
Le 8 proposte di Legambiente
- Approvazione del DPR sulle acque reflue: Sbloccare in via definitiva il decreto presidenziale per il riutilizzo delle acque reflue depurate in agricoltura, riducendo drasticamente il prelievo diretto da fiumi e falde sotterranee.
- Stanziamento fondi per il PNACC: Erogare immediatamente le risorse economiche necessarie per attuare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, fermo alla fase burocratica.
- Integrazione nei Piani di Bacino: Inserire stabilmente le variabili dell’adattamento climatico nei Piani di Gestione dei Bacini Idrografici stabiliti dalla Direttiva Quadro Acque dell’Unione Europea.
- Transizione agroecologica nel settore primario: Rivedere i modelli colturali e la domanda irrigua. È necessario adattare le colture della Pianura Padana al nuovo quadro climatico e valorizzare il suolo per favorire la ricarica naturale delle falde.
- Governance unica del bacino idrico: Superare la frammentazione delle concessioni regionali istituendo un’unica cabina di regia a livello di bacino padano per una pianificazione integrata delle derivazioni.
- Strategia infrastrutturale e Nature Based Solutions: Bloccare la progettazione di nuove grandi dighe impattanti; incentivare la creazione di piccoli bacini aziendali e implementare soluzioni basate sulla natura per trattenere l’acqua sul territorio.
- Efficienza della rete e contrasto alle perdite: Finanziare interventi radicali per azzerare le perdite delle reti di distribuzione civili e coloniche, recuperando la capacità degli invasi esistenti e ripristinando gli ecosistemi fluviali.
- Politica permanente di monitoraggio e controllo: Attivare un piano continuo di informazione, tracciamento dei prelievi e contrasto agli abusivismi, coinvolgendo attivamente tutti i distretti e gli utilizzatori della risorsa idrica.
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