Il settore dell’edilizia in Italia si trova oggi di fronte a una doppia transizione cruciale: da un lato la necessità stringente di abbattere i consumi energetici del patrimonio immobiliare, dall’altro l’urgenza di ridurre il ricorso alle materie prime vergini attraverso il recupero e il riutilizzo dei materiali da costruzione e demolizione.
A scattare una fotografia dettagliata di questa situazione è il report del Gruppo Seipa, realtà specializzata nella fornitura e gestione di materie prime naturali e riciclate, che evidenzia come la transizione ecologica del comparto passi inevitabilmente dall’integrazione tra efficienza energetica ed economia circolare.
La mappa degli edifici energivori: il divario geografico
I dati elaborati su base SIAPE/ENEA mostrano un’Italia spaccata in due dal punto di vista dell’efficienza. Nel patrimonio immobiliare nazionale, ben il 30% degli edifici si colloca ancora nella classe energetica G (la peggiore in assoluto), con punte territoriali che superano il 37%.
Le differenze geografiche tracciano modelli edilizi profondamente diversi:
- Nord Italia: La quota di immobili in classe G oscilla tra il 18% e il 26%, evidenziando una maggiore diffusione delle classi performanti (A e B) e un mercato della riqualificazione più dinamico.
- Sud e Isole: Si registrano le criticità maggiori, con la quota di classe G che sale fino a sfiorare il 38% a causa di un patrimonio edilizio mediamente più datato e processi di rinnovo più lenti.
Il vero nodo della transizione climatica resta però legato alle grandi aree urbane, dove si concentrano emissioni e consumi. Nello specifico, Napoli registra oltre il 36% di edifici in classe G, seguita da Roma (circa il 30%) e Milano (intorno al 24%).
Oltre l’energia: l’impronta materiale dell’edilizia
Se per anni il concetto di sostenibilità nelle costruzioni è stato associato quasi esclusivamente al consumo di elettricità e gas, gli analisti europei pongono oggi l’accento sull’impronta materiale. Secondo i dati Eurostat, il comparto genera nell’Unione Europea oltre 305 milioni di tonnellate annue di rifiuti da costruzione e demolizione (C&D), a fronte di un consumo complessivo di materiali che supera i 1.094 milioni di tonnellate all’anno.
In parole semplici: Un edificio non inquina solo quando è abitato e consuma riscaldamento, ma ha un enorme impatto ambientale anche quando viene costruito o demolito. Ridurre la dipendenza dalle cave di estrazione vergini e reimpiegare le macerie trattate è l’altra metà della mela della transizione ecologica.
Dal rifiuto alla materia prima seconda: i numeri del Gruppo Seipa
Il punto di svolta industriale risiede nella capacità di reintegrare stabilmente i materiali di recupero nei cicli produttivi. A titolo di esempio delle dinamiche di filiera, il Gruppo Seipa ha rendicontato che nel corso del 2025 ha gestito oltre 1,2 milioni di tonnellate di materiali. Di questi volumi, circa il 60% è costituito da aggregati inerti riciclati (AIR) provenienti proprio dalle demolizioni.
Negli impianti industriali del Gruppo, la produzione di questi aggregati ha superato le 320 mila tonnellate annue, registrando un tasso di reimpiego del 100%. Si tratta di un percorso di crescita industriale che, dal 2008 al 2025, ha visto moltiplicare di 10 volte i volumi di aggregati riciclati prodotti, trasformando lo scarto in materia prima seconda certificata e riducendo al margine la quota di estrazione mineraria vergine.
Come evidenziato dagli specialisti del settore, un modello produttivo legato a strutture energivore e dipendente da materie prime vergini espone la filiera a rischi di svalutazione degli asset immobiliari, maggiori costi logistici e forte volatilità dei prezzi dei mercati internazionali. L’integrazione tra efficienza e logiche circolari rappresenta, pertanto, il principale fattore di competitività per il futuro delle costruzioni in Europa.
