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Il lavoro ci stressa troppo: 1 cittadino europeo su 3 è in difficoltà. In Italia 98mila denunce di malattia professionale

Il 29% dei lavoratori europei riferisce stress, depressione o ansia collegati al lavoro. In Italia le denunce di malattia professionale sono aumentate dell’11,3% in un anno. L’indagine INAPP rileva inoltre un forte carico psicologico per il 57% degli occupati. Feroli: «Intervenire sulle cause organizzative prima che il disagio diventi patologia»

Il lavoro può essere una fonte di reddito, autonomia e realizzazione personale. Ma quando carichi, turni, pressione e organizzazione superano la capacità di adattamento della persona, può trasformarsi anche in un fattore di rischio per la salute.

A riportare l’attenzione sul fenomeno dello stress lavoro-correlato è Salute.it, che mette in fila alcuni dei principali dati disponibili sul benessere dei lavoratori. Secondo l’indagine OSH Pulse 2025 dell’EU-OSHA, il 29% dei lavoratori europei dichiara di soffrire di stress, depressione o ansia collegati o aggravati dal lavoro. Oltre il 40% riferisce inoltre una forte pressione legata ai tempi e ai carichi di lavoro.

In Italia, secondo i dati INAIL, nel 2025 sono state registrate 98.463 denunce di malattia professionale, l’11,3% in più rispetto all’anno precedente.

Numeri che fotografano soltanto una parte del problema. Perché dietro le denunce c’è anche una quota difficilmente misurabile di persone che continuano a lavorare convivendo con insonnia, ansia, stanchezza persistente o altri disturbi senza arrivare a una diagnosi o a una denuncia.

Il 57% degli occupati è esposto a un forte carico psicologico

A completare il quadro italiano è la sesta Indagine INAPP sulla Qualità del lavoro, condotta su circa 20mila lavoratori.

Secondo i dati rilanciati da Salute.it, il 57% degli occupati risulta esposto a un significativo carico psicologico ed emotivo, mentre il 18% considera il proprio lavoro un rischio per la salute.

Il dato sposta il problema dal piano individuale a quello organizzativo.

Lo stress, infatti, non nasce necessariamente da un singolo episodio. Può essere il risultato di una pressione costante: troppe responsabilità, personale insufficiente, tempi stretti, turni difficili da sostenere, scarsa autonomia decisionale o conflitti all’interno dell’organizzazione.

Quando queste condizioni diventano strutturali, quella che inizialmente viene percepita come semplice stanchezza può trasformarsi in un problema persistente.

Il paradosso dell’intelligenza artificiale: più tecnologia, più pressione?

Tra i dati più interessanti dell’indagine INAPP c’è quello relativo all’utilizzo degli strumenti di intelligenza artificiale.

Secondo i numeri riportati da Salute.it, il livello di stress risulta superiore alla media tra chi utilizza strumenti di IA: 76,2% contro il 70,6%.

Il dato, naturalmente, non dimostra che sia l’intelligenza artificiale a provocare lo stress. Potrebbe riflettere anche il tipo di professioni e organizzazioni nelle quali queste tecnologie vengono utilizzate, caratterizzate da maggiore intensità, velocità di lavoro e trasformazione dei processi.

Ma apre una questione destinata a diventare sempre più importante: la tecnologia sta davvero alleggerendo il lavoro o, in alcuni contesti, sta semplicemente aumentando il ritmo al quale viene richiesto di lavorare?

È uno dei grandi paradossi della trasformazione digitale. Strumenti progettati per automatizzare, velocizzare e semplificare possono finire per rendere il lavoratore ancora più raggiungibile, aumentando il numero di attività gestibili contemporaneamente.

Quando lo stress smette di essere “solo stress”

Il problema è che lo stress viene spesso normalizzato.

“È un periodo intenso”. “Passerà”. “Dopo le ferie mi riprendo”. “Questo lavoro è così”.

Sono frasi comuni in molti ambienti professionali, ma possono diventare problematiche quando una condizione temporanea diventa permanente.

Tra i principali campanelli d’allarme indicati da Salute.it figurano insonnia, stanchezza persistente, irritabilità, ansia, difficoltà di concentrazione, cefalea, tensione muscolare, tachicardia e disturbi gastrointestinali.

La presenza di uno di questi sintomi non significa automaticamente che sia presente una patologia legata al lavoro. Ma quando i disturbi persistono o interferiscono con la vita quotidiana, è importante parlarne con il proprio medico.

Il punto centrale è proprio questo: non aspettare che il disagio diventi ingestibile per considerarlo un problema di salute.

Burnout, non è soltanto essere stanchi

Nel dibattito sullo stress lavorativo compare spesso il termine burnout.

L’Organizzazione mondiale della sanità lo considera un fenomeno occupazionale derivante da stress cronico sul posto di lavoro non gestito con successo.

Non si tratta quindi semplicemente di essere stanchi dopo una settimana particolarmente impegnativa.

Il burnout riguarda una condizione specificamente collegata al contesto professionale e può manifestarsi attraverso esaurimento, crescente distanza mentale dal proprio lavoro e riduzione dell’efficacia professionale.

Confondere una normale fase di affaticamento con il burnout può essere fuorviante. Ma altrettanto rischioso è considerare normale una condizione di stress cronico solo perché coinvolge molte persone nello stesso ambiente.

I lavori più esposti: quando la pressione diventa strutturale

Il rischio può aumentare in presenza di carichi eccessivi, turni prolungati, carenza di personale, scarsa autonomia, precarietà e conflitti organizzativi.

Particolare attenzione riguarda quindi settori nei quali il lavoro implica contemporaneamente elevata responsabilità, contatto con il pubblico e necessità di prendere decisioni sotto pressione.

Tra questi rientrano sanità, assistenza sociosanitaria, emergenza-urgenza, scuola, trasporti, logistica e servizi al pubblico.

In questi ambiti lo stress può assumere una dimensione ulteriore: il disagio del lavoratore non riguarda soltanto il suo benessere individuale, ma può avere ripercussioni sulla qualità e sulla sicurezza del servizio offerto.

Salute.it: «Dire a una persona di riposare di più non basta»

È proprio sul ruolo dell’organizzazione che insiste Roberto Feroli, Ceo di TuttoBene TV e Project Manager di Salute.it.

«Lo stress cronico non è un semplice periodo difficile. Quando il corpo continua a lanciare segnali e nessuno li ascolta, il rischio è che il disagio si trasformi in una vera malattia con conseguenze psicologiche, cardiovascolari e metaboliche», sottolinea Feroli.

Il messaggio di Salute.it è quindi quello di spostare l’attenzione dalla sola capacità individuale di resistere alle condizioni nelle quali il lavoro viene svolto.

«Dire semplicemente a una persona di riposare di più non basta», prosegue Feroli. «Turni sostenibili, personale adeguato, ascolto e formazione riducono il rischio di stress cronico e migliorano la qualità del lavoro».

Il riposo è importante, ma non può correggere un’organizzazione che continua a produrre lo stesso problema.

Se un reparto è sotto organico, se i turni sono insostenibili o se il carico di lavoro è strutturalmente eccessivo, la soluzione non può essere affidata esclusivamente alla capacità individuale di sopportazione.

Anche la legge considera lo stress un rischio professionale

La prevenzione non è soltanto una questione di buone intenzioni aziendali.

Il D.Lgs. 81/2008 prevede che la valutazione dei rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori comprenda anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato.

Il problema dovrebbe quindi essere affrontato nell’ambito della più ampia gestione della salute e sicurezza sul lavoro.

La valutazione non dovrebbe ridursi alla domanda se il singolo lavoratore “regge” o meno la pressione.

La questione riguarda anche come è organizzato il lavoro.

Quanti dipendenti sono necessari? I turni sono sostenibili? I carichi sono distribuiti correttamente? Esistono margini di autonomia? I lavoratori possono segnalare criticità? Ci sono procedure per intercettare precocemente situazioni di disagio?

Sono queste le domande che trasformano la prevenzione da slogan a pratica organizzativa.

La salute mentale entra nella sicurezza sul lavoro

Per molto tempo la sicurezza sul lavoro è stata associata soprattutto agli incidenti, alle cadute, alle esposizioni fisiche o agli infortuni.

Oggi il concetto di rischio è più ampio.

Un ambiente di lavoro può essere formalmente sicuro dal punto di vista fisico e contemporaneamente produrre un livello di pressione psicologica difficilmente sostenibile.

È uno dei cambiamenti culturali più importanti degli ultimi anni: la salute mentale non può essere considerata separata dalla salute fisica.

Lo stress cronico può accompagnarsi a conseguenze che coinvolgono diverse dimensioni del benessere della persona, mentre condizioni di lavoro persistentemente negative possono peggiorare la qualità della vita anche fuori dall’orario professionale.

Il lavoro non finisce quando si esce dall’ufficio

C’è poi una soglia che può aiutare a capire quando la pressione lavorativa sta diventando un problema: quando il lavoro non finisce più quando si esce dal lavoro.

Pensieri ricorrenti, difficoltà a dormire, impossibilità di staccare, irritabilità nei rapporti personali, stanchezza che non passa durante il fine settimana.

In questi casi il confine tra vita professionale e vita privata diventa sempre più sottile.

La tecnologia può rendere il fenomeno ancora più evidente: smartphone, piattaforme collaborative, email e sistemi di messaggistica consentono di essere raggiungibili praticamente in qualsiasi momento.

E proprio qui la trasformazione digitale rischia di produrre un paradosso: strumenti progettati per rendere il lavoro più efficiente possono anche rendere più difficile smettere di lavorare.

Non è una questione di lavoratori “fragili”

Il rischio è anche quello di interpretare lo stress come un problema di resilienza individuale.

Chi soffre sarebbe semplicemente meno capace di sopportare la pressione. Chi riesce a reggere sarebbe invece più forte.

È una lettura semplicistica.

La resilienza individuale può aiutare, ma non può compensare indefinitamente un’organizzazione disfunzionale.

Se dieci persone su dieci lavorano costantemente oltre i limiti sostenibili, la domanda da porsi non dovrebbe essere perché siano tutte poco resilienti.

La domanda dovrebbe essere che cosa nell’organizzazione sta producendo quella situazione.

La prevenzione comincia prima della diagnosi

«Riconoscere precocemente i segnali e intervenire sulle cause organizzative significa proteggere le persone prima che il disagio diventi una patologia», sottolinea Feroli.

È probabilmente la sintesi più efficace della questione.

Il vero obiettivo della prevenzione non dovrebbe essere aspettare che aumentino le diagnosi o le denunce di malattia professionale.

Dovrebbe essere intervenire prima.

Prima dell’insonnia cronica. Prima dell’esaurimento. Prima che l’ansia diventi invalidante. Prima che una persona inizi a considerare normale stare male ogni domenica sera pensando al lunedì.

I numeri europei e italiani raccontano un fenomeno già ampio. La sfida, adesso, è smettere di considerarlo una conseguenza inevitabile del lavoro moderno.

Perché lavorare sotto pressione può essere una fase.

Lavorare costantemente in condizioni che fanno stare male non dovrebbe diventare la normalità.

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