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Stiamo consumando il mare delle nostre vacanze: l’overtourism rende il Mediterraneo più fragile

Marevivo lancia l’allarme sul sovraffollamento turistico: ancoraggi, scarichi e rifiuti degradano gli habitat marini e riducono la capacità del Mediterraneo di resistere alle ondate di calore e alla crisi climatica

Ogni estate milioni di persone scelgono le coste del Mediterraneo per le proprie vacanze. Spiagge, calette, porti turistici e località balneari diventano il cuore della stagione estiva, con un’economia che in molti territori dipende in larga parte dall’arrivo dei visitatori.

Ma c’è un paradosso che rischia di diventare sempre più evidente: il turismo può compromettere proprio il mare da cui dipende.

A lanciare l’allarme è Marevivo, secondo cui l’overtourism – il sovraffollamento turistico che supera la capacità di un territorio di assorbire la pressione dei visitatori – non rappresenta soltanto un problema per le spiagge affollate o per la vivibilità delle località costiere.

La pressione esercitata sugli ecosistemi marini può infatti ridurre la capacità del Mediterraneo di resistere agli effetti del cambiamento climatico.

In altre parole, un mare degradato è anche un mare più vulnerabile alle ondate di calore, alla perdita di biodiversità e agli eventi estremi.

Il Mediterraneo al centro del turismo europeo

I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno.

Secondo i dati richiamati da Marevivo, circa l’80% del turismo mondiale si concentra nelle aree costiere. Nell’Unione europea le strutture ricettive hanno registrato nel 2025 quasi 3,1 miliardi di pernottamenti, con oltre il 61% concentrato in quattro Paesi: Spagna, Italia, Francia e Germania.

Il Mediterraneo rappresenta quindi uno dei principali poli turistici del continente.

L’Italia, con quasi 477 milioni di pernottamenti, è il secondo Paese europeo per presenze turistiche dopo la Spagna.

Ma il problema non è soltanto il numero complessivo di visitatori.

È soprattutto quando e dove si concentrano.

Più del 31% dei pernottamenti nell’Unione europea si registra infatti nei soli mesi di luglio e agosto. Nei Paesi mediterranei la stagionalità è ancora più accentuata: in Grecia oltre il 41% dei pernottamenti si concentra nei due mesi estivi, mentre in Croazia la quota supera il 54%.

Milioni di persone si riversano quindi negli stessi luoghi e nello stesso periodo dell’anno, aumentando improvvisamente la pressione sugli ecosistemi costieri.

Il mare non è una risorsa infinita

Per Marevivo il punto centrale è proprio questo.

Il Mediterraneo non è una superficie d’acqua capace di assorbire indefinitamente qualunque pressione.

Le attività umane incidono sugli habitat marini in molti modi: dall’ancoraggio delle imbarcazioni agli scarichi, fino all’aumento dei rifiuti e alla maggiore pressione sulle infrastrutture costiere.

Quando questi habitat vengono degradati, perdono parte della loro capacità di reagire agli stress ambientali.

Ed è qui che turismo e crisi climatica si incontrano.

Le ondate di calore marine stanno diventando più frequenti e intense. Se gli ecosistemi sono già indeboliti da altre pressioni, la loro capacità di recuperare si riduce ulteriormente.

La Posidonia, il “bosco sommerso” del Mediterraneo

Uno degli esempi più significativi è quello della Posidonia oceanica.

Queste praterie sottomarine rappresentano uno degli ecosistemi più importanti del Mediterraneo.

Offrono rifugio e nutrimento a numerose specie, contribuiscono alla biodiversità e svolgono un ruolo fondamentale nell’equilibrio delle coste.

Ma sono anche estremamente vulnerabili.

Gli ancoraggi delle imbarcazioni possono danneggiare fisicamente le praterie, strappando le piante e frammentando l’habitat.

Secondo Marevivo, le praterie di Posidonia già danneggiate dagli ancoraggi risultano più vulnerabili alle ondate di calore rispetto a quelle rimaste integre.

È un punto importante perché mostra come le pressioni locali possano amplificare gli effetti del cambiamento climatico.

Un ecosistema sano ha maggiori possibilità di resistere a uno stress.

Un ecosistema già degradato molto meno.

Più turisti significa anche più pressione sugli impianti di depurazione

Il problema non si limita al mare aperto.

Quando una località costiera moltiplica la propria popolazione durante l’estate, aumentano anche i consumi d’acqua e la quantità di acque reflue da trattare.

Se gli impianti di depurazione non sono adeguati o non funzionano correttamente, il maggiore apporto di nutrienti può contribuire al peggioramento della qualità delle acque.

In presenza di temperature marine elevate, queste condizioni possono favorire anche fenomeni come la comparsa e la persistenza delle mucillagini.

A questo si aggiunge la maggiore produzione di rifiuti.

Il risultato è una pressione multipla: più persone, più scarichi, più rifiuti e, contemporaneamente, un mare già sottoposto a temperature eccezionalmente elevate.

Il turismo non è il nemico

Marevivo non mette però sotto accusa il turismo in quanto tale.

Anzi, riconosce il suo valore economico, culturale e sociale.

Il problema, secondo la presidente Rosalba Giugni, è il modello di fruizione del territorio che concentra milioni di persone negli stessi luoghi e negli stessi periodi.

«Il futuro del turismo nel Mediterraneo dipende dalla salute del Mediterraneo stesso. Il problema non è il turismo, che rappresenta una straordinaria opportunità di crescita economica, culturale e sociale. Il problema è un modello di fruizione del territorio che concentra milioni di persone negli stessi luoghi e negli stessi periodi dell’anno, esercitando una pressione sempre maggiore su ecosistemi già fragili».

Il messaggio è chiaro: senza un mare in salute, anche il turismo perde la sua principale risorsa.

Dal turismo di massa a un turismo più sostenibile

La proposta di Marevivo è quella di spostarsi verso un modello capace di coniugare sviluppo economico e tutela del capitale naturale.

Tra le azioni considerate prioritarie figurano:

  • l’installazione di sistemi di ormeggio con boe per evitare che le ancore danneggino le praterie di Posidonia;
  • il potenziamento degli impianti di depurazione nelle località costiere;
  • una gestione più efficace degli scarichi reflui;
  • la riduzione dei rifiuti;
  • una minore pressione sugli habitat marini più fragili.

La Fondazione promuove inoltre la campagna “Plastic Free e non solo”, rivolta a porti turistici, approdi, alberghi e stabilimenti balneari, con l’obiettivo di ridurre la plastica monouso e migliorare la gestione delle risorse e dei rifiuti.

Il caso Sataya e i costi nascosti del turismo

Marevivo porta anche un esempio che va oltre il Mediterraneo.

Durante la UN Ocean Conference di Nizza del 2025, l’associazione ha richiamato l’attenzione sulla località egiziana di Sataya, un’area naturale frequentata dai delfini per nutrirsi e riprodursi.

La crescita del turismo ha portato però un numero sempre maggiore di imbarcazioni e visitatori all’interno dell’habitat.

È un esempio emblematico di quello che l’overtourism può produrre: un luogo diventa celebre proprio grazie alla sua natura e, se la pressione non viene gestita, rischia di perdere le caratteristiche che lo rendevano unico.

La resilienza del Mediterraneo passa dagli habitat

Il concetto chiave del comunicato di Marevivo è la resilienza.

Quando si parla di crisi climatica si pensa spesso soltanto alla riduzione delle emissioni.

Ma esiste anche un’altra forma di difesa: mantenere gli ecosistemi abbastanza sani da poter assorbire meglio gli shock.

Una prateria di Posidonia integra, un sistema costiero ben depurato e un habitat ricco di biodiversità sono più capaci di reagire rispetto a un ecosistema già compromesso.

Proteggere il mare significa quindi non soltanto conservare specie e paesaggi.

Significa anche aumentare la sua capacità di affrontare le ondate di calore marine, l’innalzamento delle temperature e le altre conseguenze del cambiamento climatico.

Stiamo proteggendo il mare o lo stiamo consumando?

L’overtourism pone dunque una domanda che riguarda tutti.

Le coste mediterranee sono diventate una delle principali destinazioni turistiche del mondo. Questo ha portato ricchezza, lavoro e sviluppo a intere comunità.

Ma ogni ecosistema ha un limite.

Se la pressione dei visitatori supera la capacità di un territorio di rigenerarsi, il rischio è quello di consumare lentamente la risorsa che sostiene lo stesso turismo.

Il mare non è soltanto lo scenario delle vacanze.

È un ecosistema complesso che fornisce cibo, protegge le coste, ospita una straordinaria biodiversità e contribuisce all’equilibrio climatico.

Come ricorda Marevivo, proteggere gli habitat marini non significa rinunciare al turismo.

Significa rendere il turismo compatibile con il futuro del Mediterraneo.

Perché un mare più sano è un mare più resistente alla crisi climatica.

E senza un Mediterraneo in salute, anche le vacanze che ogni estate attirano milioni di persone rischiano, nel tempo, di perdere il loro bene più prezioso.

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