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Zone umide: come funzionano i “polmoni invisibili” del nostro pianeta (e perché stanno scomparendo)

Se vi chiedessero di nominare l’ecosistema più importante del pianeta, probabilmente direste foresta tropicale o oceani. Sbagliereste. La risposta è molto meno glamour, molto più paludosa, e probabilmente la avete calpestata senza nemmeno notarla.

Si chiamano zone umide. Paludi, acquitrini, torbiere, lagune, estuari. Ambienti dove l’acqua è la regola, la terra è l’eccezione, e tutto quello che vive lì deve imparare a nuotare o affogare.

Non sono affatto inutili. Sono il motivo per cui siete vivi.

Cosa succede realmente in una palude?

Immaginate una zona umida come un grande filtro biologico. L’acqua entra, torbida e piena di nutrienti (azoto, fosforo). Mentre attraversa gli steli delle piante acquatiche e la melma, accadono cose straordinarie.

Le piante assorbono i nutrienti in eccesso. I batteri anaerobici (quelli che vivono senza ossigeno) decompongono la materia organica. I pesci e gli invertebrati si nutrono, crescono, riproducono. Quando l’acqua esce dall’altra parte, è più pulita, più equilibrata.

Anche se coprono solo il 6% circa della superficie terrestre, il 40% di tutte le specie animali e vegetali vive o si riproduce in esse. Non è questione di spazio. È questione di ricchezza biologica. Una palude di pochi ettari ha una biodiversità paragonabile a foreste molto più grandi.

Perché? Semplice: le zone umide sono spesso chiamate “zone di transizione” tra terra e acqua, il che contribuisce alla loro ricchezza ecologica. Gli uccelli vi nidificano. I pesci vi si riproducono. Gli insetti vi complesso il loro ciclo vitale. Gli anfibi hanno trovato il loro rifugio perfetto. È una convergenza di ecosistemi.

La guerra invisibile contro il carbonio

Ma c’è un ruolo ancora più importante, uno che non vedete a occhio nudo.

Le zone umide immagazzinano grandi quantità di carbonio e assorbono le piogge in eccesso arginando così il rischio di inondazioni.

Ecco come funziona: quando le piante muoiono in una zona umida, non si decomposono completamente (come farabbero in una foresta normale). Rimangono seppellite nel fango anossico, nel fango senza ossigeno. L’anidride carbonica rimane intrappolata. Il carbonio non ritorna in atmosfera. Rimane sepolto per secoli, persino millenni.

Le zone umide funzionano come pozzi di carbonio, immagazzinando grandi quantità di anidride carbonica, che aiuta a ridurre il riscaldamento globale.

Pensiamo ai numeri: una singola torbiera può contenere carbonio equivalente a 100 anni di emissioni CO₂ di una piccola città. Le torbiere mondiali, pur coprendo solo il 3% della superficie terrestre, contengono il doppio del carbonio di tutte le foreste del pianeta messe insieme.

Poi c’è il ruolo dell’acqua. Le zone umide assorbono l’acqua dei periodi piovosi (specie con l’intensificarsi dei temporali) e la rilasciano lentamente durante i periodi secchi. Sono il sistema nervoso del ciclo idrologico: mantengono umidi i suoli, alimentano le falde acquifere, evitano che i fiumi straripino e che le città soccombano alla siccità.

L’Italia ha i “scrigni di cristallo” che non vuole proteggere

Legambiente ha identificato le zone umide italiane più vulnerabili, definite “scrigni di cristallo” per la loro fragilità e importanza ecologica: il Delta del Po sta affrontando un doppio problema tra la siccità (che nel 2022 ha segnato il peggior periodo di magra idrologica mai registrato) e l’innalzamento del livello del mare, che provoca l’infiltrazione di acqua salata nelle falde acquifere.

Il Lago Trasimeno? Nell’estate 2024 ha visto un calo del 40% della piovosità, con una drastica riduzione dei livelli delle falde e delle sorgenti.

Negli ultimi 50 anni abbiamo assistito a una riduzione di circa il 22% dell’estensione complessiva delle zone umide mondiali, e secondo le liste rosse dell’Iucn un terzo delle specie legate agli ecosistemi acquatici risulta minacciato. Natura EstremaQuiFinanza

L’Italia registra ritardi. Ritardi nell’attuazione della Strategia UE sulla Biodiversità per il 2030. Ritardi nell’applicazione della Nature Restoration Law. Ritardi nel monitoraggio, nella protezione, nella consapevolezza.

Cosa significa davvero la loro scomparsa?

Non è solo “abbiamo perso una palude”. È:

Perdita di filtraggio naturale: le città aumentano i costi di depurazione dell’acqua potabile, oppure bevono acqua più sporca.

Perdita di protezione dalle alluvioni: gli insediamenti umani diventano più vulnerabili ai temporali intensi. Guardate che cosa è successo in Emilia Romagna negli ultimi due anni.

Perdita di habitat: i piovanelli diminuiscono, gli aironi scompaiono, i piccoli pesci che alimentavano comunità intere si estinguono. È un collasso silenzioso.

Liberazione di carbonio: quando prosciugate una torbiera per ricavare terra agricola, non solo distruggete un ecosistema. Liberate in atmosfera carbonio che era rimasto sepolto per millenni. Accelerate il riscaldamento globale.

Lo sapevi? Ponds e piccoli corpi d’acqua (zone umide con superficie inferiore a 10 ettari) rappresentano circa il 30% della superficie globale delle acque dolci e sono degli hotspots di biodiversità. Uno stagno nel vostro giardino conta più ecologicamente di un parco urbano cinque volte più grande.

Il futuro: proteggere oppure perdere

L’Italia registra significativi ritardi nell’attuazione della Strategia dell’UE sulla Biodiversità per il 2030 e della Nature Restoration Law. Le associazioni ambientaliste chiedono un impegno concreto del Governo per accelerare gli interventi di tutela e ripristino.

Ma ci sono esempi che funzionano. Nel Parco del Delta del Po, il numero di fenicotteri è aumentato da 9.927 (2023) a 10.795 (2024). Significa che la protezione funziona. Quando le zone umide vengono lasciate in pace, si riprendono.

Proteggere una palude non è romanticismo. È investire in un’infrastruttura naturale che filtra l’acqua, immagazzina carbonio, protegge dalle alluvioni, nutre la biodiversità. È il migliore rapporto costo-beneficio che la natura ha mai offerto.

Il 2 febbraio è la Giornata Mondiale delle Zone Umide. Non per ricordare quanto sono belle. Per ricordare quanto sono essenziali.

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