Scade oggi, 1° settembre, il termine entro il quale gli Stati membri devono presentare alla Commissione europea i rispettivi Piani nazionali di ripristino della natura, strumenti attraverso i quali dovrà essere attuato il Regolamento europeo sul Ripristino della Natura.
In Italia, però, il passaggio arriva tra le polemiche. Quattordici associazioni ambientaliste e della società civile contestano il percorso seguito dal Governo e chiedono al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica di rendere pubblico il testo definitivo del Piano, insieme agli esiti della consultazione pubblica.
Il Piano italiano arriva al vaglio dell’Europa
Il Piano nazionale di ripristino rappresenta uno degli strumenti centrali della nuova politica europea sulla biodiversità. L’obiettivo del regolamento è invertire il processo di degrado degli ecosistemi e avviare interventi di recupero degli ambienti naturali, dagli ecosistemi urbani a quelli agricoli, passando per fiumi, boschi, habitat marini e costieri.
Il 1° settembre 2026 rappresenta la scadenza per la presentazione dei Piani nazionali alla Commissione europea, che dovrà successivamente esaminarne contenuti e conformità agli obiettivi fissati a livello comunitario.
Proprio nel giorno della scadenza, le associazioni italiane chiedono quindi che il documento predisposto dal Governo sia reso integralmente accessibile.
Le 14 associazioni: «Manca trasparenza»
A firmare la richiesta sono Apicittadine, Blue Marine Foundation, Centro Italiano Studi Ornitologici, Cipra Italia, Federazione Nazionale Pro Natura, Fondazione Capellino, Fondazione Marevivo, Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio – Difendiamo i territori, Lav, Legambiente, Lipu, Slow Food Italia, Worldrise e WWF Italia.
Il nodo principale riguarda la consultazione pubblica conclusa il 24 giugno.
Secondo le associazioni, non sarebbero ancora stati pubblicati i contributi ricevuti, la loro valutazione né l’indicazione delle osservazioni accolte o respinte. Mancano inoltre, sostengono, i criteri utilizzati per valutare le proposte arrivate durante il confronto pubblico.
Una situazione che, secondo i firmatari, rende difficile capire quanto la partecipazione di associazioni, istituzioni scientifiche, comitati e cittadini abbia effettivamente inciso sulla versione finale del Piano.
Il nodo del verde urbano
Tra gli aspetti che preoccupano maggiormente le associazioni ci sono le possibili modifiche alle misure dedicate agli ecosistemi urbani.
In particolare, vengono citate le richieste avanzate da ANCI e riprese da ANCE, che riguarderebbero alcune delle salvaguardie previste per il verde urbano e la copertura arborea.
Le associazioni temono che possano essere cancellate o indebolite misure relative alla non riduzione del verde urbano, alla tutela della copertura arborea, alla protezione dei suoli non artificializzati e alla sospensione di trasformazioni capaci di determinare nuove perdite.
Se queste modifiche fossero confermate, sostengono i firmatari, il Piano rischierebbe di perdere parte della sua efficacia proprio su uno dei fronti maggiormente esposti agli effetti del cambiamento climatico.
Perché il ripristino della natura è legato al clima
Il tema non riguarda soltanto la conservazione della biodiversità.
Per le associazioni, il ripristino degli ecosistemi rappresenta anche uno degli strumenti attraverso cui aumentare la resilienza dei territori agli effetti della crisi climatica.
Alberi e aree verdi nelle città possono contribuire a mitigare il calore urbano; ecosistemi fluviali e zone umide possono svolgere un ruolo nella gestione dell’acqua; boschi e suoli naturali rappresentano componenti fondamentali degli equilibri ecologici.
Anche gli ambienti marini e costieri sono sottoposti a pressioni crescenti, in un contesto nel quale l’aumento delle temperature e gli eventi estremi stanno modificando rapidamente gli ecosistemi.
«Un’estate che mostra quanto siano urgenti le soluzioni basate sulla natura»
Le associazioni collegano quindi direttamente la discussione sul Piano a quanto osservato durante l’estate.
Secondo i firmatari, proprio gli eventi climatici estremi degli ultimi mesi avrebbero mostrato quanto sia urgente intervenire attraverso soluzioni basate sulla natura, rafforzando la capacità di adattamento di città, campagne, fiumi, foreste e ambienti marini.
L’indebolimento delle misure di ripristino, sostengono, rischierebbe di trasformare il Piano in un’occasione mancata.
Ora la valutazione della Commissione europea
Una volta ricevuto il Piano nazionale, sarà la Commissione europea a esaminarne i contenuti e a valutarne la coerenza con gli obblighi previsti dal Regolamento sul Ripristino della Natura.
Le associazioni chiedono proprio a Bruxelles di prestare particolare attenzione al documento italiano, anche rispetto al tema della partecipazione pubblica.
L’obiettivo è verificare non soltanto la qualità delle misure previste, ma anche il rispetto degli obblighi di partecipazione e trasparenza stabiliti dalla normativa europea.
Un passaggio decisivo per la biodiversità italiana
Il Piano nazionale di ripristino rappresenta dunque un passaggio strategico per la politica ambientale italiana dei prossimi anni.
La partita riguarda il futuro di una grande varietà di ecosistemi e, contemporaneamente, la capacità del Paese di adattarsi a temperature più elevate, siccità, precipitazioni estreme e perdita di biodiversità.
Per le 14 associazioni, il Piano non può però ridursi a un adempimento formale.
«Riportare la Natura nelle nostre Vite», richiamando la Strategia europea per la Biodiversità, «non deve essere solo un atto formale ma un serio impegno delle nostre istituzioni a tutti i livelli».
Ora la parola passa alla Commissione europea, chiamata a valutare il documento italiano.
