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Mosquito Day, l’esperto: «West Nile, Dengue e Chikungunya, serve una difesa permanente»

West Nile, Chikungunya e Dengue non sono più soltanto malattie associate a Paesi lontani. Secondo il direttore scientifico del Biotecnopolo di Siena serve una nuova strategia di sicurezza sanitaria, costruita prima che arrivi la prossima emergenza

Le zanzare non sono più soltanto un fastidio dell’estate. Sono diventate anche un indicatore di come sta cambiando la geografia delle malattie infettive.

A richiamare l’attenzione sul tema è Rino Rappuoli, direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena, in occasione del World Mosquito Day 2026, la Giornata mondiale della zanzara. Il riferimento è soprattutto alle malattie trasmesse da questi insetti, dal West Nile alla Chikungunya, fino alla Dengue, che negli ultimi anni hanno assunto una rilevanza crescente anche in Europa.

«Lo scenario è cambiato e dobbiamo prenderne atto», sottolinea Rappuoli. A modificare la geografia delle malattie contribuiscono diversi fattori: la presenza dei vettori, la mobilità delle persone e le trasformazioni delle condizioni ambientali.

Il messaggio dell’esperto è quindi più ampio del semplice monitoraggio delle zanzare: occorre ripensare la prevenzione delle malattie infettive come una componente permanente della sicurezza sanitaria.

Rino Rappuoli -  direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo (Foto Ufficio

West Nile, Chikungunya e Dengue: perché le zanzare sono un problema sanitario

Il caso più evidente per l’Italia è quello del West Nile virus, ormai stabilmente presente nel nostro Paese.

Ma il virus del Nilo occidentale non è l’unico agente patogeno trasmesso dalle zanzare da tenere sotto osservazione. Dengue e Chikungunya sono altre due infezioni che possono essere introdotte attraverso i viaggi internazionali e, in presenza di vettori competenti e condizioni favorevoli alla trasmissione, dare origine a focolai locali.

Questo non significa che ogni presenza di una zanzara rappresenti un rischio concreto di infezione.

Il punto è un altro: la combinazione tra vettori, persone infette e condizioni ambientali può creare nuove opportunità di trasmissione.

Per questo la sorveglianza deve essere in grado di intercettare rapidamente eventuali segnali.

«Non possiamo aspettare che il problema sia già arrivato»

È proprio sulla preparazione che Rappuoli insiste maggiormente.

«È necessario riconoscere un cambiamento che è già in corso e prepararci di conseguenza», afferma.

La logica è quella della preparedness, cioè della capacità di prepararsi a un’emergenza prima che questa si manifesti.

Un sistema sanitario non dovrebbe quindi iniziare a costruire competenze, laboratori e reti di sorveglianza quando compare una nuova epidemia. Dovrebbe averli già disponibili.

«Non possiamo aspettare che il problema sia già arrivato», sottolinea Rappuoli, ricordando come negli ultimi anni la sanità pubblica abbia dovuto confrontarsi con minacce differenti, dal Covid-19 alle altre malattie infettive emergenti.

La sicurezza sanitaria non si costruisce durante una crisi

La pandemia ha mostrato quanto sia importante poter contare su strutture scientifiche e sanitarie già operative.

Secondo Rappuoli, le reti necessarie per rispondere alle emergenze non possono essere costruite quando il problema è già esploso.

«Le reti scientifiche e le capacità necessarie per rispondere a questi eventi non possono essere costruite durante una crisi, perché a quel punto abbiamo già perso un tempo prezioso», spiega.

È un principio che vale anche per le malattie trasmesse dalle zanzare.

Monitorare la presenza dei vettori, identificare rapidamente un’infezione, sequenziare un patogeno e sviluppare strumenti diagnostici o vaccinali richiede competenze e infrastrutture che devono essere disponibili prima dell’emergenza.

La proposta: un centro permanente per le minacce sanitarie

Da qui la proposta di una struttura dedicata alla preparazione alle nuove emergenze.

«Abbiamo assolutamente bisogno di un centro dedicato a prepararci a questi eventi, una struttura permanente che tuteli la sicurezza sanitaria nazionale», afferma Rappuoli.

L’idea è quella di mantenere nel tempo persone, competenze, laboratori e infrastrutture capaci di lavorare sulla prevenzione anche quando non è in corso un’emergenza.

Un modello che punta quindi a spostare il baricentro della sanità pubblica dalla risposta alla crisi alla preparazione preventiva.

Il ruolo della ricerca: conoscere prima per intervenire più rapidamente

La ricerca scientifica rappresenta l’altro pilastro della strategia.

Oggi le tecnologie permettono di identificare e studiare un patogeno molto più rapidamente rispetto al passato.

«Oggi possiamo studiare un patogeno con una velocità e una precisione che non avevamo in passato», spiega Rappuoli.

Questo significa poter ottenere più rapidamente informazioni sulla struttura di un virus, sulle sue caratteristiche biologiche e sulle possibili contromisure.

Ma la tecnologia funziona davvero soltanto se esiste già un sistema in grado di utilizzarla.

L’intelligenza artificiale entra nella preparazione alle epidemie

Tra gli strumenti che possono accelerare questo processo c’è anche l’intelligenza artificiale.

L’IA può contribuire all’analisi di grandi quantità di dati biologici, alla ricerca di nuovi bersagli terapeutici e all’identificazione di possibili strategie per sviluppare più rapidamente strumenti diagnostici e terapeutici.

Secondo Rappuoli, però, non bisogna confondere la disponibilità della tecnologia con la capacità di utilizzarla.

«Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale possono accelerare ulteriormente questo processo, ma dobbiamo avere già costruito le competenze e le infrastrutture necessarie per utilizzarle».

La vera sfida, quindi, è costruire piattaforme e competenze prima che servano.

Prepararsi anche al virus che ancora non conosciamo

Il problema più difficile è che la prossima emergenza potrebbe essere provocata da un patogeno che oggi non rappresenta ancora una minaccia concreta.

«Non possiamo sapere con certezza quale sarà la prossima minaccia», ammette Rappuoli.

Possiamo però studiare le famiglie di patogeni già conosciute e sviluppare piattaforme che possano essere adattate rapidamente quando emergerà un nuovo agente.

È una strategia particolarmente importante per le malattie infettive emergenti: non sapere quale sarà il prossimo virus non significa essere completamente impreparati.

Significa, piuttosto, costruire strumenti abbastanza flessibili da poter essere utilizzati rapidamente in scenari differenti.

Il cambiamento climatico non è l’unico fattore

Nel dibattito sulle malattie trasmesse dalle zanzare, il cambiamento climatico viene spesso indicato come uno dei principali elementi di trasformazione.

Ma sarebbe riduttivo attribuire a un solo fattore l’espansione del rischio.

La distribuzione delle malattie trasmesse da vettori dipende da una combinazione di temperatura e condizioni ambientali, presenza e distribuzione delle zanzare, mobilità internazionale, urbanizzazione, caratteristiche degli ecosistemi e capacità dei sistemi sanitari di individuare rapidamente i casi.

Il risultato è uno scenario più dinamico rispetto al passato, nel quale la sorveglianza deve essere in grado di adattarsi rapidamente.

Dalla zanzara alla sicurezza sanitaria

La riflessione di Rappuoli parte quindi da un insetto molto comune, ma arriva a una questione molto più grande.

Il punto non è soltanto capire dove siano presenti le zanzare o quanti casi di West Nile vengano registrati durante l’estate.

La vera sfida è costruire un sistema capace di intercettare, studiare e contenere una nuova minaccia prima che diventi una crisi.

«Più conoscenza produciamo prima di una crisi, maggiore sarà la nostra capacità di rispondere quando servirà», conclude Rappuoli.

Ed è probabilmente questa la lezione più importante del World Mosquito Day 2026: non possiamo sapere quale sarà la prossima epidemia, ma possiamo decidere oggi quanto saremo preparati quando arriverà.

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