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Perché tornare sulla Luna oggi è più difficile che andarci nel 1969

L’astronauta italiano Luca Parmitano potrebbe ricoprire il ruolo di pilota nella missione Artemis III. A più di mezzo secolo dall’ultimo allunaggio, il ritorno dell’uomo sulla Luna appare vicino. Eppure, nonostante tecnologie infinitamente più avanzate rispetto agli anni Sessanta, l’impresa è diventata in molti aspetti ancora più difficile.

Quando si pensa all’esplorazione spaziale, viene spontaneo immaginare che il progresso tecnologico renda ogni missione più semplice della precedente. Se nel 1969 l’umanità è riuscita a portare due astronauti sulla Luna con computer meno potenti di uno smartphone moderno, perché oggi servono anni di preparazione, miliardi di dollari e continui rinvii per tornare sul nostro satellite?

La domanda è tornata di attualità dopo le indiscrezioni che vedrebbero Luca Parmitano tra i possibili protagonisti di Artemis III, la missione della NASA destinata a riportare esseri umani sulla superficie lunare per la prima volta dal 1972.

La risposta, però, è meno intuitiva di quanto sembri.

L’ultima volta che l’uomo camminò sulla Luna è passato più di mezzo secolo

L’ultimo essere umano a lasciare un’impronta sul suolo lunare fu Eugene Cernan nel dicembre del 1972.

Da allora nessuno è più tornato. Per oltre cinquant’anni la Luna è rimasta osservata da lontano, studiata con sonde robotiche e orbitatori, ma mai più raggiunta da equipaggi umani. Questo significa che Artemis III non rappresenta semplicemente una nuova missione spaziale. Si tratta di ricostruire capacità operative che non vengono utilizzate da generazioni.

Molti ingegneri che lavorarono al programma Apollo non sono più in attività e gran parte delle tecnologie originali non esiste più o sarebbe impossibile da replicare con gli standard moderni.

In un certo senso, la NASA non sta ripetendo una missione già fatta: la sta reinventando.

Il programma Apollo aveva un obiettivo più semplice

Può sembrare paradossale, ma il programma Apollo aveva una missione più limitata rispetto ad Artemis. Negli anni Sessanta l’obiettivo era chiaro: battere l’Unione Sovietica nella corsa allo spazio. L’importante era arrivare sulla Luna e tornare vivi.

Le missioni Apollo restavano sulla superficie per pochi giorni, raccoglievano campioni e rientravano sulla Terra. Artemis, invece, ha ambizioni molto più ampie. L’obiettivo non è effettuare una breve visita, ma preparare una presenza umana sostenibile. Le missioni future dovranno permettere permanenze più lunghe, attività scientifiche più complesse e, soprattutto, gettare le basi per l’esplorazione di Marte.

In altre parole, non si tratta più di piantare una bandiera, ma di imparare a vivere lontano dalla Terra.

Questa volta si punta al polo sud lunare

Un’altra grande differenza riguarda il luogo dell’allunaggio. Le missioni Apollo raggiunsero regioni relativamente vicine all’equatore lunare, scelte perché offrivano condizioni di illuminazione più favorevoli e minori rischi operativi.

Artemis III punta invece al polo sud della Luna. Perché proprio lì? La risposta è l’acqua. Negli ultimi anni diverse missioni hanno individuato tracce significative di ghiaccio d’acqua all’interno di crateri che non ricevono mai luce solare diretta.

Queste riserve potrebbero rivelarsi fondamentali per il futuro dell’esplorazione spaziale. L’acqua non serve soltanto per bere. Può essere utilizzata per produrre ossigeno, carburante e altre risorse essenziali per basi permanenti e missioni verso Marte.

Raggiungere il polo sud, però, significa operare in un ambiente molto più complesso rispetto alle missioni Apollo.

Atterrare sulla Luna resta una delle manovre più difficili che esistano

Molti immaginano che il problema principale sia arrivare fino alla Luna.

In realtà una delle fasi più critiche è l’allunaggio. La Luna non possiede un’atmosfera significativa. Questo significa che non è possibile utilizzare paracadute per rallentare la discesa come avviene su Marte o sulla Terra. L’intera frenata deve essere affidata ai motori. Un piccolo errore nei calcoli può compromettere l’intera missione. Inoltre il terreno lunare presenta pendii, massi, crateri e superfici irregolari che rendono necessario individuare zone sicure con estrema precisione.

Artemis utilizzerà sistemi di navigazione e sensori infinitamente più sofisticati rispetto a quelli disponibili negli anni Sessanta, ma proprio per questo le aspettative di sicurezza sono molto più elevate.

Le radiazioni rappresentano una minaccia concreta

Una delle differenze più importanti rispetto alla permanenza in orbita terrestre riguarda l’esposizione alle radiazioni.

Gli astronauti che vivono sulla Stazione Spaziale Internazionale sono in parte protetti dal campo magnetico terrestre. Chi viaggia verso la Luna esce invece da questo scudo naturale. Durante una missione gli astronauti possono essere esposti a particelle energetiche provenienti dal Sole e dallo spazio profondo. Una forte tempesta solare nel momento sbagliato potrebbe rappresentare un serio problema per la salute dell’equipaggio.

Per questo motivo il monitoraggio dell’attività solare è diventato una componente fondamentale delle missioni lunari moderne.

La Luna è un ambiente più ostile di quanto sembri

A prima vista la superficie lunare appare immobile e tranquilla. In realtà è un ambiente estremo.

Le temperature possono variare da oltre 120 gradi Celsius nelle zone illuminate a meno 170 gradi nelle aree in ombra.

Non esiste atmosfera respirabile. Non esiste protezione naturale dalle radiazioni. La polvere lunare, inoltre, rappresenta una delle principali preoccupazioni degli ingegneri. Si tratta di particelle finissime e abrasive che possono danneggiare strumenti, tute spaziali e sistemi meccanici. Durante le missioni Apollo questa polvere causò diversi problemi agli astronauti.

Oggi la NASA sta sviluppando nuove tecnologie proprio per affrontare questa sfida.

Perché Artemis guarda già oltre la Luna

Il vero obiettivo del programma Artemis potrebbe non essere la Luna. O almeno, non soltanto.

Per molte agenzie spaziali il nostro satellite rappresenta un banco di prova per le future missioni verso Marte.

Un viaggio sul Pianeta Rosso richiederà permanenze molto più lunghe nello spazio, autonomia operativa e capacità di utilizzare risorse locali. La Luna offre l’opportunità di sperimentare queste tecnologie relativamente vicino alla Terra.

Se qualcosa dovesse andare storto, un equipaggio può rientrare in pochi giorni. Da Marte servirebbero mesi. Per questo molti esperti descrivono Artemis come il ponte tra l’era Apollo e la futura esplorazione del Sistema Solare.

Il possibile ruolo di Luca Parmitano

In questo contesto si inseriscono le indiscrezioni che vedrebbero Luca Parmitano tra i possibili protagonisti di Artemis III.

L’astronauta italiano è considerato uno dei membri più esperti del corpo astronauti europeo e vanta una lunga esperienza nello spazio, incluse attività extraveicolari e il comando della Stazione Spaziale Internazionale.

La scelta finale dell’equipaggio non è ancora stata ufficializzata, ma la possibilità che un italiano partecipi alla missione che riporterà l’umanità sulla Luna rappresenterebbe un momento storico per il nostro Paese.

Soprattutto perché Artemis III non sarà semplicemente un ritorno al passato.

Sarà il primo passo verso una nuova fase dell’esplorazione umana dello spazio, in cui la Luna potrebbe trasformarsi da meta simbolica a vera e propria frontiera permanente.

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