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Guerra economica all’Iran, nuova stangata per gli italiani? Benzina, gasolio e prezzi a rischio

L’escalation tra Stati Uniti e Iran riaccende l’allarme sui prezzi dell’energia. Il punto più delicato resta lo Stretto di Hormuz, dove il traffico delle navi è fortemente rallentato. Per le famiglie italiane il rischio è una nuova ondata di rincari che, dai carburanti, potrebbe trasferirsi a trasporti, spesa e servizi. Il Codacons chiede al governo di prepararsi a intervenire.

Per gli italiani la guerra in Medio Oriente rischia di trasformarsi ancora una volta in una questione molto concreta: quanto costerà fare il pieno, spostarsi, fare la spesa e pagare le bollette nei prossimi mesi?

L’ultimo allarme arriva dal Codacons, che, commentando l’annuncio di una nuova fase di pressione economica statunitense sull’Iran, parla del rischio di una vera e propria “catastrofe” per i consumatori. Il timore è che l’escalation geopolitica finisca per alimentare ulteriormente le quotazioni del petrolio e, a cascata, i costi di carburanti, trasporti e beni di consumo.

Non è però necessario aspettare uno scenario estremo per vedere gli effetti della crisi. Il caro carburanti è già una realtà: secondo i dati riportati da RaiNews il 19 agosto il gasolio aveva raggiunto una media di 2,107 euro al litro sulla rete stradale nazionale e 2,178 euro in autostrada.

E proprio nei prossimi giorni potrebbe arrivare un altro passaggio delicato: il 25 agosto è prevista la scadenza dell’attuale riduzione delle accise sui carburanti.

Perché l’Iran può far aumentare la benzina anche in Italia

Il collegamento può sembrare lontano, ma è diretto.

L’Iran è uno dei grandi protagonisti del mercato energetico mondiale e soprattutto si trova accanto allo Stretto di Hormuz, uno dei principali chokepoint attraverso cui transitano le forniture energetiche internazionali.

Negli ultimi giorni il traffico attraverso lo stretto è drasticamente rallentato. Reuters ha riferito che il numero di navi in transito è sceso a livelli molto inferiori alla normalità, mentre l’escalation tra Washington e Teheran continua ad alimentare l’incertezza sui rifornimenti.

Questo è fondamentale perché il mercato del petrolio non ha bisogno che le forniture vengano completamente interrotte per reagire.

È sufficiente che aumenti il rischio di una carenza futura.

Quando gli operatori temono che possa arrivare meno petrolio sul mercato, il prezzo tende a incorporare immediatamente questo rischio. Ed è proprio quello che è avvenuto nelle ultime settimane.

Il 18 agosto il Brent ha chiuso intorno ai 91 dollari al barile, sui massimi da oltre tre settimane, proprio mentre aumentavano le preoccupazioni sulla situazione nello Stretto di Hormuz.

Il primo effetto si vede al distributore

Il consumatore italiano è esposto soprattutto attraverso benzina e gasolio.

Il meccanismo è relativamente semplice: se il costo del petrolio e dei prodotti raffinati aumenta, prima o poi una parte dell’incremento può arrivare ai distributori.

Ma attenzione: un aumento del petrolio di 10 dollari non significa automaticamente un aumento della benzina di 10 centesimi al litro.

Sul prezzo finale incidono infatti diversi elementi: quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, cambio euro-dollaro, costi di distribuzione, margini della filiera, accise e Iva.

Per questo il trasferimento dal prezzo del greggio al prezzo alla pompa non è né immediato né perfettamente proporzionale.

Tuttavia, quando lo shock energetico è forte e prolungato, gli effetti possono diventare molto visibili.

E gli automobilisti italiani stanno già pagando prezzi elevati.

Gasolio verso i 3 euro: è davvero possibile?

Il Codacons ha rilanciato lo scenario di un gasolio vicino ai 3 euro al litro nel caso di un ulteriore deterioramento della crisi.

È importante però distinguere tra allarme e previsione.

Il raggiungimento dei 3 euro non è un dato già acquisito né una previsione certa. Per arrivare a quei livelli sarebbe necessario uno shock molto significativo e prolungato sulle quotazioni energetiche e sugli approvvigionamenti, oltre agli effetti delle altre componenti che determinano il prezzo finale.

Lo scenario, però, non è completamente scollegato dalla situazione attuale.

Il gasolio in autostrada ha già superato i 2,17 euro al litro e il mercato petrolifero resta esposto alle tensioni nello Stretto di Hormuz.

La distanza tra i prezzi attuali e i 3 euro è quindi ancora significativa, ma un ulteriore shock dell’offerta potrebbe riaprire scenari di forte pressione sui prezzi.

Il problema non riguarda soltanto chi guida

È questo il punto che rischia di essere sottovalutato.

Quando aumenta il diesel non aumenta soltanto il costo per chi deve fare il pieno.

Il gasolio alimenta infatti una parte importante del sistema logistico. Camion, furgoni e altri mezzi utilizzati per trasportare merci consumano carburante. Se il costo del trasporto aumenta, le imprese possono trovarsi a sostenere costi maggiori.

E quei costi possono successivamente essere trasferiti, almeno in parte, sui prezzi finali.

Il percorso può quindi essere:

petrolio più caro → carburanti più cari → trasporto più costoso → distribuzione più costosa → prezzi più elevati nei negozi.

È il cosiddetto effetto a cascata.

Quali prodotti potrebbero rincarare

Non esiste un elenco automatico dei prodotti destinati ad aumentare di prezzo. Ma alcune categorie sono più esposte di altre.

Tra queste ci sono:

  • prodotti alimentari trasportati su lunghe distanze;
  • merci importate;
  • prodotti che richiedono una logistica particolarmente intensa;
  • consegne a domicilio;
  • trasporto su gomma;
  • alcuni servizi legati alla mobilità;
  • biglietti aerei e trasporto marittimo, in caso di aumento dei costi energetici.

L’effetto, inoltre, potrebbe non essere immediato.

Un’azienda che acquista carburante oggi potrebbe avere contratti di fornitura, scorte o prezzi già concordati. Al contrario, una crisi prolungata può progressivamente trasferire l’aumento lungo la filiera.

E le bollette di luce e gas?

Anche qui il collegamento esiste, ma bisogna evitare semplificazioni.

Un aumento del petrolio non determina automaticamente un aumento identico delle bollette elettriche o del gas.

I mercati dell’elettricità e del gas hanno dinamiche proprie e dipendono da numerosi fattori, tra cui domanda, disponibilità delle forniture, stoccaggi, produzione nazionale, importazioni e condizioni meteorologiche.

Tuttavia, una crisi energetica prolungata può aumentare la pressione complessiva sul sistema.

Già nei mesi scorsi l’impatto della guerra in Iran sui prezzi dell’energia è stato indicato tra i principali fattori di pressione sull’inflazione.

Per le famiglie significa che il problema non è soltanto il prezzo del pieno, ma il possibile aumento generalizzato dei costi legati all’energia.

Quanto pesa già oggi il caro carburanti sulle famiglie

Il problema arriva in una fase nella quale gli automobilisti italiani hanno già dovuto fare i conti con prezzi elevati.

A luglio il Codacons aveva stimato una spesa complessiva degli italiani per i rifornimenti di circa 10,8 miliardi di euro nei soli mesi di luglio e agosto, con quasi 2 miliardi in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il quadro è quindi particolarmente delicato perché un eventuale nuovo shock non partirebbe da prezzi bassi, ma da un livello già elevato.

E c’è un’altra scadenza da tenere d’occhio.

Il 25 agosto scade il taglio delle accise

Il governo ha introdotto una riduzione temporanea della componente fiscale sui carburanti per contenere gli effetti della crisi energetica.

Secondo i dati riportati da RaiNews, la misura attualmente in vigore prevede una riduzione di 17 centesimi di euro sulle accise e scadrà il 25 agosto.

La coincidenza temporale con una nuova fase di tensione sui mercati petroliferi rende il passaggio particolarmente delicato.

Se la misura non fosse prorogata e contemporaneamente le quotazioni internazionali continuassero a salire, gli automobilisti potrebbero trovarsi a fronteggiare due spinte al rialzo contemporaneamente: una proveniente dal mercato e una dalla fine dello sconto fiscale.

Cosa può fare il governo

Il Codacons chiede all’esecutivo di non aspettare che l’eventuale nuova ondata di rincari si trasferisca completamente sui consumatori.

Tra le richieste dell’associazione c’è anche quella di garantire la piena disponibilità delle scorte petrolifere strategiche nazionali, preparandosi a utilizzarle nel caso di problemi negli approvvigionamenti.

Le riserve strategiche rappresentano infatti una sorta di assicurazione per il sistema energetico: non servono a mantenere artificialmente basso il prezzo del petrolio, ma possono contribuire ad affrontare eventuali emergenze nelle forniture.

Sul fronte dei consumatori, le possibili misure sono diverse: interventi fiscali temporanei sui carburanti, sostegni mirati alle famiglie più esposte, monitoraggio dei prezzi e strumenti per evitare che aumenti anomali si trasferiscano lungo la filiera senza giustificazione.

Cosa può fare il consumatore

Di fronte a una crisi internazionale non esistono strategie che possano annullare l’aumento del prezzo del petrolio. Ma qualche accorgimento può aiutare a limitare l’impatto sul bilancio familiare.

Il primo è confrontare i prezzi dei distributori, soprattutto per chi deve fare rifornimenti frequenti. In una fase di forte volatilità anche differenze di pochi centesimi al litro possono diventare significative nell’arco di un anno.

È inoltre utile evitare di aspettare l’ultimo momento per fare il pieno quando si sa di dover affrontare lunghi spostamenti, senza però cadere nella corsa all’accaparramento.

Per chi utilizza quotidianamente l’auto, può essere utile calcolare il costo reale degli spostamenti e valutare, quando possibile, alternative come trasporto pubblico, car sharing o condivisione dei tragitti.

Non sono soluzioni capaci di modificare il mercato del petrolio, ma possono ridurre la quantità di carburante acquistata e quindi l’esposizione della singola famiglia ai rincari.

La vera incognita è Hormuz

Il punto decisivo delle prossime settimane rimane lo Stretto di Hormuz.

Se il traffico energetico dovesse tornare gradualmente alla normalità, una parte del premio di rischio incorporato nei prezzi potrebbe ridursi.

Se invece le tensioni dovessero aumentare e le difficoltà nei trasporti marittimi diventassero più persistenti, la pressione sui mercati potrebbe intensificarsi.

Il 21 agosto il Brent viaggiava intorno ai 93,6 dollari al barile, con un aumento settimanale del 5,8%, mentre Reuters segnalava che il traffico attraverso Hormuz era sceso a circa la metà dei livelli precedenti alla crisi.

È questo il dato da monitorare più attentamente: non soltanto il prezzo del petrolio di oggi, ma quanto a lungo dureranno le difficoltà negli approvvigionamenti.

Dal petrolio alla spesa: il rischio per gli italiani

La nuova escalation economica contro l’Iran arriva quindi in un momento già difficile per i consumatori italiani.

Il rischio non è soltanto quello di vedere aumentare ancora il costo della benzina o del gasolio. Se lo shock energetico dovesse diventare duraturo, potrebbe propagarsi attraverso trasporti, logistica e produzione fino ad arrivare ai prezzi di beni e servizi.

Per questo la soglia dei 3 euro al litro evocata dal Codacons va considerata uno scenario di forte stress e non una certezza.

La certezza, invece, è che l’energia resta uno dei principali canali attraverso cui una crisi geopolitica internazionale può entrare direttamente nel bilancio delle famiglie.

E per chi oggi deve fare il pieno, la domanda non è più soltanto quanto costa il petrolio dall’altra parte del mondo.

È quanto di quella crisi finirà, nei prossimi mesi, dentro il prezzo di ogni litro di carburante e dentro il carrello della spesa.

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