Un cortocircuito normativo che rischia di demolire la credibilità delle politiche ambientali dell’Unione Europea e delle grandi maison della moda internazionale. Con l’approvazione dell’atto delegato dello scorso 13 luglio, la Commissione Europea ha confermato l’esclusione della pelle dal perimetro del Regolamento Anti-Deforestazione (EUDR).
Il risultato è un paradosso grottesco: la carne di un bovino allevato in terreni deforestati resta severamente vietata sul mercato europeo, ma la pelle dello stesso animale potrà continuare a circolare liberamente, trasformata in borse, scarpe e rivestimenti di lusso, senza alcun obbligo di tracciabilità o due diligence.
I numeri shock dell’UE: la decisione politica che ignora i dati scientifici
A rendere la decisione ancora più contestata sono i dati tecnici emersi dallo stesso Staff Working Document elaborato dagli uffici della Commissione Europea. I numeri ufficiali certificano che la scelta di piegarsi alle pressioni delle lobby conciarie e della moda va direttamente contro l’evidenza scientifica ed economica:
- Benefici ambientali persi: Il mantenimento della pelle nella norma avrebbe generato benefici ambientali stimati tra i 979 milioni e gli 1,98 miliardi di euro all’anno.
- Costi di adeguamento per le aziende: La spesa di compliance per l’intero settore si sarebbe fermata ad appena 16,7 milioni di euro all’anno.
- Rapporto Benefici-Costi: I benefici per la tutela del pianeta avrebbero superato i costi di adeguamento di oltre 100 volte.
Nonostante tutti i parametri quantitativi e i codici doganali analizzati dai tecnici confermassero la necessità di includere la pelle, la Commissione ha optato per una valutazione “qualitativa”, giustificando il colpo di spugna con motivi di minor valore economico e asimmetrie commerciali.
La condanna della LAV: “Il silenzio della moda è complicità”
Dura la presa di posizione della LAV (Lega Anti Vivisezione), che accusa direttamente i giganti del lusso di Greenwashing strutturale.
“Questa distinzione è priva di qualunque logica ambientale – dichiara Simone Pavesi, Responsabile LAV Area Moda Animal Free – ed è l’ennesima dimostrazione che la sostenibilità nella moda resta troppo spesso un mero esercizio di comunicazione. I marchi che rivendicano gli Obiettivi SDG 2030 nei loro bilanci non hanno speso una sola parola per difendere una norma capace di generare fino a 2 miliardi di euro l’anno di benefici ambientali. Il silenzio ha lo stesso peso del lobbying dichiarato”.
Secondo la LAV, la vera svolta ecologica non può più passare dalle promesse della filiera conciaria, ma deve accelerare l’adozione di materiali di nuova generazione (next-gen) e alternative animal free, capaci di svincolare l’industria della moda dagli allevamenti intensivi e dal consumo di suolo.
La battaglia non è finita: Parlamento e Consiglio UE possono ancora fermare l’atto
La decisione della Commissione non è tuttavia definitiva. Trattandosi di un atto delegato, il testo deve ora superare il vaglio delle altre due istituzioni comunitarie: il Parlamento Europeo e il Consiglio.
Le istituzioni hanno tempo fino a metà settembre 2026 per sollevare un’obiezione formale e bloccare l’entrata in vigore del provvedimento. Il mondo dell’ecologismo e della moda sostenibile si sta già mobilitando per chiedere agli eurodeputati di bocciare un testo costruito sulle pressioni dei gruppi d’interesse commerciali anziché sui dati scientifici ufficiali.
