Un intervento nato durante la siccità in California ha trasformato un bacino idrico in una superficie nera: dietro le 96 milioni di sfere si nasconde un sistema ingegneristico pensato per ridurre evaporazione e proteggere la qualità dell’acqua.
Ogni episodio racconta una soluzione insolita, sperimentale o innovativa nata per affrontare una sfida ambientale reale. Idee che a prima vista sembrano strane, ma che spiegano come città, scienziati e ingegneri stiano ripensando il nostro rapporto con il pianeta.
Quando le immagini fecero il giro del mondo, nel 2015, sembravano quasi irreali. Un grande bacino idrico alle porte di Los Angeles era stato completamente ricoperto da milioni di sfere di plastica nere, tanto da trasformare la superficie dell’acqua in una distesa uniforme e scura.
Sui social e nei media le interpretazioni si moltiplicarono: c’era chi parlava di un’opera d’arte, chi di un esperimento bizzarro e chi addirittura di una gigantesca operazione estetica.
La realtà era molto diversa.
Quelle 96 milioni di “shade balls” – letteralmente “sfere ombreggianti” – rappresentavano una delle soluzioni più originali mai adottate da una grande città per proteggere la propria riserva di acqua potabile durante uno dei periodi di siccità più gravi della storia recente della California.
Una crisi idrica senza precedenti
All’inizio degli anni 2010 la California attraversava una delle peggiori crisi idriche mai registrate.
Le precipitazioni diminuivano, i bacini si svuotavano e milioni di persone dipendevano da sistemi di approvvigionamento sempre più sotto pressione. Los Angeles, una metropoli costruita in un territorio naturalmente povero d’acqua, doveva trovare soluzioni rapide per proteggere una risorsa sempre più preziosa.
Fu in questo contesto che il Los Angeles Department of Water and Power (LADWP) decise di intervenire sul Los Angeles Reservoir, uno dei principali bacini utilizzati per lo stoccaggio dell’acqua destinata alla rete idrica cittadina.
L’idea era semplice quanto insolita: creare una barriera galleggiante capace di schermare la superficie del lago dalla luce solare.
Non servivano solo contro la siccità
La convinzione più diffusa è che le palline fossero state progettate esclusivamente per limitare l’evaporazione.
In realtà questa era soltanto una delle loro funzioni.
Le sfere, realizzate in polietilene ad alta densità e riempite parzialmente d’acqua per resistere al vento, avevano il compito di oscurare la superficie del bacino e rispondere contemporaneamente a diversi problemi ambientali.
Riducendo la luce che raggiungeva l’acqua, contribuivano infatti a rallentare l’evaporazione, limitavano la crescita delle alghe e scoraggiavano la presenza di uccelli acquatici, che potevano contaminare il bacino.
Ma soprattutto affrontavano un problema poco conosciuto dal grande pubblico: la formazione del bromato, un composto chimico classificato come potenzialmente cancerogeno.
Il problema invisibile nascosto nell’acqua
L’acqua destinata al consumo umano viene disinfettata con il cloro per eliminare batteri e altri microrganismi.
Quando però nell’acqua sono naturalmente presenti bromuri, l’esposizione prolungata ai raggi ultravioletti può favorire la formazione del bromato.
Le shade balls funzionavano quindi come un enorme schermo solare: impedendo alla luce di raggiungere direttamente l’acqua, riducevano il rischio che questa reazione chimica si verificasse.
In altre parole, quelle milioni di sfere non proteggevano soltanto una riserva idrica dalla perdita di acqua, ma contribuivano anche a mantenerne la qualità.
Un’idea semplice per evitare un’opera molto più costosa
La scelta delle palline non fu casuale neppure dal punto di vista economico.
Per rispettare le normative federali sulla qualità dell’acqua, Los Angeles avrebbe potuto coprire completamente il bacino con una struttura rigida.
Si trattava però di un intervento molto più oneroso e complesso.
Le shade balls rappresentavano una soluzione temporanea ma efficace, con costi decisamente inferiori e tempi di realizzazione molto più rapidi.
Ogni sfera aveva un diametro di circa dieci centimetri e costava poche decine di centesimi di dollaro. Insieme formarono una copertura galleggiante capace di adattarsi naturalmente ai movimenti dell’acqua.
L’esperimento funzionò davvero?
Secondo il LADWP, il sistema contribuì effettivamente a ridurre l’evaporazione e a proteggere la qualità dell’acqua durante gli anni più critici della siccità.
Le shade balls divennero rapidamente un simbolo dell’ingegneria ambientale applicata alla gestione delle risorse idriche, attirando l’attenzione di ricercatori, amministrazioni pubbliche e media internazionali.
Naturalmente non mancò il dibattito.
Alcuni esperti si interrogarono sull’impatto ambientale di una così grande quantità di materiale plastico esposto per anni agli agenti atmosferici, mentre altri sottolinearono come si trattasse di una soluzione emergenziale, utile ma non risolutiva rispetto ai problemi strutturali della gestione dell’acqua in California.
Che fine hanno fatto le palline nere?
Contrariamente a quanto molti pensano, oggi quel lago non è più ricoperto dalle celebri sfere.
Negli anni successivi il bacino è stato interessato da importanti lavori di riqualificazione e adeguamento delle infrastrutture idriche. Le shade balls sono state progressivamente rimosse e gran parte del materiale è stato avviato al riciclo.
La loro storia, però, continua a essere citata come uno degli esempi più originali di adattamento ambientale sperimentati da una grande città.
Quando le idee più strane raccontano il futuro
La vicenda delle palline nere di Los Angeles mostra come l’adattamento ai cambiamenti ambientali non passi sempre attraverso grandi opere o tecnologie futuristiche.
A volte nasce da intuizioni semplici, capaci di affrontare contemporaneamente problemi diversi: risparmiare acqua, proteggerne la qualità e ridurre i costi.
Non tutte queste soluzioni restano definitive. Alcune vengono sostituite, altre migliorate, altre ancora rimangono esperimenti.
Ma tutte raccontano la stessa realtà: mentre il clima cambia e le risorse naturali diventano sempre più preziose, città e infrastrutture sono chiamate a sperimentare strategie nuove, spesso sorprendenti, per adattarsi a un mondo che cambia più rapidamente di quanto accadesse in passato.
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