Marevivo chiede di fermare i nuovi impianti finanziati dal PNRR: “Servono studi indipendenti”. Ma il dibattito va oltre la Sicilia e riguarda il futuro della gestione dell’acqua nel Mediterraneo.
Le isole Eolie vivono da sempre con un problema che ogni estate diventa più evidente: l’acqua dolce è una risorsa limitata, mentre la domanda cresce insieme ai flussi turistici. Per questo il Governo ha previsto, anche attraverso fondi del PNRR, la realizzazione di nuovi impianti di dissalazione ad Alicudi, Filicudi, Panarea e Stromboli, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle navi cisterna e rendere più stabile l’approvvigionamento idrico.
Ma proprio mentre i cantieri sono pronti a partire, il progetto incontra una nuova opposizione.
La Fondazione Marevivo ha chiesto al Ministero dell’Ambiente e al Comune di Lipari la sospensione cautelativa dell’iter autorizzativo, chiedendo che vengano resi pubblici gli studi scientifici sugli impatti ambientali e che si apra un confronto con comunità locali, ricercatori ed enti competenti.
La questione, però, va oltre il caso delle Eolie. Al centro c’è una domanda che riguarda sempre più territori costieri: i dissalatori rappresentano davvero la soluzione alla crisi idrica oppure rischiano di spostare il problema dall’acqua all’ambiente marino?
Perché sempre più territori guardano alla dissalazione
Con il cambiamento climatico, periodi di siccità più lunghi e precipitazioni sempre più irregolari stanno mettendo sotto pressione le riserve di acqua dolce, soprattutto nelle isole e nelle aree costiere del Mediterraneo.
La dissalazione permette di trasformare l’acqua di mare in acqua potabile attraverso membrane ad alta pressione. Una tecnologia che negli ultimi decenni si è diffusa rapidamente in Paesi come Israele, Arabia Saudita, Spagna e Australia, dove rappresenta ormai una componente stabile della sicurezza idrica.
Anche in Italia il tema è tornato al centro del dibattito. La crescente vulnerabilità delle isole minori e delle regioni meridionali rende questi impianti una delle opzioni più frequentemente considerate per affrontare la scarsità d’acqua.
Il nodo della salamoia
Se il principale vantaggio dei dissalatori è produrre acqua potabile dal mare, il loro principale punto critico riguarda ciò che resta dopo il processo.
Per ogni litro di acqua dolce ottenuto viene infatti generata una soluzione ad altissima concentrazione di sale, la cosiddetta salamoia, spesso contenente anche residui dei prodotti chimici utilizzati negli impianti.
Quando viene reimmessa in mare, questa miscela può aumentare localmente la salinità dell’acqua, modificando gli equilibri degli ecosistemi costieri.
La letteratura scientifica internazionale e le linee guida dell’UNEP dedicano particolare attenzione proprio a questo aspetto, indicando la necessità di valutare attentamente posizione degli scarichi, correnti marine, profondità dei fondali e caratteristiche degli habitat interessati.
La Posidonia sotto osservazione
Uno degli elementi che preoccupa maggiormente gli ambientalisti riguarda la Posidonia oceanica, pianta marina endemica del Mediterraneo e habitat prioritario protetto dall’Unione europea.
Le praterie di Posidonia svolgono un ruolo essenziale: producono ossigeno, assorbono anidride carbonica, proteggono le coste dall’erosione e ospitano centinaia di specie animali e vegetali.
Secondo Marevivo, qualsiasi nuovo impianto dovrebbe essere preceduto da studi indipendenti che valutino gli effetti degli scarichi ipersalini proprio su questi ecosistemi, particolarmente delicati.
La Fondazione richiama anche uno studio del professor Francesco Aliberti dell’Università Federico II di Napoli, che sul dissalatore già presente a Lipari ha evidenziato possibili fenomeni di stress cronico per il biota marino in prossimità degli scarichi.
Il vero problema è l’acqua o la sua gestione?
Nel documento inviato alle istituzioni, Marevivo non contesta la dissalazione in quanto tecnologia.
La Fondazione sostiene piuttosto che dovrebbe rappresentare l’ultima opzione, dopo aver verificato l’assenza di alternative sostenibili, come prevede anche la Legge SalvaMare.
Tra le possibili soluzioni vengono indicati la riduzione delle perdite della rete idrica, il recupero delle acque reflue depurate, la raccolta delle acque piovane, una gestione più efficiente dei consumi turistici e, per i picchi estivi, persino l’impiego di navi dissalatrici mobili, evitando così la realizzazione di nuovi impianti permanenti.
Il tema è particolarmente delicato nelle isole minori, dove la popolazione residente aumenta improvvisamente durante l’estate. Costruire infrastrutture dimensionate sui mesi di massima affluenza potrebbe infatti significare realizzare impianti destinati a funzionare ben al di sotto delle loro potenzialità per gran parte dell’anno.
Un dilemma destinato a diventare sempre più frequente
Il caso delle Eolie racconta una trasformazione più ampia che riguarda tutto il Mediterraneo.
Da una parte cresce la necessità di garantire acqua potabile in territori sempre più esposti alla siccità; dall’altra aumenta la consapevolezza che ogni soluzione tecnologica produce inevitabilmente nuovi impatti ambientali.
La vera sfida, probabilmente, non è scegliere se costruire o meno un dissalatore. È capire dove, quando e con quali garanzie scientifiche farlo, evitando che una risposta alla crisi climatica diventi, a sua volta, un nuovo fattore di pressione sugli ecosistemi marini più fragili.
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