Sotto le città, le campagne e perfino sotto alcune delle strade che percorriamo ogni giorno esiste un mondo invisibile. È fatto di pozzi, gallerie, cave dismesse, cunicoli, cavità naturali e infrastrutture sotterranee che spesso sfuggono all’attenzione di chi vive in superficie. Nella maggior parte dei casi non rappresentano alcun pericolo, ma quando vengono dimenticati, trascurati o semplicemente non censiti possono trasformarsi in una minaccia improvvisa.
A riportare l’attenzione su questo tema è anche il quarantacinquesimo anniversario della tragedia di Alfredino Rampi, il bambino di sei anni che nel giugno del 1981 cadde in un pozzo artesiano a Vermicino, alle porte di Roma. Per tre giorni l’Italia seguì in diretta i disperati tentativi di salvataggio. Una vicenda che segnò profondamente il Paese e che ancora oggi rappresenta uno dei casi più noti della cronaca italiana.
Ma al di là della memoria collettiva, quella tragedia pone una domanda ancora attuale: quanto conosciamo davvero ciò che si trova sotto i nostri piedi?
La tragedia di Vermicino e il problema dei pozzi abbandonati
Il pozzo in cui precipitò Alfredino era stato scavato per la ricerca di acqua ma non era stato adeguatamente messo in sicurezza. Negli anni Ottanta la sensibilità verso questi temi era molto diversa da quella odierna e il controllo del territorio risultava meno strutturato rispetto agli standard attuali.
Da allora la normativa sulla sicurezza è cambiata e sono aumentati i controlli. Tuttavia il problema dei pozzi abbandonati non è scomparso. In Italia esistono migliaia di perforazioni realizzate nel corso dei decenni per uso agricolo, industriale o domestico. Non tutte risultano facilmente censibili e non tutte sono state correttamente chiuse al termine del loro utilizzo.
In molte aree rurali è ancora possibile imbattersi in vecchi pozzi, talvolta nascosti dalla vegetazione o coperti in modo precario. Si tratta di situazioni che possono rappresentare un rischio non soltanto per le persone, ma anche per gli animali e per le stesse falde acquifere.
Quanti pozzi esistono davvero in Italia?
Rispondere a questa domanda non è semplice.
L’Italia è uno dei Paesi europei che fa maggiore affidamento sulle acque sotterranee. Secondo i dati degli enti che si occupano della gestione delle risorse idriche, una quota significativa dell’acqua utilizzata per usi civili, agricoli e industriali proviene proprio dalle falde.
Per raggiungerle, nel corso degli anni sono stati realizzati centinaia di migliaia di pozzi. Molti sono regolarmente autorizzati e monitorati. Altri risalgono a decenni fa e sono stati progressivamente abbandonati. In alcuni casi la documentazione originaria è andata perduta o risulta incompleta.
Il risultato è che in molte aree del Paese esiste una rete sotterranea di opere di cui non sempre si conoscono posizione, stato di conservazione e livello di sicurezza.
Non ci sono solo i pozzi: il rischio delle cavità sotterranee
Quando si parla di pericoli nascosti nel sottosuolo, i pozzi rappresentano soltanto una parte del problema.
L’Italia è caratterizzata da una straordinaria complessità geologica e storica. Per secoli sono state scavate miniere, cave, gallerie e cunicoli destinati agli usi più diversi. Molte città conservano nel sottosuolo vere e proprie reti di cavità artificiali.
A Roma esistono chilometri di catacombe, cave di pozzolana e gallerie storiche. A Napoli il sottosuolo è attraversato da una fitta rete di cavità scavate nel tufo nel corso dei secoli. In diverse regioni italiane si trovano inoltre miniere dismesse, cave abbandonate e opere idrauliche ormai fuori uso.
La presenza di queste strutture non implica automaticamente un pericolo. Tuttavia, quando vengono meno le attività di monitoraggio o manutenzione, possono verificarsi cedimenti localizzati con conseguenze anche significative.
Quando il terreno cede: cosa sono le sinkhole
Tra i fenomeni più spettacolari e temuti legati al sottosuolo ci sono le sinkhole, spesso chiamate semplicemente “voragini”.
Si tratta di depressioni o collassi del terreno che possono svilupparsi gradualmente oppure comparire in modo improvviso. Le loro dimensioni variano da pochi metri fino a decine di metri di larghezza e profondità.
Le cause possono essere diverse.
In alcuni casi il fenomeno è naturale. L’acqua sotterranea dissolve lentamente rocce particolarmente solubili, come calcari e gessi, creando cavità che nel tempo possono collassare.
In altri casi la causa è antropica, cioè legata all’attività umana. Vecchie cave, gallerie, condotte deteriorate o infrastrutture sotterranee possono indebolire il terreno fino a provocarne il cedimento.
Le immagini di automobili inghiottite da voragini o di strade improvvisamente sprofondate fanno spesso il giro del web, ma dietro questi eventi esistono processi geologici che possono svilupparsi per anni prima di manifestarsi in superficie.
Le aree italiane più esposte ai cedimenti del sottosuolo
Non tutte le regioni italiane presentano lo stesso livello di rischio.
Alcune aree risultano particolarmente sensibili per motivi geologici. Le zone carsiche del Friuli-Venezia Giulia, del Veneto e della Puglia sono caratterizzate dalla presenza di rocce facilmente soggette a dissoluzione.
Anche alcune aree della Sicilia e della Sardegna presentano fenomeni analoghi.
A questi si aggiungono i rischi legati alle grandi città storiche. Roma è spesso interessata da cedimenti localizzati dovuti alla complessa stratificazione del sottosuolo e alla presenza di antiche cavità. Napoli convive da secoli con un intricato sistema di gallerie e ambienti sotterranei scavati nel tufo.
Ogni territorio presenta criticità diverse, ma tutti condividono la stessa necessità: conoscere ciò che si trova sotto la superficie.
Le nuove tecnologie che aiutano a vedere sotto terra
Negli ultimi decenni la tecnologia ha rivoluzionato il modo in cui geologi e ingegneri studiano il sottosuolo.
Oggi è possibile utilizzare georadar, rilievi geofisici, laser scanner e sistemi satellitari per individuare anomalie che in passato sarebbero rimaste invisibili.
Il georadar, ad esempio, consente di inviare onde elettromagnetiche nel terreno e ottenere una sorta di “radiografia” degli strati superficiali. Questa tecnologia viene utilizzata per individuare cavità, condotte, vecchie strutture e possibili zone di cedimento.
Anche i satelliti stanno assumendo un ruolo sempre più importante. Grazie a tecniche avanzate di interferometria radar, gli esperti possono monitorare movimenti del terreno di pochi millimetri e individuare deformazioni che potrebbero anticipare fenomeni più significativi.
Oggi siamo davvero più sicuri rispetto al passato?
Rispetto al 1981 il livello di sicurezza è indubbiamente aumentato.
Le tecnologie di monitoraggio sono più avanzate, la normativa è più rigorosa e la consapevolezza dei rischi è cresciuta. Inoltre esistono strutture specializzate nella gestione delle emergenze e nella prevenzione dei dissesti del territorio.
Questo non significa però che il rischio sia scomparso.
L’Italia resta un Paese geologicamente complesso, con una storia millenaria che ha lasciato sotto la superficie un patrimonio enorme di opere, cavità e infrastrutture. Molte sono conosciute e monitorate. Altre emergono soltanto quando si verificano lavori, cedimenti o eventi imprevisti.
È proprio per questo che la tragedia di Alfredino Rampi continua a essere ricordata a distanza di 45 anni. Non soltanto come una dolorosa pagina di cronaca, ma come il simbolo di una lezione ancora attuale: ciò che non vediamo sotto i nostri piedi può essere tanto importante quanto ciò che osserviamo in superficie.
Conoscere il sottosuolo, censirlo e monitorarlo non è soltanto una questione tecnica. È una parte fondamentale della sicurezza del territorio e della convivenza con un ambiente che continua a custodire, spesso nel silenzio, una parte essenziale della propria storia.
