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Il buzz delle api vale 150 miliardi l’anno. E sta diventando sempre più silenzioso

Oggi, 20 maggio 2026, si celebra la Giornata Mondiale delle Api. Il tema scelto dall’ONU per questa edizione è “Bee Together for People and the Planet”. Si tratta di un richiamo alla storica collaborazione tra uomo e api, e un appello urgente a proteggere gli insetti da cui dipende, letteralmente, il cibo che mettiamo in tavola ogni giorno.

Non è un’esagerazione. È scienza. Un terzo della produzione alimentare mondiale dipende dall’impollinazione delle api. Le api e gli altri impollinatori sono responsabili di circa il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali viventi sul pianeta. Frutta, verdura, noci, semi, oleaginose: tutto quello che rende la nostra dieta varia e nutriente esiste grazie a loro. E negli ultimi decenni stanno sparendo.

Cosa fanno le api: il lavoro invisibile che nutre il pianeta

Le api non producono solo miele. Il loro contributo più importante per l’umanità è un processo invisibile ma fondamentale: l’impollinazione. Quando un’ape visita un fiore per raccogliere il nettare, trasporta inconsapevolmente i granuli di polline da un fiore all’altro, permettendo la fertilizzazione delle piante e la produzione di frutti e semi.

Questo servizio ecosistemico ha un valore economico stimato dall’ONU in circa 150 miliardi di euro l’anno a livello globale — più del PIL di molti paesi europei. Una cifra che dà un’idea approssimativa di quanto ci costa non averle: se le api sparissero, dovremmo impollinare manualmente milioni di piante — come già accade in alcune zone della Cina, dove la scomparsa degli impollinatori ha costretto i contadini a impollinare a mano i meleti usando pennelli e polline raccolto manualmente.

Negli ultimi 50 anni le colture che necessitano di impollinatori – come frutta, verdura, semi, noci e oleaginose – sono triplicate nel mondo. Più cibo dipende dalle api, mentre le api diminuiscono. Un cortocircuito che pone seri rischi alla sicurezza alimentare globale.

Perché il 20 maggio? La storia di Anton Janša

La scelta del 20 maggio come data della Giornata Mondiale non è casuale. Fu la Slovenia a proporre questa data all’ONU, che la istituì ufficialmente nel 2018. Il motivo è doppio: maggio è il periodo in cui nell’emisfero settentrionale le api riprendono la loro attività dopo il letargo invernale, risvegliandosi insieme alla natura. Ma c’è anche un motivo storico e personale.

Il 20 maggio ricorre l’anniversario della nascita di Anton Janša, un apicoltore sloveno nato nel 1734 considerato il pioniere dell’apicoltura moderna. Fu il primo insegnante di apicoltura nella storia, chiamato a Vienna dalla corte di Maria Teresa d’Austria per diffondere le sue conoscenze. I suoi scritti sull’allevamento delle api – ancora oggi sorprendentemente attuali – gettarono le basi della moderna scienza apistica.

Il declino: i numeri che preoccupano

I dati sono allarmanti. Secondo l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), che dal 2015 monitora sistematicamente la salute degli alveari italiani, le morti invernali delle api in Europa sono aumentate dal 5-10% al 25-40% nell’arco di pochi decenni. Non episodicamente: è una tendenza strutturale, che si ripete ogni anno.

A livello europeo, una specie su dieci di api e farfalle è minacciata di estinzione e una specie su tre ha la propria popolazione in declino. Nell’UE, 600.000 apicoltori gestiscono circa 17 milioni di alveari — ma non bastano a compensare le perdite delle popolazioni selvatiche.

La Corte dei Conti Europea ha constatato nel 2020 che le iniziative della Commissione per proteggere gli impollinatori hanno avuto scarsi effetti nell’arrestare il declino. Nel 2023 la Commissione ha risposto con il “Nuovo Patto per gli Impollinatori”, un piano d’azione più ambizioso con obiettivi vincolanti entro il 2030.

Le cause: pesticidi, clima e monocolture

Il declino delle api non ha una causa unica: è il risultato di più fattori che agiscono in sinergia, aggravandosi a vicenda.

I pesticidi sono tra i principali imputati. L’ISPRA segnala che anche nel 2024 i piretroidi — utilizzati sia in agricoltura sia nelle disinfestazioni urbane contro le zanzare — risultano tra le sostanze più rinvenute nei campioni di api morte. I neonicotinoidi, un’altra classe di insetticidi, sono stati parzialmente vietati nell’UE proprio per il loro impatto devastante sulle api.

Il cambiamento climatico altera i ritmi stagionali, desincronizzando la fioritura delle piante dal ciclo biologico delle api. Se i fiori sbocciano quando le api non sono ancora attive — o viceversa — l’impollinazione fallisce. Le estati sempre più calde e siccitose riducono la disponibilità di acqua e nettare, indebolendo le colonie.

Le monocolture eliminano la diversità floreale su cui le api si nutrono. Un campo di grano che si estende per chilometri non offre nulla a un’ape: nessun nettare, nessun polline, nessun habitat. La frammentazione degli habitat naturali – prati, siepi, boschi – riduce ulteriormente le aree in cui gli impollinatori possono sopravvivere.

Le api come “termometro” ambientale

C’è un aspetto spesso trascurato nel dibattito sulle api: la loro presenza (o assenza) è uno dei migliori indicatori della salute di un ecosistema. Analizzando la quantità e la diversità di api presenti in un’area si può capire se quell’ambiente è in buona salute o in difficoltà.

Le api sono bioindicatori: organismi la cui presenza, abbondanza o assenza ci dice qualcosa sullo stato dell’ambiente circostante. Un prato ricco di api selvatiche indica un ecosistema sano, con suoli fertili, assenza di inquinamento chimico e buona disponibilità di risorse floreali. Un prato silenzioso, senza ronzii, è un segnale d’allarme.

🌻 La voce degli agricoltori

“Le api rappresentano il vero termometro del benessere del pianeta. La loro presenza è strettamente collegata alla salute degli ecosistemi, alla qualità dell’ambiente e alla tutela della biodiversità. Purtroppo, negli ultimi anni, il cambiamento climatico e l’utilizzo eccessivo di fitofarmaci hanno determinato una grave moria di alveari, un segnale d’allarme che denunciamo da tempo con grande preoccupazione”, dichiara Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro (Confederazione degli Agricoltori Europei) in occasione della Giornata Mondiale delle Api 2026.

Tiso richiama anche l’attenzione sulla vespa asiatica, specie invasiva che rappresenta una minaccia concreta per le api e per l’intero ecosistema: “Difendere le api significa proteggere il nostro futuro, quello dell’agricoltura e delle prossime generazioni”.

Cosa possiamo fare noi

Non serve essere apicoltori per fare qualcosa. Alcune azioni concrete sono alla portata di tutti:

  • Piantare piante mellifere in balcone, giardino o terrazzo: lavanda, timo, rosmarino, girasoli, calendule. Ogni fiore è un rifornimento per le api.
  • Evitare i pesticidi in giardino: esistono alternative biologiche efficaci.
  • Non tagliare l’erba troppo spesso: i “prati fioriti” con tarassaco e trifoglio sono paradisi per gli impollinatori.
  • Scegliere miele italiano di qualità: sostenere gli apicoltori locali significa sostenere chi custodisce le api.
  • Lasciare una ciotola d’acqua in giardino o sul balcone: le api hanno bisogno di acqua, specialmente d’estate.
💡 Lo sapevi?

Una singola ape operaia produce nell’arco della sua intera vita — circa 6 settimane in estate — appena un dodicesimo di cucchiaino di miele. Per produrre un chilo di miele, un alveare deve visitare circa 4 milioni di fiori e percorrere una distanza equivalente a tre volte il giro della Terra. Il miele che troviamo sullo scaffale del supermercato è il risultato di un lavoro collettivo straordinario, che coinvolge migliaia di api per settimane. Ogni volta che lo sprechiamo, stiamo sprecando milioni di chilometri volati.

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