Una nuova emergenza sanitaria internazionale riaccende i riflessori sulle malattie infettive emergenti e sul loro legame con gli ecosistemi. Secondo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato lo stato di Emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (PHEIC) a causa di un’epidemia di Ebola legata al virus Bundibugyo (BVD) diffusa nella Repubblica democratica del Congo e in Uganda. Il bollettino ufficiale dell’ISS segnala una situazione in rapida evoluzione: a fronte di 30 casi confermati, si contano già oltre 500 casi sospetti e 131 possibili morti, inclusi decessi tra gli operatori sanitari.
L’origine del focolaio e la variante Bundibugyo secondo l’OMS
I dati storici e clinici riportati dall’Istituto Superiore di Sanità indicano che l’allerta è scattata il 5 maggio 2026 nella zona sanitaria di Mongbwalu, nella provincia congolese dell’Ituri, dove le analisi di laboratorio hanno successivamente isolato la variante Bundibugyo, una specie di Orthoebolavirus già documentata in passato in sole due epidemie (nel 2007 e nel 2012). Il contagio ha superato i confini nazionali raggiungendo la capitale ugandese Kampala, dove si è registrato il decesso di un cittadino congolese.
L’attivazione della procedura di emergenza internazionale serve a mobilitare risorse straordinarie e a coordinare gli sforzi sanitari globali. Dal punto di vista clinico, la sfida è complessa: come evidenziato nelle schede tecniche dell’ISS, per la variante Bundibugyo non esiste un vaccino autorizzato né sono disponibili terapie specifiche, sebbene il supporto medico tempestivo risulti fondamentale come salvavita. I sintomi iniziali sono aspecifici – febbre, affaticamento e dolori muscolari – e possono ritardare la diagnosi prima di evolvere in disfunzioni d’organo e manifestazioni emorragiche.
Il fattore ecologico: la trasmissione della zoonosi
Le analisi epidemiologiche confermano la natura di zoonosi della malattia, ovvero un’infezione trasmessa dagli animali all’uomo. Il serbatoio naturale del virus Bundibugyo è individuato nei pipistrelli della frutta. Il salto di specie (spillover) e il conseguente contagio umano avvengono tramite il contatto diretto con il sangue o i fluidi corporei di animali selvatici infetti, inclusi primati e pipistrelli.
La successiva trasmissione interumana si amplifica negli ambienti domestici o sanitari in presenza di misure di prevenzione inadeguate, oppure durante pratiche di sepoltura non sicure. La distruzione degli habitat e la crescente antropizzazione delle aree forestali aumentano le occasioni di contatto ravvicinato con la fauna selvatica, agendo come moltiplicatori per la nascita di questi focolai. In passato, la mortalità registrata per questa specifica variante si è attestata tra il 30% e il 50%.
I rischi per l’Europa e le direttive del Ministero della Salute
Le ripercussioni a lungo termine si riflettono sui protocolli di sorveglianza globali. L’ECDC (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) ha stimato che la probabilità di contagio per i residenti nell’Unione Europea o per i viaggiatori è considerata bassa o molto bassa, a causa delle scarse possibilità di importazione e trasmissione del virus in Europa. L’OMS stessa raccomanda esplicitamente di non chiudere i confini né imporre restrizioni ai viaggi, poiché tali misure – prive di fondamento scientifico – alimentano i flussi transfrontalieri informali e danneggiano la logistica dei soccorsi.
Nonostante il basso rischio di importazione, l’Italia ha attivato i propri sistemi di prevenzione in via cautelativa. Il ministero della Salute, tramite una circolare firmata dal capo del Dipartimento della prevenzione Maria Rosaria Campitiello, ha disposto misure di vigilanza per il personale delle Ong e i cooperanti di ritorno dal Congo e dall’Uganda. Le organizzazioni dovranno inviare con almeno 48 ore di anticipo una dichiarazione sanitaria per consentire il tracciamento dei passeggeri, i quali saranno sottoposti a uno screening primario e a una sorveglianza dei contatti a basso rischio per 21 giorni, corrispondenti al periodo massimo di incubazione del virus.
