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Energia, dopo benzina e gasolio scatta l’allarme bollette: luce +93%, gas oltre il doppio

Non ci sono soltanto benzina e gasolio a spingere verso l’alto il costo dell’energia. Mentre i prezzi dei carburanti stanno mettendo sotto pressione famiglie, pendolari e trasporti, anche i mercati all’ingrosso dell’elettricità e del gas stanno registrando livelli molto più elevati rispetto a un anno fa.

Il segnale più evidente arriva dall’elettricità. La media del PUN di settembre 2026 si colloca intorno a 210,87 euro per megawattora, contro i 109,08 euro/MWh dello stesso periodo del 2025: un aumento nell’ordine del 93,3%. È quasi un raddoppio in un anno.

Sul gas il quadro è altrettanto delicato. Il PSV, il riferimento per il mercato italiano del gas all’ingrosso, nelle rilevazioni giornaliere di metà settembre si colloca intorno a 0,89-0,92 euro per standard metro cubo, mentre la media di settembre 2025 era di circa 0,373 euro/Smc. A seconda del valore giornaliero considerato, l’incremento si colloca quindi grossomodo tra il 138% e il 147%.

Il dato che conta per le famiglie, però, è un altro: quanto di questa fiammata finirà nelle bollette?

Il caro energia non è più soltanto un problema dei mercati

Il prezzo all’ingrosso non coincide con quello pagato dal consumatore finale. Nella bolletta entrano infatti diverse componenti: il costo della materia prima, i servizi di rete, gli oneri, le imposte e, nel mercato libero, le condizioni economiche stabilite dal singolo contratto.

Ma quando le quotazioni delle materie prime rimangono elevate, il trasferimento sui prezzi finali diventa progressivamente più probabile, soprattutto per le forniture indicizzate.

È quello che sta già emergendo dai dati sui prezzi al consumo. Ad agosto, secondo le elaborazioni riportate sui dati Istat, nel mercato tutelato il gas risultava più caro del 31,3% su base annua, mentre l’elettricità segnava un aumento del 9,7%. Nel mercato libero, l’aumento annuo arrivava al 17,9% per l’elettricità e all’11,3% per il gas.

Sono percentuali che spiegano perché la questione energetica possa tornare rapidamente al centro dell’inflazione.

Il problema, infatti, non è soltanto la bolletta della singola famiglia. L’energia è un costo trasversale dell’economia: serve per riscaldare le abitazioni, alimentare gli impianti industriali, conservare gli alimenti, illuminare negozi e uffici, far funzionare servizi e infrastrutture.

Quando il costo dell’energia sale, una parte dell’aumento può essere assorbita dalle imprese. Un’altra parte, però, può essere trasferita sui prezzi finali.

È il meccanismo attraverso cui uno shock energetico può trasformarsi in inflazione più persistente.

Il gas è già tornato a pesare sulle bollette

Un elemento particolarmente significativo arriva dall’ultimo aggiornamento di ARERA.

Per il mese di agosto 2026, l’Autorità ha comunicato un aumento del 6,9% del prezzo del gas per i clienti del Servizio di tutela della vulnerabilità rispetto a luglio. Il valore della materia prima è salito a 64,15 euro/MWh, mentre il prezzo di riferimento per il cliente tipo è arrivato a 143,72 centesimi di euro per metro cubo.

Il dato riguarda circa 2,3 milioni di clienti ancora compresi nel servizio di tutela della vulnerabilità. ARERA chiarisce inoltre che l’aggiornamento deriva dalla media mensile delle quotazioni del gas sul mercato all’ingrosso italiano, attraverso il PSV day ahead.

Questo passaggio è importante perché mostra concretamente la distanza tra mercato e bolletta: l’aumento delle quotazioni all’ingrosso non significa automaticamente che il giorno dopo tutte le famiglie riceveranno una bolletta più cara della stessa percentuale. Il trasferimento dipende dal tipo di contratto e dai tempi con cui le condizioni economiche vengono aggiornate.

Ma la direzione del mercato rimane un elemento di pressione.

Prezzo fisso: una protezione, ma non per sempre

C’è poi un altro elemento da considerare.

Molte famiglie hanno scelto negli ultimi anni contratti a prezzo fisso proprio per proteggersi dalla volatilità delle materie prime. È una forma di assicurazione contro gli scossoni del mercato: se il prezzo all’ingrosso sale, la componente energetica della fornitura non viene immediatamente ricalcolata.

Ma la protezione ha una scadenza.

Alla fine del periodo previsto dal contratto, il fornitore può proporre nuove condizioni economiche. Se nel frattempo i mercati sono rimasti su livelli elevati, il nuovo prezzo può incorporare una parte di quella pressione.

Per questo motivo, in una fase di forte volatilità, non basta sapere se una famiglia ha un contratto fisso o variabile. Bisogna guardare quando scadono le condizioni economiche e come viene determinato il prezzo successivo.

È uno dei motivi per cui un aumento delle quotazioni oggi può avere effetti sulle bollette anche nei mesi successivi.

La vera incognita è l’autunno

Il momento più delicato potrebbe essere quello della stagione fredda.

Il gas ha una caratteristica che lo rende particolarmente sensibile all’arrivo dell’inverno: la domanda aumenta con il riscaldamento degli edifici. Se a una maggiore domanda stagionale si aggiunge un’offerta condizionata da tensioni geopolitiche o da problemi infrastrutturali, il mercato può diventare ancora più volatile.

A metà settembre il problema non è quindi soltanto stabilire quanto costa oggi il gas. La domanda decisiva è quanto a lungo resteranno elevate le quotazioni.

Se il mercato rientrasse rapidamente, parte della pressione potrebbe attenuarsi. Se invece i prezzi rimanessero elevati per settimane o mesi, l’effetto sulle forniture indicizzate diventerebbe più significativo e potrebbe coincidere proprio con l’inizio della stagione di maggiore consumo.

È questo lo scenario che Assoutenti invita il Governo a considerare, chiedendo di non arrivare impreparato all’inverno.

Dal carburante alla bolletta: lo stesso shock può attraversare l’economia

Il collegamento con il caro carburanti è tutt’altro che casuale.

Quando aumenta il prezzo del petrolio e dei prodotti energetici, il primo effetto visibile per il cittadino è quello alla pompa. Ma il sistema economico utilizza energia in quasi ogni fase della produzione e della distribuzione.

Un camion che trasporta alimenti consuma carburante. Un supermercato utilizza elettricità per illuminazione, refrigerazione e climatizzazione. Un’azienda manifatturiera ha bisogno di energia per produrre. Un’attività commerciale deve sostenere costi di riscaldamento o raffrescamento.

Per questo un aumento contemporaneo di carburanti, gas ed elettricità può avere un effetto cumulativo.

La famiglia si trova a sostenere un costo maggiore direttamente per l’auto e per le utenze domestiche, ma può subire anche un secondo effetto attraverso l’aumento dei prezzi di beni e servizi.

È la ragione per cui l’energia rappresenta una delle variabili più osservate quando si cerca di capire dove possa andare l’inflazione nei mesi successivi.

Il confronto con il 2022: attenzione a non confondere gli scenari

Il richiamo alla crisi energetica del 2022 è inevitabile, ma va utilizzato con cautela.

Allora l’Europa si trovò davanti a uno shock eccezionale sul gas, con prezzi che raggiunsero livelli molto superiori a quelli attuali. Il PSV arrivò, nella media mensile, a 2,498 euro/Smc nell’agosto 2022 e a 1,247 euro/Smc nel dicembre dello stesso anno.

Oggi i livelli sono inferiori a quei picchi. Ma proprio per questo il confronto può essere utile in un altro senso: dimostra quanto rapidamente le quotazioni energetiche possano cambiare quando entrano in gioco fattori geopolitici, domanda, offerta e aspettative dei mercati.

Dire che siamo già tornati alla crisi del 2022 sarebbe quindi eccessivo. Dire che la volatilità energetica è tornata a rappresentare un rischio per famiglie e imprese è invece coerente con i dati disponibili.

Cosa può fare il Governo

La richiesta di Assoutenti è che l’esecutivo inizi a preparare eventuali misure prima che l’aumento delle quotazioni si trasformi integralmente in una nuova emergenza sociale.

È un punto politicamente rilevante perché intervenire sulle bollette può significare utilizzare strumenti molto diversi: riduzione temporanea di alcune componenti fiscali o parafiscali, rafforzamento dei bonus sociali, sostegni mirati alle famiglie più esposte oppure interventi sulla fiscalità dell’energia.

La scelta non è neutrale.

Un intervento generalizzato può essere più semplice e immediato, ma può avere un costo elevato per i conti pubblici e distribuire il sostegno anche a nuclei che hanno una minore necessità di aiuto. Una misura selettiva concentra invece le risorse sui nuclei più vulnerabili, ma lascia fuori una parte delle famiglie che potrebbero comunque subire un aumento significativo della spesa.

La questione diventa quindi anche quella della tempestività.

Aspettare che gli aumenti siano già completamente incorporati nelle bollette significa intervenire quando l’impatto sui bilanci familiari è già arrivato. Monitorare invece quotidianamente mercati, stoccaggi, contratti e consumi consente al Governo di valutare prima se e dove intervenire.

La bolletta è il prossimo fronte del caro energia?

La fotografia di metà settembre non autorizza ancora a parlare di una nuova crisi energetica paragonabile a quella del 2022.

Ma i segnali sono sufficienti per tenere alta l’attenzione.

Il PUN di settembre è quasi il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il PSV è tornato vicino a 0,9 euro/Smc, oltre il doppio rispetto alla media di settembre 2025. E gli aumenti dei prezzi al consumo mostrano che una parte della pressione energetica è già arrivata alle famiglie.

Il passaggio successivo dipenderà soprattutto dalla durata dello shock.

Se le quotazioni scenderanno rapidamente, l’impatto potrà essere contenuto. Se invece resteranno elevate mentre l’autunno porterà con sé una maggiore domanda di gas ed elettricità, il rischio è che il problema si sposti definitivamente dai mercati all’ingrosso ai bilanci domestici.

Dopo il pieno di benzina, dunque, la prossima voce da tenere d’occhio è la bolletta.

Ed è proprio questo il punto sollevato da Assoutenti: non aspettare che l’emergenza sia già arrivata nelle case prima di iniziare a preparare una risposta.

PERCHÉ IL PREZZO ALL’INGROSSO NON È LA BOLLETTA

Il PUN e il PSV sono indicatori dei mercati all’ingrosso, non i prezzi finali pagati direttamente dalle famiglie. Il PUN rappresenta il riferimento per l’energia elettrica sul mercato italiano, mentre il PSV è il principale riferimento per il gas naturale all’ingrosso in Italia.

Il loro aumento non si traduce automaticamente e nella stessa percentuale in bolletta. Il prezzo finale dipende dalla struttura della fornitura, dal tipo di contratto, dalle componenti regolate, dalle imposte e, per le offerte indicizzate, dalla formula utilizzata dal venditore.

Il segnale dei mercati resta però importante: se le quotazioni rimangono elevate nel tempo, la pressione può progressivamente trasferirsi sui prezzi finali. È quanto mostrano già gli ultimi dati sui prezzi al consumo e gli aggiornamenti di ARERA sul gas.

I numeri da tenere d’occhio

  • PUN medio settembre 2026: 210,87 €/MWh
  • PUN stesso periodo 2025: 109,08 €/MWh
  • Variazione: +93,3%
  • PSV settembre 2025: circa 0,373 €/Smc
  • PSV a metà settembre 2026: circa 0,89-0,92 €/Smc
  • Gas sul mercato libero: +11,3% su base annua
  • Elettricità sul mercato libero: +17,9% su base annua
  • Gas per i clienti vulnerabili ad agosto: +6,9% sul mese precedente

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