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Alluvione tra Nepal e Tibet, oltre 150 morti: cosa può averla scatenata

Poco dopo le nove del mattino di mercoledì 26 agosto, ora locale, una massa d’acqua, fango e detriti si è riversata all’improvviso sulle valli himalayane al confine tra il Nepal e la regione cinese del Tibet, travolgendo villaggi, strade, ponti e centrali idroelettriche. Le immagini raccolte da telecamere di sicurezza mostrano un’onda alta diversi metri che in pochi secondi ha invaso interi centri abitati, lasciando alle autorità locali una corsa contro il tempo per portare soccorso ai sopravvissuti.

Il bilancio, ancora provvisorio, è già molto pesante: le autorità nepalesi hanno confermato il recupero di 95 corpi, mentre quelle cinesi hanno riportato 3 vittime sul lato tibetano. Il numero dei dispersi resta elevato, con stime che parlano di centinaia di persone, tra cui numerosi cittadini stranieri: pellegrini indiani diretti al Monte Kailash, escursionisti provenienti da Regno Unito, Malesia e Stati Uniti, oltre a operai sudcoreani impegnati negli impianti idroelettrici della zona. Il ministero degli Esteri italiano ha confermato la presenza di 90 cittadini italiani nell’area, due dei quali coinvolti dall’esondazione ma già messi in salvo.

Cosa può aver scatenato l’esondazione

Le cause dell’evento non sono ancora state accertate con certezza, e gli scienziati sono al lavoro per ricostruire la dinamica esatta. L’ipotesi più accreditata, al momento, arriva dagli esperti dell’International Centre for Integrated Mountain Development (ICIMOD), l’organizzazione regionale con sede a Kathmandu specializzata nello studio della catena himalayana: un blocco di ghiaccio e roccia si sarebbe staccato da un ghiacciaio in alta quota, precipitando per oltre un chilometro fino al fondovalle e riversandosi nel fiume Lhende Khola, un affluente del Bhote Koshi.

Secondo questa ricostruzione, la valanga avrebbe temporaneamente ostruito il corso d’acqua, per poi liberare all’improvviso un’enorme quantità di acqua e detriti verso valle, generando l’ondata che ha travolto i villaggi sottostanti. “Si tratta di pericoli a cascata”, ha spiegato Saswata Sanyal di ICIMOD: ciò che accade sui ghiacciai in quota può rapidamente tradursi in un’inondazione per le città a valle.

Lo sapevi?

Quando un ghiacciaio si scioglie, l’acqua di fusione spesso si accumula in bacini naturali chiamati laghi glaciali, trattenuti da argini di ghiaccio e detriti instabili per natura. Con il riscaldamento globale, questi laghi crescono più rapidamente e i loro argini diventano più fragili: quando cedono all’improvviso, generano le cosiddette GLOF (Glacial Lake Outburst Flood), ondate di acqua, fango e detriti capaci di percorrere decine di chilometri a valle in pochi minuti.

Il falso allarme sismico

Nelle prime ore dell’emergenza, gli strumenti dell’USGS, l’istituto geologico statunitense, avevano registrato nell’area un terremoto di magnitudo 4.4, alimentando l’ipotesi che fosse stata una scossa sismica a innescare il disastro. Le analisi successive hanno però ribaltato questa lettura: non sarebbe stato un terremoto a causare il crollo del ghiacciaio, ma il contrario. Il collasso della massa di ghiaccio e roccia avrebbe generato vibrazioni tanto forti da essere scambiate, in un primo momento, per un evento sismico autonomo.

Resta comunque aperta anche una lettura alternativa, sostenuta dal ministro degli Esteri nepalese Shishir Khanal, secondo cui l’esondazione potrebbe essere stata innescata da una frana a sua volta provocata dalla scossa di magnitudo 4.4. Le autorità hanno inoltre avvertito che non si può escludere il rischio di una seconda ondata nei prossimi giorni.

Cos’è un flash flood e perché è così pericoloso

L’evento che ha colpito Nepal e Tibet rientra in una categoria di fenomeni che gli esperti chiamano flash flood, ossia “piena improvvisa”: un innalzamento molto rapido e violento del livello di un corso d’acqua, che nel giro di pochi minuti o al massimo poche ore può trasformare un torrente tranquillo in un’onda distruttiva di acqua, fango e detriti.

Ciò che rende i flash flood così pericolosi, rispetto a un’alluvione “tradizionale” causata da piogge prolungate, è proprio la velocità con cui si sviluppano. Un’alluvione fluviale classica, generata da giorni di pioggia intensa, lascia solitamente alle autorità il tempo di monitorare la crescita del livello dell’acqua ed emettere allerte con ore o giorni di anticipo. Un flash flood, al contrario, può manifestarsi con pochissimo preavviso, perché la causa scatenante, come in questo caso il crollo improvviso di un ghiacciaio o la rottura di uno sbarramento naturale, avviene essa stessa in modo repentino: non è la pioggia ad accumularsi gradualmente, ma un evento puntuale che rilascia in un colpo solo un’enorme quantità di acqua ed energia.

Questa combinazione di velocità e violenza spiega perché i flash flood risultino tra i fenomeni naturali più letali in assoluto per chi si trova lungo il percorso dell’ondata: le persone hanno a disposizione pochissimi minuti per allontanarsi, e la forza dell’acqua, spesso mescolata a detriti solidi e grandi massi come nel caso di Nepal e Tibet, è sufficiente a spazzare via edifici, ponti e infrastrutture nel giro di pochi secondi.

Cosa puoi fare tu
  • Se hai familiari, amici o conoscenti in viaggio nella regione himalayana, verifica gli aggiornamenti tramite i canali ufficiali della Farnesina (Viaggiare Sicuri) o dell’ambasciata italiana in Nepal
  • Se stai organizzando un trekking o un pellegrinaggio nell’area dell’Hindu Kush Himalaya nei prossimi mesi, informati sulle allerte di ICIMOD e delle autorità locali prima di partire
  • Diffida di numeri di vittime o dispersi non confermati da fonti ufficiali: nelle prime fasi di un disastro di questa portata le stime cambiano rapidamente
  • Se vuoi contribuire, verifica la presenza di raccolte fondi ufficiali da parte di organizzazioni umanitarie internazionali attive nella regione, evitando iniziative non verificate

Una regione sempre più esposta

Non è la prima volta che un evento di questo tipo colpisce l’area. La scorsa estate un’esondazione causata dalla rottura improvvisa degli argini di un lago glaciale aveva già causato nove vittime e la distruzione di un importante ponte di collegamento tra Cina e Nepal. Episodi di questo genere, tecnicamente noti come GLOF (Glacial Lake Outburst Flood, esondazioni improvvise di laghi glaciali), sono in aumento in tutta la catena himalayana.

La regione, che gli scienziati definiscono talvolta il “terzo polo” della Terra per la quantità di ghiaccio che custodisce, si sta riscaldando a una velocità superiore alla media globale, con lo scioglimento dei ghiacciai che secondo diverse ricerche ha subito un’accelerazione marcata rispetto all’inizio del millennio. Questo processo aumenta l’instabilità dei versanti montuosi e la formazione di laghi glaciali temporanei, entrambi fattori di rischio per eventi improvvisi come quello di questi giorni.

Soccorsi complicati dal territorio

Le operazioni di ricerca e soccorso stanno procedendo in condizioni molto difficili. In diverse aree gli elicotteri non riescono ad atterrare a causa dei corsi d’acqua ancora in piena e del rischio di ulteriori frane dai versanti circostanti, mentre numerose strade restano bloccate dai detriti, con gli escavatori al lavoro per liberarle. Gli esperti di ICIMOD sottolineano da tempo l’importanza di investire in sistemi di allerta precoce per queste aree: secondo loro, ogni euro speso in monitoraggio e prevenzione permette di risparmiarne molti di più in interventi di ricostruzione successivi a un disastro. Data l’estensione transfrontaliera del rischio, gli stessi esperti sottolineano la necessità di una strategia condivisa a livello regionale, con il coinvolgimento di tutti i Paesi dell’area dell’Hindu Kush Himalaya.

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