Due notizie, apparentemente distanti. La prima: l’ECDC – il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie – ha attivato la task force sanitaria dell’Unione Europea e inviato esperti in Congo per fronteggiare l’epidemia di Ebola Bundibugyo che sta devastando la provincia di Ituri. La seconda: i ricercatori di tutto il mondo lanciano l’allarme sui virus “zombie” intrappolati da millenni nel permafrost artico, pronti a risvegliarsi man mano che il pianeta si scalda.
Storie separate? Non proprio. Entrambe raccontano la stessa cosa: il cambiamento climatico non è solo una questione di temperature e siccità. È la più grande fabbrica di pandemie che l’umanità abbia mai costruito.
Aggiornamento Ebola: l’Europa entra in campo
La situazione in Congo si aggrava. L’ECDC ha attivato la task force sanitaria dell’Unione Europea, mentre i dati più recenti segnalano 246 casi sospetti e 80 decessi in almeno 3 zone sanitarie della provincia di Ituri. Ma il dato più preoccupante non è il numero di casi confermati: è quello che non sappiamo.
L’ECDC sottolinea che permangono notevoli incertezze riguardo all’entità della trasmissione e che l’epidemia potrebbe essere più estesa di quanto attualmente rilevato. In altre parole: i numeri ufficiali potrebbero essere solo la punta dell’iceberg.
Il virus responsabile è il Bundibugyo, un ceppo per il quale non sono attualmente disponibili vaccini autorizzati o trattamenti specifici. Questo rende ogni intervento più difficile e ogni giorno di ritardo più costoso in termini di vite umane.
La situazione si complica ulteriormente oltre i confini congolesi. In Uganda sono stati confermati due casi a Kampala, uno dei quali mortale, entrambi collegati a viaggi dalla Repubblica Democratica del Congo. E c’è un nuovo elemento che alza ulteriormente il livello di allerta: almeno sei cittadini americani sarebbero stati esposti al virus nella Repubblica Democratica del Congo, secondo fonti di organizzazioni umanitarie internazionali riferite a CBS News.
I CDC statunitensi hanno confermato di star supportando gli sforzi interagenzie del Governo USA per coordinare il ritiro in sicurezza di un piccolo numero di americani direttamente colpiti nelle aree interessate dall’epidemia, precisando che al momento il rischio per la popolazione americana rimane basso.
Come primo passo concreto, l’ECDC invierà immediatamente un esperto della task force sanitaria UE presso la sede dell’Africa CDC per contribuire al coordinamento e alla pianificazione operativa. Parallelamente, sono in corso contatti con la Protezione civile europea e con il Global Outbreak Alert and Response Network per valutare l’invio di ulteriori specialisti in epidemiologia, prevenzione delle infezioni e comunicazione del rischio.
Il nesso con il clima: perché l’Ebola non è un caso isolato
L’epidemia di Ebola in Congo non nasce nel vuoto. Si sviluppa in un contesto in cui il cambiamento climatico sta alterando profondamente gli ecosistemi dell’Africa centrale, spingendo gli animali selvatici – tra cui i pipistrelli della frutta, serbatoio naturale del virus Ebola . verso nuove aree geografiche e in contatto sempre più ravvicinato con le comunità umane.
Il meccanismo è quello delle zoonosi: malattie che saltano dagli animali all’uomo. Studi precedenti hanno mostrato che molti patogeni trovati in ambienti alterati dal clima sono simili a quelli di malattie zoonotiche, come la febbre emorragica da hantavirus, in grado di diffondersi rapidamente tra animali ed esseri umani con effetti devastanti. Man mano che le foreste tropicali si riducono e il clima cambia, questi “salti di specie” diventano più probabili.
I virus zombie del permafrost: la minaccia che viene dal ghiaccio
Ma la connessione tra clima e pandemie va ben oltre le zoonosi tropicali. C’è una minaccia più antica – letteralmente – che si sta risvegliando nelle regioni artiche del pianeta.
Il permafrost è lo strato di suolo permanentemente ghiacciato che copre circa il 25% delle terre emerse dell’emisfero settentrionale: Siberia, Alaska, Canada, Groenlandia. Per millenni ha funzionato come un congelatore naturale, preservando al suo interno non solo materia organica ma anche virus e batteri rimasti in stato di ibernazione per decine di migliaia di anni.
Il riscaldamento globale, fondendo i ghiacci e il permafrost, riporta alla luce non solo carcasse di animali vissuti migliaia di anni fa, ma anche virus e batteri che risvegliandosi potrebbero infettare la fauna locale e gli esseri umani più a diretto contatto.
Non è fantascienza. Nel 2016 in Siberia, nella penisola di Yamal, un ragazzo è morto a causa dell’antrace. Secondo i ricercatori, il batterio era presente in una carcassa di renna infetta morta 75 anni prima, liberato dallo scioglimento del permafrost.
Virus di 50.000 anni fa ancora infettivi: cosa ha scoperto la scienza
Se il caso dell’antrace sembrava un’eccezione, la ricerca scientifica degli ultimi anni ha dimostrato che è invece la regola. Un gruppo di ricercatori non solo è riuscito a isolare un virus antico, ma anche a infettare con esso un organismo unicellulare all’interno di un ambiente protetto di laboratorio.
Nel 2014 gli scienziati hanno rianimato un virus gigante ma innocuo, soprannominato Pithovirus sibericum, che era stato rinchiuso nel permafrost siberiano per oltre 30.000 anni. Innocuo per gli esseri umani, in questo caso. Ma il principio è dimostrato: i virus sopravvivono nel ghiaccio per decine di migliaia di anni e possono tornare attivi.
Gli scienziati hanno scoperto frammenti di RNA del virus dell’influenza spagnola del 1918 nei cadaveri sepolti nelle fosse comuni nella tundra dell’Alaska, e sospettano che anche il virus del vaiolo e della peste siano “intrappolati” nel ghiaccio siberiano. Il vaiolo – eradicato dall’umanità nel 1980 dopo una delle più grandi campagne di vaccinazione della storia – potrebbe essere ancora lì, congelato, in attesa.
Il doppio pericolo del permafrost: virus e gas serra
Lo scioglimento del permafrost non porta con sé solo rischi biologici. Questi ghiacci contengono all’incirca il doppio del carbonio, principalmente sotto forma di metano e CO₂, rispetto all’atmosfera terrestre. Quando si sciolgono, questa materia si riscalda e si decompone, rilasciando nell’atmosfera gas con effetto serra.
È un circolo vizioso perfetto: il riscaldamento globale scioglie il permafrost, che rilascia CO₂ e metano, che accelerano ulteriormente il riscaldamento, che scioglie ancora più permafrost. E ad ogni ciclo, nuovi strati di suolo congelato da millenni vengono esposti, con tutto il loro carico di patogeni antichi.
Il permafrost copre circa il 25% delle terre emerse dell’emisfero settentrionale e contiene materia organica accumulata negli ultimi 40.000 anni. Gli scienziati stimano che nel permafrost siberiano siano intrappolati circa 1.500 miliardi di tonnellate di carbonio — quasi il doppio di tutto il carbonio presente nell’atmosfera terrestre. Se anche solo il 10% di questo carbonio venisse rilasciato nei prossimi decenni, l’effetto sul clima globale sarebbe catastrofico e probabilmente irreversibile, indipendentemente da qualsiasi altra azione che l’umanità intraprendesse per ridurre le emissioni.
Cosa possiamo fare
Il monito degli esperti è chiaro: se non si ridurranno le emissioni di gas climalteranti, e quindi se non si terrà a bada l’incremento delle temperature globali che sciolgono i ghiacci, le conseguenze potrebbero essere gravissime.
La risposta all’epidemia di Ebola in corso – con la task force UE, i CDC americani e l’Africa CDC tutti mobilitati – è la risposta giusta nel breve termine. Ma la vera prevenzione delle pandemie del futuro passa per una sola strada: fermare il riscaldamento globale.
Ogni tonnellata di CO₂ che non viene emessa è un metro di permafrost che non si scioglie. E ogni metro di permafrost che non si scioglie è un virus antico che rimane dove deve stare: sepolto nel ghiaccio, lontano da noi.
