La vittoria del tennista tedesco, che convive con il diabete di tipo 1 dall’infanzia, riaccende il dibattito sull’accesso degli atleti con diabete ai gruppi sportivi militari e dei Corpi dello Stato. La senatrice Sbrollini: «Crosetto superi una discriminazione anacronistica»
Alexander Zverev ha vinto gli US Open 2026 battendo in finale l’americano Ben Shelton in quattro set. Per il tennista tedesco è il secondo titolo Slam della stagione, dopo il Roland Garros, e il primo trionfo a New York. Ma la sua vittoria ha anche un significato che va oltre il campo da tennis: Zverev convive con il diabete di tipo 1 dall’età di quattro anni.
È proprio da questa storia che riparte in Italia la discussione sull’accesso degli atleti con diabete ai gruppi sportivi militari e dei Corpi dello Stato.
«La straordinaria vittoria di Alexander Zverev agli US Open dimostra ancora una volta che un atleta con diabete di tipo 1 può competere e vincere ai massimi livelli dello sport mondiale», afferma la senatrice Daniela Sbrollini, presidente dell’Intergruppo parlamentare Obesità, Diabete e Malattie croniche non trasmissibili.
Il punto sollevato dalla parlamentare è una contraddizione che riguarda il sistema italiano: atleti con diabete possono competere ad altissimo livello, vestire la maglia della Nazionale e rappresentare il Paese nelle competizioni internazionali, ma la loro condizione può ancora rappresentare un ostacolo all’accesso ai gruppi sportivi delle Forze armate e dei Corpi dello Stato.
Zverev, il diabete non ha fermato il numero due del tennis mondiale
Il successo di New York arriva al termine di una stagione straordinaria per Zverev. Il tedesco ha conquistato nel 2026 il suo primo Roland Garros e ora anche gli US Open, battendo Shelton 6-3, 7-6, 5-7, 6-2 nella finale del 13 settembre.
La storia personale del tennista è altrettanto significativa. Zverev ha raccontato più volte il ruolo della famiglia nella gestione della malattia e, dopo la vittoria a New York, ha dedicato parole particolarmente importanti alla madre Irina, ricordando il suo sostegno fin dall’infanzia.
Il suo caso dimostra che il diabete di tipo 1 non coincide con l’impossibilità di praticare sport agonistico. Al contrario, con una gestione adeguata della terapia, del monitoraggio glicemico, dell’alimentazione e dello sforzo fisico, una persona con diabete può sostenere anche attività sportive di altissima intensità.
È una realtà ormai consolidata nella medicina dello sport e nella diabetologia. E proprio l’evoluzione delle tecnologie per la gestione del diabete rende ancora più controverso il mantenimento di criteri automatici di esclusione.
Il paradosso italiano: azzurri sì, gruppi sportivi dello Stato no
Il tema non riguarda soltanto una questione teorica.
In Italia ci sono già atleti di livello nazionale e internazionale che convivono con il diabete. Tra questi la mezzofondista Anna Arnaudo, lo schermidore Giulio Gaetani e il nuotatore Federico Rizzardi, indicati dalla Federazione delle Società Diabetologiche Italiane come esempi di atleti che chiedono di poter accedere senza discriminazioni ai gruppi sportivi militari.
La questione è quindi diventata anche politica.
Nel giugno 2026 Sbrollini ha presentato un disegno di legge per intervenire proprio sull’accesso degli atleti con diabete ai gruppi sportivi militari e dei Corpi dello Stato. L’iniziativa si inserisce in un confronto che coinvolge da mesi anche le società scientifiche diabetologiche e le organizzazioni rappresentative dei pazienti.
A marzo, inoltre, il tema era stato portato all’attenzione del Ministero della Salute, con l’apertura del ministro Orazio Schillaci alla possibilità di garantire agli atleti con diabete l’accesso ai gruppi sportivi militari.
La questione, dunque, non è nuova. La vittoria di Zverev le offre però un’immagine difficilmente contestabile: un atleta con diabete che sale sul gradino più alto di uno dei tornei più importanti del mondo.
Una norma che arriva da un’altra epoca
Secondo la senatrice Sbrollini, alla base dell’esclusione ci sono criteri normativi risalenti al 1932, elaborati in un contesto medico e scientifico radicalmente diverso da quello attuale.
È questo uno dei punti centrali del dibattito.
Negli ultimi decenni la gestione del diabete di tipo 1 è cambiata profondamente. Il controllo della glicemia può essere effettuato attraverso sistemi di monitoraggio continuo, mentre i microinfusori consentono una somministrazione dell’insulina sempre più personalizzata. La gestione terapeutica può inoltre essere adattata all’attività fisica e alle caratteristiche individuali della persona.
Il risultato è che il diabete non può essere valutato soltanto sulla base della diagnosi.
La richiesta avanzata dalla senatrice è infatti quella di sostituire l’automatismo con una valutazione individuale dell’idoneità.
«Non chiediamo deroghe o privilegi, ma valutazioni individuali fondate sull’effettiva idoneità dell’atleta e sulle sue reali capacità», sostiene Sbrollini, rivolgendosi al ministro della Difesa Guido Crosetto.
Il nodo è l’idoneità, non la diagnosi
È questo probabilmente il passaggio più importante della discussione.
A essere messa in discussione non è la necessità di garantire sicurezza e idoneità nell’attività militare. Il problema è se la sola presenza di una diagnosi di diabete possa costituire, automaticamente, una ragione sufficiente per escludere un atleta.
La proposta politica è quindi quella di valutare la persona e non soltanto la patologia: condizioni cliniche, controllo metabolico, capacità di gestione della terapia, caratteristiche dello sport praticato e reale idoneità alle attività previste.
Una prospettiva che trova sponda anche nelle società scientifiche.
«Oggi la diabetologia dispone di strumenti diagnostici e di terapie sempre più personalizzate che hanno rivoluzionato la gestione della malattia», dichiarano Salvatore De Cosmo, presidente della Federazione delle Società Diabetologiche Italiane e dell’Associazione Medici Diabetologi, e Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia.
Per le organizzazioni scientifiche, superare le barriere normative significa adeguare le regole allo stato attuale delle conoscenze e riconoscere il diritto alla pratica sportiva senza discriminazioni legate alla sola diagnosi.
Dalla medicina allo sport: perché il diabete non è incompatibile con l’agonismo
Il rapporto tra diabete e attività fisica è più complesso di un semplice sì o no.
L’esercizio può modificare in modo significativo il metabolismo del glucosio e richiede quindi una gestione attenta della terapia insulinica, dell’alimentazione e dei livelli glicemici. Negli sportivi con diabete di tipo 1 il monitoraggio diventa particolarmente importante durante le fasi di allenamento e competizione.
Ma proprio la disponibilità di strumenti sempre più sofisticati permette oggi di controllare questi parametri con una precisione impensabile rispetto al passato.
Il monitoraggio continuo della glicemia consente di seguire l’andamento del glucosio anche durante l’attività fisica, mentre le moderne strategie terapeutiche permettono di modulare il trattamento sulla base delle esigenze individuali.
Questo non significa che il diabete scompaia o che lo sport agonistico sia privo di rischi. Significa che il rischio può essere valutato e gestito.
Ed è su questa distinzione che si concentra la battaglia per cambiare le norme.
La contraddizione delle maglie: quella azzurra sì, quella militare no
La frase utilizzata da Sbrollini sintetizza il paradosso: «Sono considerati idonei a indossare la maglia azzurra, ma non quella di un gruppo sportivo dello Stato».
La questione assume particolare rilievo perché i gruppi sportivi militari e dei Corpi dello Stato rappresentano una componente importante dello sport italiano di alto livello. Esercito, Aeronautica, Marina, Carabinieri e Corpi di polizia sostengono infatti da decenni atleti impegnati nelle principali discipline olimpiche e internazionali.
Per un giovane atleta, l’accesso a queste strutture può significare allenamento professionistico, supporto economico e logistico, possibilità di dedicarsi all’attività agonistica e una prospettiva professionale.
L’esclusione automatica, quindi, non avrebbe soltanto un valore simbolico: può incidere concretamente sulla carriera sportiva.
Il caso Zverev come spartiacque culturale
La vittoria del tennista tedesco arriva così nel momento in cui in Italia si discute della necessità di cambiare le regole.
Zverev non è una dimostrazione teorica. È un atleta che nel giro di pochi mesi ha conquistato due tornei dello Slam e si è imposto ai vertici del tennis mondiale. La sua storia rende evidente che convivere con il diabete di tipo 1 e praticare sport ai massimi livelli non sono condizioni incompatibili.
Per Sbrollini, ora, la palla passa alle istituzioni.
«Il Parlamento dispone già di una proposta concreta», sottolinea la senatrice, chiedendo di accelerare l’esame del disegno di legge e di intervenire anche attraverso la riforma della sanità militare e l’aggiornamento dei criteri di idoneità.
Il principio invocato è semplice: la diagnosi non dovrebbe cancellare automaticamente il merito.
La sfida, per le istituzioni, è capire se una norma nata quasi un secolo fa sia ancora in grado di descrivere correttamente ciò che oggi la medicina, la tecnologia e soprattutto lo sport hanno dimostrato.
La risposta di Zverev, arrivata dal campo centrale di Flushing Meadows, è stata molto concreta: vincere.
