Negli ultimi giorni sono circolati titoli piuttosto allarmanti sull’inverno che ci aspetta: gelo siberiano fino in pianura, neve prolungata anche sulle coste, il rischio di blackout energetici legati a un possibile aumento della domanda di gas in piena crisi di approvvigionamento. Il tutto attribuito a El Niño, il fenomeno climatico che – questo è vero, ed è confermato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale – sta raggiungendo proporzioni da record nel Pacifico.
Il problema è che, scavando nelle fonti, questo scenario da gelo estremo non è affatto l’unica interpretazione in circolazione. Anzi, altre testate che partono dagli stessi identici dati arrivano a una conclusione quasi opposta. Vale la pena capire perché, perché è un caso di studio perfetto su come un fenomeno scientifico reale possa essere raccontato in modi molto diversi a seconda di quanto ci si spinge oltre quello che i dati dicono davvero.
Quello che sappiamo con certezza
Partiamo da ciò che è solido. L’OMM ha confermato che El Niño è ormai saldamente consolidato nel Pacifico tropicale, con una probabilità vicina al 100% di persistere almeno fino a febbraio 2027 e un picco d’intensità atteso entro la fine del 2026. Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, lo ha definito un fenomeno di “proporzioni gigantesche”, capace di portare il pianeta in “acque climatiche inesplorate”. Sono dichiarazioni reali, non parafrasi giornalistiche amplificate: la fonte primaria conferma la gravità del fenomeno su scala globale.
Fin qui, nessun dubbio: è lo stesso quadro che avevamo già raccontato quando abbiamo parlato della mappa degli effetti attesi di questo Super El Niño.
Dove le strade si dividono: l’Europa
Il punto delicato riguarda proprio l’Europa, e in particolare l’inverno che ci aspetta. Qui le fonti iniziano a raccontare storie diverse.
Da una parte, alcune testate – comprese ricostruzioni molto lette online – ipotizzano un inverno dominato da irruzioni di aria artica e siberiana, con temperature fino a decine di gradi sotto le medie stagionali, neve non solo su Alpi e Appennini ma anche in pianura e sulle coste, e uno scenario di crisi energetica aggravata dalla combinazione tra domanda alta e forniture di gas ridotte fino a ipotizzare blackout su scala estesa, descritti come “potenzialmente senza precedenti”.
Dall’altra, fonti altrettanto autorevoli invitano a un approccio molto più cauto. Il sito tempoitalia.it, ad esempio, titola esplicitamente “El Niño da record, ma l’Italia nessuna apocalisse climatica”, sottolineando che l’influenza di El Niño su Europa e Italia è marginale e indiretta. Anche una fonte diretta come Swissinfo, che riporta le dichiarazioni ufficiali dell’OMM, usa toni molto più prudenti: “l’influenza di El Niño in Europa è meno diretta rispetto alle regioni tropicali e, di conseguenza, è più complesso fare previsioni specifiche”.
C’è perfino una terza voce che complica ulteriormente il quadro: alcune ricostruzioni citano il meteorologo e climatologo Luca Mercalli in relazione a un possibile inverno più caldo della media, non più freddo — l’esatto opposto dello scenario “gelo e blackout”.
💡 Lo sapevi?
Esistono due vortici polari distinti: quello troposferico (bassa atmosfera, dove avvengono i fenomeni meteo quotidiani) e quello stratosferico (più in alto, più sensibile a fattori come El Niño). Solo il secondo, se si indebolisce o subisce un riscaldamento improvviso, può favorire ondate di gelo nell’emisfero nord — ma il loro arrivo in Europa dipende da condizioni aggiuntive, non garantite in anticipo.
Perché succede: il meccanismo c’è, ma l’esito no
Per capire come sia possibile una divergenza così ampia, bisogna guardare al meccanismo fisico di cui si parla: la teleconnessione tra El Niño e il vortice polare.
Di vortici polari, per essere precisi, ce ne sono due. Quello troposferico – la parte più bassa dell’atmosfera, dove si formano i fenomeni meteo che viviamo ogni giorno – non viene toccato in modo diretto da El Niño. Quello stratosferico, più in alto, è invece più sensibile: può indebolirsi, subire riscaldamenti improvvisi, e queste condizioni sono effettivamente favorevoli alla formazione di ondate di aria gelida nell’emisfero nord.
Il punto cruciale, però, è questo: queste ondate di freddo “vagano” per l’emisfero nord, e non è affatto scontato che finiscano per colpire proprio l’Europa. Solo in circostanze molto specifiche gli schemi di circolazione atmosferica si invertono in modo da spingere le masse d’aria dalla Siberia verso il nostro continente. È un meccanismo plausibile, documentato, reale ma la sua applicazione a “questo” inverno, con questo livello di dettaglio (gelo fino in pianura, blackout), è un salto logico che le fonti primarie non si sentono di fare con questo grado di certezza.
Cosa dire, quindi, a chi chiede “farà molto freddo quest’inverno?”
La risposta onesta è: non lo sappiamo ancora, e chiunque lo affermi con sicurezza in questa fase sta andando oltre quello che i centri meteorologici ufficiali sono disposti a garantire. Sappiamo che El Niño è forte e reale. Sappiamo che esiste un meccanismo fisico plausibile che potrebbe tradursi in ondate di freddo per l’Europa. Non sappiamo se, quest’anno, quel meccanismo si attiverà davvero nella nostra direzione e le fonti più rigorose lo dicono chiaramente, invece di riempire il vuoto informativo con lo scenario più drammatico disponibile.
Vale probabilmente la pena rivedere questo tema a ridosso di ottobre-novembre, quando i centri di calcolo avranno più dati sull’evoluzione del vortice polare stratosferico e le proiezioni stagionali guadagneranno affidabilità.
