Al Congresso Nazionale Congiunto della Società Geologica Italiana e della Società Italiana di Mineralogia e Petrologia, in corso al Padova Congress, l’attualità irrompe con la nuova attività dell’Etna. Il presidente dell’INGV Fabio Florindo: «Monitoriamo il vulcano 24 ore su 24». Mille geoscienziati da tutto il mondo e oltre 700 ricerche per affrontare i grandi temi legati alla Terra, dalle eruzioni alle materie prime
L’Etna entra al centro del Congresso Nazionale Congiunto della Società Geologica Italiana e della Società Italiana di Mineralogia e Petrologia proprio mentre il vulcano torna a mostrare una significativa attività e la cenere vulcanica torna a rappresentare un problema concreto per il traffico aereo.
Non è soltanto una coincidenza temporale. L’eruzione dell’Etna porta dentro il congresso uno dei temi più attuali delle geoscienze: come riconoscere, monitorare e gestire i rischi naturali prima che possano trasformarsi in emergenze.
A fare il punto è Fabio Florindo, presidente nazionale dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), intervenuto al congresso.
«L’attività dell’Etna è ripresa in maniera significativa», spiega Florindo. «Il problema, in questo momento, riguarda soprattutto il traffico aereo, perché quando vengono emesse quantità importanti di cenere vulcanica, queste possono rappresentare un rischio per i motori degli aeromobili».
È la stessa cenere che nelle ultime ore ha portato all’emissione di un’allerta rossa per l’aviazione e alla sospensione degli arrivi all’aeroporto di Catania. Una nube vulcanica che può sembrare, osservata da terra, semplicemente una colonna di fumo, ma che per un aereo rappresenta un pericolo molto concreto.
L’Etna osservato 24 ore su 24
La domanda, quindi, è come si fa a capire quando un vulcano sta aumentando la propria attività e quando una variazione può rappresentare un rischio.
La risposta passa da una rete di strumenti che osservano continuamente ciò che accade all’interno e sulla superficie dell’Etna.
«Al momento l’attività resta significativa. Noi la monitoriamo 24 ore su 24», sottolinea Florindo.
L’INGV dispone di un sistema denominato ETNAS, Etna iNtegrated Alert System, che integra diverse tipologie di dati per costruire un quadro il più possibile completo dell’evoluzione del vulcano.
Non esiste, infatti, un unico parametro capace di raccontare da solo ciò che sta succedendo sotto un vulcano.
Il sistema prende in considerazione, tra gli altri elementi, i dati relativi al tremore vulcanico e quelli geochimici, incrociandoli con le informazioni provenienti dalle altre reti di monitoraggio.
È proprio l’integrazione delle informazioni a consentire di distinguere una semplice variazione dell’attività da un cambiamento che merita maggiore attenzione.
Dal tremore ai gas: cosa cercano gli scienziati
Il tremore vulcanico è uno degli indicatori più importanti per seguire l’evoluzione dell’attività dell’Etna. Le variazioni del segnale possono essere associate ai movimenti del magma e dei fluidi all’interno del sistema vulcanico.
Ma il sottosuolo non può essere “letto” attraverso una sola misura.
Per questo il monitoraggio comprende anche parametri geochimici, che possono fornire informazioni sui gas e sui processi che avvengono all’interno del sistema vulcanico.
A questi dati si aggiungono le osservazioni visive e termiche, le informazioni sismiche e gli altri parametri raccolti dalle reti dell’Istituto.
Il principio è quello della convergenza degli indizi: più segnali indipendenti vengono analizzati insieme, maggiore è la capacità di interpretare l’evoluzione del fenomeno.
E adesso entra in campo l’intelligenza artificiale
La novità sottolineata da Florindo è che a questo patrimonio di dati si stanno affiancando anche sistemi basati sull’intelligenza artificiale.
«A questi si affiancano sistemi basati sull’intelligenza artificiale, che consentono di integrare e analizzare le diverse informazioni», spiega il presidente dell’INGV.
L’obiettivo non è sostituire il lavoro dei vulcanologi con un algoritmo.
L’intelligenza artificiale può invece aiutare a mettere in relazione una quantità enorme di informazioni, individuando pattern e variazioni che devono poi essere interpretati dagli esperti.
È un passaggio particolarmente importante nel caso dell’Etna, uno dei vulcani più monitorati al mondo e caratterizzato da una dinamica estremamente complessa.
Il risultato finale può essere tradotto, spiega Florindo, in un sistema molto intuitivo: «Può essere rappresentato come un semaforo».
Dietro la semplicità del semaforo, però, c’è una sofisticata infrastruttura scientifica.
Perché la cenere è così pericolosa per gli aerei
L’attualità dell’Etna permette anche di comprendere perché il monitoraggio vulcanico abbia conseguenze immediate sulla vita quotidiana.
Il problema principale, in questa fase, è rappresentato dalla cenere.
La cenere vulcanica non è semplicemente fumo. È costituita da particelle molto fini di materiale roccioso, minerale e vetroso prodotte dall’attività eruttiva.
Quando queste particelle entrano nei motori degli aerei possono raggiungere zone caratterizzate da temperature molto elevate. Alcuni componenti possono fondersi e successivamente ridepositarsi sulle parti interne del motore, compromettendone il funzionamento.
Per questo motivo la presenza di una nube di cenere lungo le traiettorie utilizzate dagli aerei può determinare restrizioni o sospensioni del traffico.
Il problema non riguarda soltanto il volo in quota. Le fasi di decollo e atterraggio sono particolarmente sensibili perché gli aeromobili devono attraversare gli strati atmosferici più vicini al vulcano e all’area interessata dalla dispersione della nube.
È quindi il monitoraggio della nube, insieme alle informazioni meteorologiche e vulcanologiche, a consentire alle autorità aeronautiche di stabilire le misure necessarie.
Un congresso che parte dall’Etna e guarda alla Terra
L’Etna è soltanto uno dei temi attraverso i quali il congresso porta la ricerca geologica dentro l’attualità.
Al Padova Congress sono riuniti circa 1.000 geoscienziati provenienti da tutto il mondo, con oltre 700 ricerche presentate nell’ambito di circa 40 sessioni.
Il titolo scelto per l’appuntamento è “Ter(r)a: Risorse, Rischi, Rispetto”.
Tre parole che riassumono una delle sfide principali delle geoscienze contemporanee.
La Terra è innanzitutto una fonte di risorse. Minerali, metalli, materie prime critiche ed energia sono alla base di una parte enorme dell’economia mondiale e diventano sempre più centrali anche nelle strategie geopolitiche.
Ma la Terra è anche un sistema di rischi: terremoti, vulcani, frane, eventi estremi e cambiamenti ambientali possono avere conseguenze dirette sulle popolazioni e sulle infrastrutture.
E infine c’è il tema del rispetto, cioè della capacità di utilizzare le risorse disponibili senza compromettere gli equilibri ambientali e la possibilità delle generazioni future di disporre delle stesse risorse.
Materie prime, energia e nuove tensioni geopolitiche
Il tema delle materie prime non è più confinato ai laboratori o alle miniere.
La disponibilità di minerali e metalli strategici è diventata una questione geopolitica. La transizione energetica, l’elettrificazione dei trasporti, le batterie, le tecnologie digitali e la produzione di energia rinnovabile richiedono infatti quantità crescenti di diverse materie prime.
Questo rende la geologia una disciplina sempre più legata alle scelte economiche e politiche.
Capire dove si trovano le risorse, come vengono estratte, quali sono le catene di approvvigionamento e quali alternative possono essere sviluppate significa anche comprendere una parte delle dinamiche che stanno caratterizzando l’economia globale.
Ed è proprio su questi incroci tra scienza, ambiente, economia e geopolitica che il congresso vuole portare l’attenzione.
Dal cuore della Terra all’Antropocene
Il programma riunisce alcune delle personalità più autorevoli delle geoscienze e delle discipline che con esse dialogano.
Martedì 15 settembre, alle 14.45, sarà protagonista Max W. Schmidt, del Department of Earth and Planetary Sciences dell’ETH di Zurigo, scienziato di riferimento nel campo della geochimica e della geologia quantitativa. La sua attività di ricerca si concentra sui processi geologici profondi e sulle condizioni estreme che caratterizzano il mantello e la crosta terrestre.
Mercoledì 16 settembre, sempre alle 14.45, sarà la volta di Telmo Pievani, docente del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova e titolare della prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche.
Il suo intervento porta il congresso anche sul terreno dell’evoluzione, del darwinismo, delle crisi climatiche e dell’Antropocene: il rapporto tra l’evoluzione della Terra e l’impatto sempre più profondo esercitato dalle attività umane.
Giovedì 17 settembre, alle 14.45, interverrà invece Massimo Lombardini dell’ISPI, esperto di energia, sostenibilità e geoeconomia, per affrontare il rapporto tra risorse, mercati energetici e transizione ecologica.
Tre prospettive diverse, ma legate da una stessa domanda: come cambia il rapporto tra l’uomo e il pianeta quando risorse, rischi e trasformazioni ambientali diventano fattori strategici?
La lezione dell’Etna: conoscere prima di gestire
È proprio l’Etna, in queste ore, a ricordare perché questa domanda non appartenga soltanto al mondo accademico.
Quando una nube di cenere attraversa il cielo della Sicilia e il traffico aereo deve essere modificato, la ricerca scientifica diventa immediatamente una questione di sicurezza.
Dietro un’allerta ci sono reti di monitoraggio, strumenti geofisici, analisi geochimiche, osservazioni satellitari e sistemi informatici. E sempre più spesso anche algoritmi capaci di aiutare gli scienziati a interpretare grandi quantità di dati.
«L’attività dell’Etna è ripresa in maniera significativa», ribadisce Florindo.
La sua dichiarazione restituisce anche il senso più concreto del congresso: la conoscenza della Terra non serve soltanto a spiegare ciò che è già accaduto. Serve soprattutto a riconoscere ciò che sta cambiando mentre accade.
E in un Paese come l’Italia, caratterizzato dalla presenza di numerosi vulcani attivi e da una forte esposizione a diversi rischi naturali, questa capacità può diventare una delle forme più importanti di prevenzione.
L’Etna, ancora una volta, lo sta dimostrando in tempo reale.
