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Cosa c’è dietro al rifiuto di soccorsi stranieri del Nepal. La verità del disastro climatico

Mentre il bilancio della catastrofe di Rasuwa continua ad aggravarsi – ne abbiamo ricostruito la dinamica geologica in dettaglio qui – online si è scatenata una vera e propria ondata di teorie alternative e contenuti falsi. Le abbiamo ricostruite una per una, confrontandole con l’analisi scientifica ufficiale.

Cosa sappiamo davvero, in sintesi

Come raccontato nel nostro approfondimento geologico, la ricostruzione più accreditata – firmata dalla Società Geologica Italiana (Giovanni Crosta, Università di Milano-Bicocca, e Rodolfo Carosi) – parla di una valanga di ghiaccio e roccia.

Si tratta di circa 10 milioni di metri cubi di ghiaccio staccatisi da un versante a 5.100 metri di quota, precipitati per 1.400 metri, mescolatisi con acqua e detriti lungo una colata che ha devastato 80-90 km di valle.

Gli esperti hanno escluso la classificazione come GLOF (l’esondazione di un lago glaciale preesistente), e anche il terremoto di magnitudo 4,4 registrato inizialmente è stato riletto come le vibrazioni prodotte dal crollo stesso.

Su questa base scientifica solida, ecco le principali teorie circolate online nelle ore successive al disastro.

Teoria 1: la diga cinese crollata

La versione più diffusa in assoluto. Secondo la ricostruzione del South China Morning Post, non appena la notizia è esplosa, gli utenti social hanno iniziato a ipotizzare che il disastro fosse partito dal lato cinese del confine, attribuendolo al crollo di una diga cinese in Tibet.

La teoria si è diffusa attraverso hashtag virali su Weibo e su X, alimentando quella che il South China Morning Post descrive come una vera “guerra di informazione” sulle attività cinesi nella regione proseguita online anche dopo che Pechino e Kathmandu avevano concordato pubblicamente la ricostruzione scientifica basata sul collasso del ghiacciaio.

Teoria 2: le grandi opere infrastrutturali cinesi

Un filone collegato al primo: secondo l’analisi dell’organizzazione DISA, altri post hanno puntato il dito contro le dighe idroelettriche e i progetti stradali su larga scala costruiti dalla Cina nella regione autonoma del Tibet, descrivendoli come causa “ingegneristica” del disastro, distinta dal crollo di una diga specifica.

Teoria 3: HAARP, l'”arma del clima”

Un filone completamente diverso, documentato da AAP FactCheck: alcuni post Facebook hanno condiviso un video autentico della frana sostenendo che il disastro fosse “made by HAARP” ovvero il programma di ricerca ionosferica dell’Alaska, storicamente al centro di teorie secondo cui verrebbe usato come arma per manipolare il meteo o innescare eventi geologici. È un fenomeno ricorrente: HAARP viene tirato in ballo praticamente a ogni grande disastro naturale globale, dagli uragani ai terremoti.

Teoria 4: immagini false e video riciclati

Le organizzazioni di fact-checking asiatiche hanno documentato un fenomeno distinto dalle teorie “esplicative”: la circolazione di contenuti falsi o fuori contesto, spesso senza una tesi precisa dietro, ma capaci comunque di distorcere la percezione dell’evento:

  • BOOM (fact-checking indiano) ha verificato che video con milioni di visualizzazioni, presentati come riprese dell’alluvione di Rasuwa, mostravano in realtà altri eventi, incluse immagini dell’alluvione di Dharali, in India, risalente all’agosto 2025.
  • AAP FactCheck ha rilevato immagini generate con l’intelligenza artificiale – riconducibili, secondo i software di rilevamento, a modelli OpenAI – spacciate per fotografie reali del prima/dopo.
  • È circolato anche un video autentico, ripreso da un elicottero cinese, che mostrava davvero il punto di distacco del ghiacciaio: non un falso, ma diffuso con didascalie che semplificavano eccessivamente la dinamica, etichettando genericamente l’evento come “GLOF” prima che la classificazione venisse corretta dagli esperti,

Perché nascono teorie come queste

Un fattore concreto ha probabilmente accelerato la diffusione delle teorie, in particolare quella sulla diga cinese: il rifiuto iniziale del Nepal di accettare squadre di soccorso straniere. Nonostante le offerte di aiuto da India, Cina, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e altri paesi, il ministero degli Esteri nepalese aveva dichiarato che le proprie agenzie di sicurezza erano sufficienti a gestire le operazioni.

Secondo Dinesh Bhattarai, ex ambasciatore nepalese alle Nazioni Unite, la riluttanza ad accettare squadre straniere potrebbe essere legata proprio alla sensibilità geografica di Rasuwa, che confina con il Tibet cinese — una delle questioni territoriali più delicate per Pechino. Una lettura che il governo nepalese ha respinto, attribuendo la scelta unicamente al fatto che le squadre locali stessero già gestendo l’emergenza.

Combinato con il collasso delle comunicazioni fisiche nella zona colpita – strade erose, ponti crollati, ripetitori telefonici distrutti – questo rifiuto ha lasciato per giorni un vuoto informativo dal terreno: la condizione ideale per cui le teorie, in particolare quelle a sfondo geopolitico, trovano terreno fertile.

Le ultime notizie

Un aggiornamento importante: nelle ultime ore, il ministro degli Esteri nepalese Shisir Khanal ha respinto con forza le notizie secondo cui Kathmandu avrebbe rifiutato ogni aiuto internazionale, chiarendo che assistenza estera specializzata e supporto alla ricostruzione restano necessari e richiesti. La distinzione riguardava specificamente le squadre di ricerca e soccorso nella fase iniziale, non gli aiuti nel loro complesso — un esempio di come anche le dichiarazioni ufficiali si siano evolute nel tempo, rendendo ancora più comprensibile la confusione online.

✅ Cosa puoi fare tu

Prima di condividere immagini o video di un disastro naturale, verifica se lo stesso contenuto è già stato smentito da organizzazioni di fact-checking (in Italia, ad esempio, Facta o Pagella Politica). Un video “scioccante” con milioni di visualizzazioni e nessuna fonte giornalistica verificata alle spalle è spesso un segnale d’allarme, non una prova.

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