A due giorni dalla catastrofe che ha colpito la valle di Rasuwa, tra Nepal e Tibet, il bilancio delle vittime continua a crescere di ora in ora. Secondo gli ultimi aggiornamenti diffusi dalle autorità nepalesi, i morti accertati hanno superato quota 580, mentre i dispersi restano oltre 2.400, tra cui 517 cittadini stranieri. Tra questi figurano anche tre italiani non ancora rintracciati: un uomo di Rapallo e una coppia italo-svizzera. Sul versante cinese, in Tibet, le autorità hanno confermato 5 vittime e centinaia di dispersi, con le operazioni di soccorso sospese in alcune aree per il rischio di nuove esondazioni legate a un accumulo di detriti che si sta comportando come un lago temporaneo, con il pericolo di tracimare.
I distretti più colpiti sono Chitwan (178 vittime accertate), Nawalparasi Est (110), Gorkha (44) e Nuwakot (37), a testimonianza di quanto l’ondata si sia propagata lontano dal punto di origine. Decine di ponti e circa 40 chilometri di strade sono stati distrutti, mentre oltre 100 persone sono rimaste per giorni intrappolate in un tunnel di un impianto idroelettrico prima di essere tratte in salvo dall’esercito nepalese.
- Oltre 580 morti accertati in Nepal, 5 in Tibet
- Oltre 2.400 dispersi complessivi, di cui 517 stranieri
- 3 cittadini italiani ancora non rintracciati
- Circa 10 milioni di metri cubi di ghiaccio mobilizzati, più un ingente volume di roccia
- 80-90 km di tratto vallivo coinvolto dalla piena
- Circa 40 km di strade e decine di ponti distrutti
La ricostruzione scientifica: non un GLOF, ma una valanga di ghiaccio e roccia
Mentre proseguono i soccorsi, la comunità scientifica internazionale sta lavorando per ricostruire con precisione la dinamica dell’evento. Un contributo rilevante arriva dalla Società Geologica Italiana, che ha diffuso un’analisi tecnica firmata da Giovanni Crosta, geologo dell’Università di Milano-Bicocca, e Rodolfo Carosi, presidente della Società stessa.
Secondo la loro ricostruzione preliminare, basata sull’analisi delle immagini satellitari, una massa di ghiaccio e roccia si è staccata da un ghiacciaio a circa 5.100 metri di quota, precipitando per circa 1.400 metri nella valle sottostante. La porzione di ghiacciaio coinvolta avrebbe avuto una larghezza di circa 600 metri, una lunghezza di 400 metri e uno spessore prossimo ai 50 metri, per un volume di ghiaccio mobilizzato stimato in almeno 10 milioni di metri cubi, a cui si sarebbe aggiunto un ulteriore, ingente volume di materiale roccioso.
Un punto tecnico rilevante riguarda la classificazione dell’evento: nei primi resoconti, il disastro era stato associato alla categoria dei GLOF (Glacial Lake Outburst Flood), le esondazioni improvvise di laghi glaciali, un fenomeno comune nelle aree himalayane. Sulla base delle informazioni raccolte finora, però, Crosta e Carosi ritengono più corretto definirlo come una piena catastrofica generata da una valanga di ghiaccio e roccia, e dalla conseguente mobilizzazione di acqua e detriti: una distinzione tecnica importante, anche se il risultato finale, in termini di impatto sulle comunità a valle, resta ugualmente devastante.
La differenza tra un GLOF (l’esondazione improvvisa di un lago glaciale già esistente) e una valanga di ghiaccio e roccia come quella di Rasuwa non è solo terminologica. Nel primo caso, il fenomeno ha origine dal cedimento di un argine naturale che tratteneva un bacino d’acqua già formato. Nel secondo, come sembra essere accaduto in questo caso, è il crollo diretto di una porzione di ghiacciaio a innescare l’evento, con la successiva mobilizzazione di acqua e detriti lungo il percorso. Capire quale dei due meccanismi è all’opera è essenziale per la prevenzione, perché richiede il monitoraggio di indicatori diversi: i laghi glaciali per i GLOF, la stabilità dei versanti glaciali per le valanghe di ghiaccio e roccia.
Come un fenomeno locale è diventato una catastrofe su decine di chilometri
La spiegazione fisica del perché un collasso avvenuto in una zona remota d’alta quota abbia potuto devastare insediamenti a decine di chilometri di distanza è al centro dell’analisi di Carosi: “Il collasso di circa 10 milioni di metri cubi di ghiaccio, seguito da una caduta di oltre mille metri, libera un’energia enorme”, ha spiegato il presidente della Società Geologica Italiana. Durante la caduta, il ghiaccio si sarebbe progressivamente frammentato e in parte sciolto per l’attrito e l’energia liberata, mescolandosi con acqua, rocce e sedimenti incontrati lungo il percorso. Il risultato è una colata che aumenta il proprio volume, la propria velocità e la propria capacità distruttiva mano a mano che avanza verso valle.
Secondo la stima della Società Geologica Italiana, basata sull’elenco delle zone danneggiate, il tratto di valle coinvolto si estenderebbe per circa 80-90 chilometri. Resta da chiarire, nei prossimi studi, se lungo il percorso la massa abbia anche formato uno sbarramento temporaneo del corso d’acqua, con la formazione di un bacino il cui successivo cedimento avrebbe amplificato ulteriormente la potenza dell’ondata.
L’errore iniziale sul terremoto
Nelle prime ore, l’evento era stato registrato dagli strumenti sismici come un terremoto di magnitudo 4,4. Le analisi successive dell’United States Geological Survey (USGS), riprese dalla Società Geologica Italiana, hanno rivisto questa lettura: il segnale sismico, di magnitudo equivalente a circa 5,2, sarebbe stato generato dal collasso stesso della massa di ghiaccio e roccia e dalla successiva colata di detriti, e non da un terremoto tettonico. In altre parole, non è stata una scossa di terra a innescare il crollo del ghiacciaio, ma il crollo del ghiacciaio a produrre vibrazioni tanto forti da essere scambiate, in un primo momento, per un sisma autonomo.
- Se hai familiari, amici o conoscenti ancora dispersi nell’area, fai riferimento esclusivamente ai canali ufficiali della Farnesina (Unità di Crisi) e dell’Ambasciata italiana competente
- Diffida di bilanci non aggiornati che circolano sui social: il numero di vittime e dispersi cambia più volte al giorno, fai riferimento alle agenzie di stampa e ai siti istituzionali
- Se vuoi sostenere le operazioni di soccorso, verifica la presenza di raccolte fondi ufficiali promosse da organizzazioni umanitarie internazionali riconosciute, attive nella regione
- Se hai in programma un viaggio nell’area della valle di Rasuwa o del sistema Lhende Khola-Trishuli nei prossimi mesi, monitora gli aggiornamenti ufficiali prima della partenza: l’area resta a rischio di ulteriori fenomeni
Perché pochi minuti possono fare la differenza
Uno dei punti su cui la Società Geologica Italiana insiste con più forza riguarda la prevenzione. “In eventi caratterizzati da velocità di propagazione così elevate, anche pochi minuti di preavviso potrebbero salvare molte vite”, ha dichiarato Carosi. Un sistema di allerta efficace, secondo gli esperti, richiede l’integrazione di più strumenti: osservazioni satellitari ad alta frequenza, reti sismiche, sensori sui versanti, misurazioni dei laghi glaciali e delle portate fluviali, stazioni meteorologiche e ricognizioni sul terreno. Ma il monitoraggio scientifico da solo non basta: deve essere collegato a sistemi di allerta realmente operativi, capaci di trasformare i dati raccolti in segnali d’allarme (sirene, comunicazioni telefoniche e radio, vie di evacuazione individuate in anticipo) che raggiungano rapidamente le comunità a valle.
Sul rapporto tra questo tipo di eventi e il cambiamento climatico, la Società Geologica Italiana mantiene un approccio rigoroso: non è scientificamente corretto attribuire un singolo evento al riscaldamento globale prima di studi specifici dedicati. È però un fatto accertato che il riscaldamento globale stia modificando gli ambienti di alta montagna, contribuendo alla regressione dei ghiacciai e alla degradazione del permafrost, e che le aree glaciali si stiano rivelando particolarmente sensibili anche a piccole variazioni di temperatura. Una lettura che trova eco anche in un’analisi pubblicata sulla rivista scientifica Nature, secondo cui il crollo del ghiacciaio all’origine del disastro rappresenterebbe un campanello d’allarme sull’instabilità crescente delle zone d’alta quota legata al riscaldamento globale.
Una cooperazione che deve attraversare i confini
Un ultimo aspetto sottolineato dalla Società Geologica Italiana riguarda la dimensione transfrontaliera del rischio: un fenomeno originato in una zona remota di alta montagna, come in questo caso, può attraversare rapidamente i confini nazionali, dal Tibet al Nepal, e raggiungere insediamenti situati molti chilometri più a valle. Per questo gli esperti richiamano l’importanza della cooperazione scientifica internazionale e dello scambio tempestivo dei dati, soprattutto nei bacini idrografici condivisi tra più Paesi, come quello del sistema Lhende Khola-Trishuli coinvolto in questo disastro.
