La cattura e lo stoccaggio della CO₂ (Carbon Capture and Storage, CCS) è da anni una delle tecnologie più controverse della transizione energetica. Per i suoi sostenitori rappresenta uno strumento indispensabile per raggiungere la neutralità climatica, soprattutto nei settori industriali dove abbattere completamente le emissioni è ancora difficile. Per i critici, invece, rischia di trasformarsi in un alibi per prolungare l’era dei combustibili fossili.
A riaccendere il dibattito è una lunga inchiesta pubblicata da ProPublica, che ripercorre oltre vent’anni di sviluppo del settore e il ruolo svolto dalle grandi compagnie petrolifere nel promuovere la cattura della CO₂ come soluzione centrale alla crisi climatica.
Cos’è il Carbon Capture and Storage
Il Carbon Capture and Storage consiste nel catturare l’anidride carbonica prodotta da impianti industriali o centrali elettriche, comprimerla e trasportarla attraverso condotte o navi fino a siti geologici dove viene immagazzinata in profondità.
Sulla carta il principio è semplice: impedire che la CO₂ raggiunga l’atmosfera.
Negli ultimi anni questa tecnologia è diventata uno degli elementi più discussi delle strategie di decarbonizzazione. L’Unione europea, gli Stati Uniti e numerosi governi hanno destinato miliardi di euro e dollari allo sviluppo di nuovi impianti, mentre le principali compagnie energetiche la indicano come una componente essenziale del percorso verso le emissioni nette zero.
L’inchiesta: come il CCS è diventato un pilastro delle politiche climatiche
Secondo ProPublica, la crescita del CCS non sarebbe stata guidata soltanto dall’evoluzione scientifica, ma anche da una lunga attività di lobbying e comunicazione promossa dall’industria petrolifera.
L’inchiesta ricostruisce come, a partire dagli anni Novanta, il settore abbia finanziato studi, campagne informative e iniziative politiche per presentare la cattura della CO₂ come una tecnologia capace di conciliare gli obiettivi climatici con la prosecuzione dell’estrazione e dell’utilizzo di petrolio e gas.
Il risultato, secondo gli autori, è che oggi il CCS occupa uno spazio molto più rilevante nelle politiche climatiche internazionali rispetto ai risultati effettivamente raggiunti sul campo.
Una tecnologia ancora marginale
Nonostante la crescente attenzione politica, la capacità globale di cattura della CO₂ rappresenta ancora una quota minima delle emissioni mondiali.
Per raggiungere gli obiettivi indicati in molti scenari climatici sarebbe necessario costruire migliaia di nuovi impianti, sviluppare reti di trasporto dedicate e individuare enormi capacità di stoccaggio geologico.
A questi aspetti si aggiungono costi elevati, tempi lunghi di realizzazione e un notevole fabbisogno energetico, elementi che rendono complessa una diffusione su larga scala.
Il punto più controverso: recuperare altro petrolio con la CO₂
Uno degli aspetti più discussi riguarda l’Enhanced Oil Recovery (EOR), una tecnica utilizzata da decenni nell’industria petrolifera.
In molti casi la CO₂ catturata non viene immagazzinata esclusivamente per finalità climatiche, ma viene iniettata nei giacimenti maturi per aumentare la pressione e facilitare l’estrazione del greggio residuo.
Per gli ambientalisti questa pratica rappresenta un evidente paradosso: una tecnologia pensata per ridurre le emissioni finisce, almeno in parte, per sostenere una maggiore produzione di combustibili fossili.
L’industria replica che anche in questi casi una quota significativa della CO₂ rimane intrappolata nel sottosuolo e che l’esperienza maturata con l’EOR ha contribuito allo sviluppo delle competenze necessarie per i moderni sistemi di stoccaggio geologico.
Cosa dice la comunità scientifica
Il dibattito non è però riducibile a una contrapposizione tra favorevoli e contrari.
L’IPCC, il principale organismo scientifico delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, considera il CCS una tecnologia potenzialmente utile, ma soprattutto nei cosiddetti settori hard-to-abate, come la produzione di cemento, acciaio e alcuni comparti dell’industria chimica, dove le emissioni sono particolarmente difficili da eliminare.
Anche l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ritiene che la cattura della CO₂ possa avere un ruolo nel raggiungimento della neutralità climatica, ma sottolinea che non può sostituire la rapida riduzione del consumo di carbone, petrolio e gas.
In altre parole, il CCS viene visto come uno strumento complementare e non come un’alternativa alla transizione energetica.
E l’Italia?
Anche l’Italia guarda con interesse alla cattura della CO₂. Tra i progetti più avanzati figura quello di Ravenna, destinato a utilizzare gli ex giacimenti di gas dell’Adriatico come siti di stoccaggio permanente della CO₂ proveniente da attività industriali.
Il progetto viene considerato strategico sia dal Governo sia dall’industria energetica, ma continua a suscitare un acceso confronto tra sostenitori e associazioni ambientaliste, che chiedono di concentrare maggiormente gli investimenti su efficienza energetica e fonti rinnovabili.
Una questione ancora aperta
L’inchiesta di ProPublica non sostiene che la cattura della CO₂ sia una tecnologia inutile. Piuttosto, invita a interrogarsi sul peso che le viene attribuito nelle strategie climatiche e su chi abbia contribuito a costruirne la narrativa.
La domanda resta aperta: il Carbon Capture sarà uno strumento limitato ma indispensabile per decarbonizzare i settori industriali più complessi, oppure rischia di diventare il meccanismo con cui prolungare la dipendenza dai combustibili fossili?
La risposta, probabilmente, dipenderà non solo dai progressi tecnologici, ma anche dalle scelte politiche dei prossimi anni e dal ruolo che governi e imprese decideranno di assegnare a questa tecnologia nel percorso verso la neutralità climatica.
