L’Italia è il Paese europeo che paga il prezzo sanitario più alto dell’inquinamento atmosferico. Eppure è anche l’unico, tra quelli monitorati dall’European Environmental Bureau (EEB), a non aver ancora previsto una consultazione pubblica sul recepimento della nuova Direttiva europea sulla qualità dell’aria.
È il paradosso denunciato da Cittadini per l’Aria, EEB, Clean Cities Campaign, ISDE Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e Torino Respira: proprio mentre il nostro Paese registra il maggior numero di vittime legate allo smog, il percorso per adeguarsi ai nuovi limiti europei procede senza un confronto pubblico con cittadini, esperti e associazioni.
PM2,5, 43 mila morti premature in Italia nel 2023
I numeri dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) fotografano una situazione critica.
Nel 2023 l’Italia ha registrato 43.083 morti premature attribuibili all’esposizione al PM2,5, il valore assoluto più alto dell’Unione europea, davanti a Polonia e Germania.
Il particolato fine PM2,5 è considerato uno degli inquinanti più pericolosi perché, grazie alle sue dimensioni ridotte, può penetrare profondamente nei polmoni e raggiungere il sistema circolatorio, aumentando il rischio di malattie cardiovascolari, respiratorie e tumori.
25 città su 27 oltre i nuovi limiti europei
Il problema emerge anche dal monitoraggio urbano.
Secondo i dati della campagna “Cambiamo Aria”, nel 2025 ben 25 città italiane su 27 monitorate hanno superato i limiti annuali previsti dalla nuova Direttiva europea 2024/2881 sul PM2,5.
Le situazioni più critiche riguardano:
- Milano;
- Torino;
- Padova.
In queste città sono stati registrati oltre 100 giorni di superamento dei valori considerati compatibili con una migliore tutela della salute pubblica.
La nuova direttiva Ue punta a dimezzare l’inquinamento
La Direttiva europea 2024/2881 sulla qualità dell’aria introduce nuovi standard più severi, con l’obiettivo di avvicinare progressivamente i limiti europei alle raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità.
Tra gli obiettivi principali c’è la riduzione degli effetti sanitari causati da particolato fine, biossido di azoto e altri inquinanti entro il 2030.
Ma secondo il Tracker realizzato dall’EEB, l’Italia è tra i Paesi più indietro nel percorso di recepimento.
Gli altri Paesi europei hanno già aperto il confronto
Il confronto con gli altri Stati mostra una differenza significativa.
In Polonia sono stati attivati tavoli permanenti con regioni e organizzazioni non governative, oltre a discussioni bilaterali e incontri con gli stakeholder.
In Francia è operativo un gruppo di lavoro dedicato che coinvolge anche la società civile nella definizione delle nuove regole.
In Spagna il Ministero ha avviato una consultazione pubblica accompagnata da workshop e gruppi di lavoro.
Anche Germania e Svezia hanno già predisposto percorsi partecipativi, arrivando in alcuni casi a fissare standard più restrittivi rispetto ai minimi europei.
Italia ferma, associazioni: “Serve trasparenza”
Secondo le associazioni, in Italia manca invece un percorso pubblico e verificabile.
Tra le richieste avanzate ci sono:
- l’apertura immediata di una consultazione pubblica;
- la pubblicazione di un cronoprogramma sul recepimento;
- obiettivi nazionali più ambiziosi rispetto ai livelli minimi europei.
Secondo Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’Aria, il rischio è che il dibattito si concentri più sulle deroghe che sulle misure necessarie per migliorare la qualità dell’aria.
L’epidemiologo ambientale Francesco Forastiere parla di un vero paradosso:
“Siamo il Paese europeo in cui l’inquinamento atmosferico causa più malattie e morti premature, eppure siamo anche tra gli ultimi a recepire la nuova direttiva sui limiti di qualità dell’aria”.
La qualità dell’aria resta una delle emergenze sanitarie europee
Secondo l’EEB, l’inquinamento atmosferico resta il principale rischio ambientale per la salute in Europa, responsabile di circa 300 mila morti premature ogni anno.
Una sfida che riguarda soprattutto le aree urbane e industrializzate, dove traffico, riscaldamento domestico e attività produttive contribuiscono alla presenza di particolato e biossido di azoto.
Per l’Italia, in particolare, il nodo resta quello della Pianura Padana, una delle aree più vulnerabili d’Europa per condizioni climatiche e conformazione geografica.
La nuova direttiva rappresenta quindi un’occasione per cambiare passo. Ma, secondo le associazioni, il primo passo dovrebbe essere proprio quello di rendere il processo più trasparente e partecipato.
