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Il lato nascosto dell’IA: perché Erin Brockovich ora dichiara guerra ai data center

L’attivista simbolo della lotta all’inquinamento torna al centro del dibattito ambientale. Questa volta nel mirino ci sono le infrastrutture che alimentano l’intelligenza artificiale, accusate di consumare enormi quantità di acqua ed energia e di essere costruite senza un adeguato coinvolgimento delle comunità locali.

Per milioni di persone il suo nome è legato alla storica battaglia contro l’inquinamento delle falde acquifere raccontata nell’omonimo film interpretato da Julia Roberts. Oggi, a oltre venticinque anni da quella vicenda, Erin Brockovich torna a far parlare di sé. Lo fa con una nuova campagna che prende di mira uno dei simboli dell’era digitale: i data center che alimentano l’intelligenza artificiale.

La sua denuncia non riguarda l’IA in quanto tecnologia, ma il prezzo ambientale che rischia di accompagnarne lo sviluppo. Secondo Brockovich, la corsa globale alla costruzione di nuovi centri di elaborazione dati sta procedendo troppo velocemente e senza sufficiente trasparenza, con impatti potenzialmente significativi sulle risorse idriche, sui consumi energetici e sulla qualità della vita delle comunità che ospitano questi impianti.

Perché i data center sono finiti sotto accusa

L’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa ha moltiplicato la domanda di potenza di calcolo. Ogni chatbot, modello linguistico o sistema di generazione di immagini si appoggia a enormi data center che ospitano migliaia di server, attivi 24 ore su 24.

Queste infrastrutture richiedono grandi quantità di elettricità non solo per alimentare i processori, ma anche per raffreddarli. In molti casi il raffreddamento avviene utilizzando acqua, una risorsa che in numerose aree degli Stati Uniti è già sottoposta a forte pressione a causa della siccità e del cambiamento climatico.

Secondo gli esperti, proprio il rapido aumento della domanda energetica dell’IA rappresenta una delle principali sfide ambientali dei prossimi anni.

La nuova iniziativa di Erin Brockovich

Per accendere i riflettori sul fenomeno, Brockovich ha lanciato una piattaforma partecipativa attraverso la quale cittadini e amministrazioni possono segnalare data center già operativi, cantieri e nuovi progetti.

L’obiettivo è costruire una mappa pubblica che raccolga informazioni sugli impatti locali: consumo di acqua, richiesta di energia elettrica, rumore, effetti sull’ambiente circostante e modalità con cui vengono autorizzati gli impianti.

Secondo l’attivista, molte comunità scoprono la realizzazione di un nuovo data center solo quando il progetto è già in fase avanzata, senza aver avuto la possibilità di partecipare realmente al processo decisionale.

Il vero nodo: acqua ed energia

Negli ultimi anni il dibattito sull’intelligenza artificiale si è concentrato soprattutto su privacy, copyright, sicurezza e occupazione. Meno attenzione è stata dedicata all’impronta ambientale delle infrastrutture che rendono possibile questa rivoluzione tecnologica.

I grandi data center possono assorbire una quantità di elettricità paragonabile a quella consumata da intere città e, nei sistemi di raffreddamento tradizionali, utilizzare milioni di litri d’acqua.

La crescita dell’IA sta inoltre spingendo molti operatori a costruire nuovi impianti in tempi molto rapidi, aumentando la pressione sulle reti elettriche e sulle risorse idriche locali.

Perché l’IA consuma così tanta energia?

I modelli di intelligenza artificiale vengono addestrati ed eseguiti all’interno di grandi data center che ospitano migliaia di server. Oltre all’elettricità necessaria per il calcolo, queste strutture richiedono importanti sistemi di raffreddamento, spesso alimentati ad acqua. Con la diffusione dell’IA generativa cresce quindi anche la domanda di energia e di risorse idriche, rendendo la sostenibilità delle infrastrutture digitali uno dei grandi temi ambientali del prossimo decennio.

Un tema destinato ad arrivare anche in Europa

Se oggi il dibattito è particolarmente acceso negli Stati Uniti, la questione riguarda sempre più anche l’Europa.

La crescente domanda di servizi basati sull’intelligenza artificiale sta infatti accelerando gli investimenti in nuovi data center anche nel continente europeo. Parallelamente cresce la richiesta di renderli più efficienti dal punto di vista energetico, di alimentare gli impianti con fonti rinnovabili e di ridurre il consumo di acqua attraverso tecnologie di raffreddamento innovative.

Il punto sollevato da Brockovich è quindi destinato ad assumere un peso sempre maggiore: la transizione digitale non può essere separata dalla transizione ecologica. L’espansione dell’intelligenza artificiale dovrà necessariamente confrontarsi con limiti fisici come disponibilità di energia, risorse idriche e sostenibilità dei territori che ospitano queste infrastrutture.

IA e ambiente: una sfida che accompagnerà il prossimo decennio

La nuova campagna di Erin Brockovich non rappresenta una bocciatura dell’intelligenza artificiale, ma un invito a considerare anche ciò che normalmente rimane invisibile agli utenti.

Ogni richiesta a un chatbot, ogni immagine generata dall’IA o ogni algoritmo eseguito nel cloud dipendono da infrastrutture energivore che hanno un impatto concreto sul territorio.

La sfida, secondo un numero crescente di ricercatori e associazioni ambientaliste, sarà riuscire a conciliare innovazione tecnologica e sostenibilità, evitando che la corsa all’intelligenza artificiale produca nuovi squilibri proprio mentre il mondo è chiamato ad affrontare la crisi climatica.

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