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Caso Roggero, perché molti lo difendono? La psicologia dietro il bisogno di farsi giustizia da soli

Di fronte a un episodio di violenza, il giudizio delle persone non passa soltanto dalla valutazione razionale dei fatti. Entrano in gioco emozioni profonde: paura, rabbia, senso di ingiustizia, bisogno di sicurezza.

È uno dei motivi per cui alcuni casi di cronaca particolarmente drammatici riescono a dividere profondamente l’opinione pubblica. Da una parte c’è chi richiama il principio secondo cui la forza deve essere regolata dalla legge; dall’altra chi vede nella reazione violenta una risposta comprensibile davanti a una minaccia percepita.

Il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo una rapina nel suo negozio, è diventato uno degli esempi più discussi di questo fenomeno.

Al di là della vicenda giudiziaria specifica, la domanda che interessa psicologi e studiosi del comportamento umano è un’altra:

perché alcune persone tendono a giustificare chi reagisce con la forza, anche quando la risposta supera il semplice atto di difesa?

La risposta passa attraverso alcuni meccanismi studiati dalla psicologia sociale.

🧠 I meccanismi psicologici che influenzano il giudizio

  • Credenza in un mondo giusto: il bisogno di vedere ristabilito un equilibrio morale.
  • Bias di disponibilità: eventi drammatici sembrano più frequenti perché sono più memorabili.
  • Paura e minaccia: le emozioni possono modificare la percezione del rischio.
  • Sfiducia nelle istituzioni: quando lo Stato appare inefficace cresce il consenso verso soluzioni private.

Il caso Roggero: la vicenda giudiziaria che ha diviso l’opinione pubblica

Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, è diventato un simbolo del dibattito sulla legittima difesa dopo la vicenda avvenuta nell’aprile 2021, quando tre persone entrarono nel suo negozio per una rapina. Dopo la fuga dei rapinatori, Roggero li inseguì e sparò, uccidendo due uomini e ferendone un terzo.

Il caso di Mario Roggero è uno dei più discussi in Italia, in particolare dopo la condanna in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo. La Corte di Cassazione ha accolto la richiesta della Procura generale, confermando la condanna e rigettando il ricorso della difesa. La storia ha suscitato un intenso dibattito pubblico, con opinioni diverse sul tema della legittima difesa

Nel 2023 la Corte d’Assise di Asti lo aveva condannato a 17 anni di carcere per omicidio volontario, escludendo la legittima difesa. La sentenza è stata poi modificata in appello nel 2025, con una riduzione della pena e una diversa valutazione di alcuni elementi della vicenda.

Il caso continua a generare un acceso dibattito pubblico tra chi lo considera una reazione a una situazione di paura e chi richiama il principio secondo cui la risposta alla criminalità deve rimanere dentro i confini stabiliti dalla legge.

Proprio questa divisione emotiva rende il caso interessante per gli studiosi del comportamento umano: perché davanti a episodi di questo tipo alcune persone tendono a identificarsi con chi reagisce?

La teoria del “mondo giusto”: il bisogno che qualcuno paghi

Uno dei concetti più importanti per capire questo fenomeno arriva dagli studi dello psicologo Melvin Lerner, che negli anni Sessanta sviluppò la teoria della belief in a just world, cioè la “credenza in un mondo giusto”.

Secondo questa teoria, molte persone hanno bisogno di pensare che il mondo sia un luogo ordinato, dove alle azioni corrispondono conseguenze.

Quando qualcuno subisce un torto grave, il cervello cerca una compensazione: se una persona è stata danneggiata, qualcuno deve essere punito.

Questo meccanismo può diventare particolarmente forte quando il crimine suscita una forte emozione collettiva.

La domanda razionale:

“Qual è la risposta prevista dalla legge?”

può lasciare spazio a una domanda emotiva:

“Chi ha fatto del male deve pagare?”

Sono due piani diversi, ma spesso nella percezione pubblica tendono a sovrapporsi.

Perché la paura può rendere più accettabile una risposta violenta

La paura è una delle emozioni più potenti nel modificare il nostro giudizio.

Quando una persona percepisce una minaccia, il cervello attiva sistemi di difesa molto antichi: valutare rapidamente il pericolo, identificare il responsabile, cercare una soluzione.

Questo meccanismo è utile per la sopravvivenza, ma può avere un effetto collaterale: può portare a valutare una situazione soprattutto attraverso la lente dell’emergenza.

In altre parole, davanti alla paura il cervello tende a chiedersi:

“Era comprensibile reagire?”

prima ancora di chiedersi:

“Era consentito farlo?”

La comprensione emotiva di un comportamento non coincide però automaticamente con la sua valutazione giuridica.

Il caso del “giustiziere”: quando cresce la sfiducia nello Stato

Un altro elemento studiato dalla psicologia sociale riguarda il rapporto tra cittadini e istituzioni.

Una ricerca sul sostegno pubblico al vigilantismo (cioè la giustizia privata esercitata da singoli cittadini) ha mostrato che l’approvazione verso chi si sostituisce alle autorità può aumentare quando le persone percepiscono il sistema giudiziario come inefficace o troppo lento.

Il meccanismo è semplice:

se una persona pensa che lo Stato non sia in grado di proteggere i cittadini o punire rapidamente chi commette reati, può diventare più tollerante verso chi decide di intervenire personalmente.

Non perché approvi necessariamente la violenza, ma perché percepisce quella reazione come un tentativo di ristabilire un ordine perduto

Il ruolo dei media: perché alcuni episodi diventano simboli

Un altro fenomeno importante è il cosiddetto availability bias, la “scorciatoia della disponibilità”, studiata dagli psicologi Daniel Kahneman e Amos Tversky.

Gli esseri umani tendono a stimare la probabilità di un evento sulla base di quanto facilmente riescono a ricordarlo.

Un episodio violento, raccontato ampiamente dai media, può quindi aumentare la percezione personale del rischio.

Il ragionamento inconscio diventa:

“Se questo episodio mi colpisce così tanto, allora probabilmente è un pericolo molto frequente.”

La paura percepita può quindi diventare più grande del rischio reale.

Vendetta o giustizia? Il confine emotivo che divide l’opinione pubblica

Gli studi sulla psicologia morale hanno dimostrato che gli esseri umani non cercano soltanto di evitare il danno, ma hanno anche una forte spinta verso la punizione di chi percepiscono come responsabile di un’ingiustizia.

L’indignazione morale produce una reazione potente: il desiderio che l’equilibrio venga ristabilito.

Il problema nasce quando il confine tra giustizia e vendetta diventa sfumato.

La giustizia moderna nasce proprio dall’idea che la punizione non debba essere affidata alla reazione emotiva del singolo, ma a regole condivise e a istituzioni incaricate di applicarle.

Perché capire questi meccanismi è importante

Studiare perché alcune persone sostengono chi reagisce con la violenza non significa giustificare o condannare automaticamente un comportamento specifico.

Significa capire come funziona la mente umana quando entra in gioco la paura.

Davanti a una minaccia, il cervello cerca sicurezza, ordine e controllo. A volte può trovare questi elementi nella figura di qualcuno che “reagisce”, anche se la risposta pone interrogativi sul piano legale e sociale.

La vera sfida per una società moderna è mantenere insieme due esigenze fondamentali: il diritto delle persone a sentirsi sicure e il principio che la forza debba sempre essere regolata dalla legge.

Perché quando la paura prende il posto delle regole, il rischio è che la ricerca di giustizia si trasformi in desiderio di vendetta.


Fonti scientifiche citate

  • Lerner, M. J. (1980), The Belief in a Just World: A Fundamental Delusion.
  • Kahneman, D., Tversky, A. (1973), studi sull’availability heuristic.
  • Haas, N. E., De Keijser, J. W., Bruinsma, G. J. N. (2012), Public Support for Vigilantism: An Experimental Study.
  • Studi di psicologia morale sul rapporto tra indignazione, colpa e desiderio di punizione

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