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Il terremoto in Calabria e il vulcano Marsili: cosa sappiamo davvero sul possibile legame

Il terremoto di magnitudo 6.1 registrato il 2 giugno nel Mar Tirreno meridionale è stato avvertito in gran parte dell’Italia centro-meridionale, dalla Calabria alla Sicilia, fino al Lazio. A colpire non è stata soltanto la sua intensità, ma soprattutto la profondità dell’evento: circa 250 chilometri sotto la superficie terrestre. Un dato che ha immediatamente attirato l’attenzione dei sismologi e che, come spesso accade quando la terra trema nel Tirreno, ha riacceso una domanda ricorrente: c’entra qualcosa il vulcano Marsili?

La questione non è nuova. Ogni volta che un terremoto interessa il Tirreno meridionale, il nome del Marsili torna al centro del dibattito pubblico. Del resto, stiamo parlando del più grande vulcano attivo del Mediterraneo e d’Europa, una montagna sommersa che si innalza per oltre 3.000 metri dal fondale marino e che si estende per circa 70 chilometri di lunghezza.

Eppure, la risposta fornita oggi dalla comunità scientifica è più articolata di quanto possa sembrare.

Il terremoto del 2 giugno e la particolarità dei sismi profondi

Per capire perché gli esperti escludono un collegamento diretto con il Marsili bisogna partire dalle caratteristiche del terremoto.

L’evento del 2 giugno non è stato un sisma superficiale. L’ipocentro si trovava a circa 250 chilometri di profondità, una quota estremamente elevata per gli standard italiani. È proprio questa caratteristica che spiega perché la scossa sia stata percepita in un’area molto vasta senza provocare danni significativi.

I terremoti profondi si comportano infatti in modo diverso rispetto a quelli che avvengono a pochi chilometri dalla superficie. L’energia si distribuisce su un’area molto più ampia e le onde sismiche possono essere avvertite a centinaia di chilometri di distanza. È il motivo per cui eventi di questo tipo vengono percepiti contemporaneamente in regioni molto lontane tra loro.

Secondo i dati dell’INGV, il Tirreno centrale e meridionale rappresenta una delle poche aree italiane dove si verificano con relativa frequenza terremoti con profondità superiori ai 100 chilometri. Dal 1999 a oggi ne sono stati localizzati oltre 3.000 con magnitudo pari o superiore a 2.0.

Il vero motore della sismicità profonda del Tirreno

Se non è il Marsili, allora che cosa genera questi terremoti?

La risposta si trova decine di chilometri sotto il fondale marino, in un processo geologico che va avanti da milioni di anni: la subduzione della litosfera ionica sotto l’arco calabro e il bacino tirrenico.

In termini semplici, una porzione della crosta terrestre associata all’antico bacino ionico sta lentamente sprofondando nel mantello terrestre. Durante questa discesa la placca si deforma, accumula tensioni e genera terremoti anche a profondità molto elevate.

Le immagini elaborate dai ricercatori mostrano una vera e propria “lastra” inclinata che scende verso il mantello. I terremoti profondi disegnano letteralmente il percorso di questa struttura, permettendo agli scienziati di ricostruirne la geometria interna.

È un fenomeno che ricorda quello osservabile lungo le grandi zone di subduzione del Pacifico, come il Giappone o il Cile, ma che nel Mediterraneo assume caratteristiche particolarmente interessanti per la complessità della regione.

Dove si inserisce il vulcano Marsili

Il Marsili si trova nel Tirreno meridionale, tra la Calabria e le Isole Eolie. È un gigantesco vulcano sottomarino attivo che emerge per quasi 3.000 metri dal fondale e presenta oltre 80 centri eruttivi secondari distribuiti lungo il suo edificio vulcanico. La sua sommità si trova a circa 500 metri sotto il livello del mare.

La sua storia geologica è relativamente recente. Le attività vulcaniche più antiche risalgono a circa un milione di anni fa e le ultime eruzioni note sarebbero avvenute tra 2.100 e 3.000 anni fa. Per questo motivo il Marsili viene classificato come vulcano attivo.

La sua presenza, tuttavia, non implica automaticamente che ogni terremoto del Tirreno sia collegato alla sua attività.

Ed è qui che spesso nasce la confusione.

Perché la vicinanza geografica non basta

La tentazione di collegare terremoti e vulcani è comprensibile. Quando due fenomeni si verificano nella stessa area geografica, l’idea di una relazione diretta appare intuitiva.

La geologia, però, raramente segue logiche intuitive.

Nel caso del terremoto del 2 giugno, gli esperti sottolineano che il sisma si è verificato a circa 250 chilometri di profondità, all’interno della placca ionica in subduzione. Il sistema magmatico del Marsili, invece, si trova molto più vicino alla superficie e appartiene a un contesto geodinamico differente.

Secondo le analisi diffuse da INGVterremoti e INGVvulcani, non esistono evidenze scientifiche che consentano di attribuire il terremoto al vulcano né di ritenere che l’evento abbia innescato un’attivazione del Marsili.

Un rapporto indiretto esiste?

Qui la questione diventa più interessante.

Dire che non esiste un legame diretto non significa affermare che vulcano e terremoti siano completamente indipendenti.

Entrambi fanno parte dello stesso quadro geodinamico che caratterizza il Tirreno meridionale.

La subduzione della litosfera ionica è infatti il motore che, nel corso di milioni di anni, ha contribuito alla formazione del bacino tirrenico e dell’arco vulcanico che comprende le Eolie, il Marsili e altri edifici sottomarini.

In altre parole, terremoti profondi e attività vulcanica nascono dallo stesso grande sistema tettonico, ma non necessariamente si influenzano in modo immediato.

È una differenza fondamentale che spesso sfugge nel dibattito pubblico.

Il Marsili è monitorato?

Un altro tema che emerge ciclicamente riguarda il monitoraggio del vulcano.

Negli anni il Marsili è stato al centro di numerose ricostruzioni mediatiche che lo hanno descritto come un gigante sconosciuto e poco controllato. In realtà il vulcano è oggetto di studi da parte dell’INGV, del CNR e di diversi gruppi di ricerca nazionali e internazionali.

La sua natura sottomarina rende certamente più complessa l’attività di osservazione rispetto a quella svolta su vulcani terrestri come Etna o Stromboli, ma negli ultimi anni le conoscenze sulla struttura del Marsili sono aumentate in modo significativo.

Gli scienziati dispongono oggi di mappe dettagliate della sua morfologia, di dati geofisici e di informazioni sulle eruzioni avvenute nel passato geologico recente.

Perché il Marsili continua a suscitare interesse

C’è un motivo se il nome del Marsili continua ad affascinare il pubblico.

A differenza dei vulcani che possiamo osservare direttamente, il Marsili è invisibile. Si trova sotto centinaia di metri d’acqua e questo alimenta inevitabilmente la percezione di qualcosa di poco conosciuto.

In realtà è proprio la sua natura sottomarina a renderlo uno dei laboratori naturali più interessanti del Mediterraneo.

Studiare il Marsili significa comprendere meglio i meccanismi che hanno modellato il Tirreno e che continuano ancora oggi a produrre terremoti, vulcani e deformazioni della crosta terrestre.

Cosa ci insegna il terremoto del 2 giugno

Il sisma registrato nel Tirreno non rappresenta un segnale di imminente attività del Marsili. Al contrario, offre agli scienziati un’occasione preziosa per osservare i processi profondi che avvengono all’interno della Terra.

La vera notizia non è l’ipotetico risveglio del vulcano, ma la conferma di quanto sia attiva e complessa la dinamica geologica del Mediterraneo centrale.

Sotto il Mar Tirreno continua infatti a operare uno dei sistemi tettonici più affascinanti d’Europa: una placca che sprofonda nel mantello, genera terremoti a centinaia di chilometri di profondità e, indirettamente, ha contribuito alla nascita di alcuni dei vulcani più spettacolari del continente.

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