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Da oggi la benzina costa di più. Il governo risponde con le accise mobili: cosa sono e perché non è la stessa cosa del taglio

Oggi, sabato 6 giugno 2026, scade l’ultimo provvedimento di taglio delle accise sui carburanti. Da domani, senza un nuovo intervento del governo, benzina e diesel costeranno qualche centesimo in più alla pompa. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha già anticipato al Senato la risposta dell’esecutivo: non un nuovo taglio fisso delle accise, ma il “meccanismo delle accise mobili”. Una formula tecnica che in pochi hanno spiegato chiaramente, ma che cambierà il modo in cui il governo gestirà il prezzo dei carburanti nei prossimi mesi.

Vale la pena capire di cosa si tratta. perché le accise mobili non sono la stessa cosa del taglio che conosciamo, e le differenze contano.

Il taglio fisso che conosciamo: come funzionava fino a oggi

Il meccanismo a cui gli italiani si sono abituati negli ultimi anni è semplice: il governo decide di tagliare le accise di un certo importo fisso – ad esempio 25 centesimi al litro – e quel taglio vale per tutti, sempre, indipendentemente dal prezzo del petrolio sui mercati internazionali.

È una misura chiara e comprensibile: si vede immediatamente il risparmio alla pompa. Ma ha due limiti evidenti. Il primo è il costo fisso per le finanze pubbliche: ogni centesimo di taglio costa miliardi di euro indipendentemente da quanto costi il petrolio in quel momento. Il secondo è che non tiene conto del contesto: se il petrolio crolla, il taglio delle accise beneficia le compagnie petrolifere più dei consumatori, perché il prezzo sarebbe sceso comunque.

Cosa sono le accise mobili: il meccanismo inverso

Le accise mobili funzionano in modo opposto e più sofisticato. L’idea di base è che le accise si adattino automaticamente all’andamento del prezzo del petrolio, in modo da mantenere il prezzo finale alla pompa relativamente stabile.

Quando il prezzo del petrolio sale, le accise scendono — compensando in parte il rincaro. Quando il petrolio scende, le accise salgono, recuperando parte del risparmio per le casse dello Stato. Il risultato è un prezzo alla pompa più stabile, con oscillazioni più contenute rispetto a quelle dei mercati internazionali.

È un meccanismo già utilizzato in altri paesi europei, tra cui la Francia, dove viene chiamato TIC (Taxe Intérieure de Consommation) con meccanismi di aggiustamento periodico. Il vantaggio per i consumatori è la maggiore prevedibilità del prezzo. Il vantaggio per lo Stato è che il costo del sussidio si riduce automaticamente quando il petrolio è economico, e aumenta solo quando serve davvero.

Perché è preferibile al taglio fisso dal punto di vista ambientale

Dal punto di vista ambientale, le accise mobili hanno un vantaggio rispetto al taglio fisso: mantengono una tassazione sul carburante che si adatta al contesto, invece di azzerarla o ridurla indiscriminatamente.

Come abbiamo spiegato in un articolo precedente, il taglio fisso delle accise produce un effetto rebound: prezzi più bassi incentivano maggiori consumi, più chilometri percorsi, scelte di auto più grandi. Le accise mobili – che non azzerano mai completamente la tassazione ma la modulano – mantengono un segnale di prezzo che scoraggia i consumi eccessivi, pur proteggendo i consumatori dai picchi più acuti.

Non è la soluzione ideale dal punto di vista della transizione energetica – l’ideale sarebbe investire quei miliardi in trasporti pubblici e rinnovabili – ma è meno dannosa del taglio fisso generalizzato.

Quanto risparmierò alla pompa?

La domanda pratica che tutti si fanno. La risposta onesta è: dipende dal meccanismo specifico che il governo definirà nei decreti attuativi, di cui non si conosce ancora l’entità precisa.

Giorgetti ha confermato l’intenzione di intervenire ma non ha ancora comunicato i dettagli tecnici. Nelle prossime ore o giorni il governo dovrà precisare quale sarà la soglia di attivazione del meccanismo, di quanto si aggiusteranno le accise e con quale frequenza.

💡 Lo sapevi?

Il prezzo della benzina in Italia è tra i più alti d’Europa, ma non principalmente per colpa delle accise. Secondo i dati del Ministero dell’Ambiente, circa il 60% del prezzo finale alla pompa è determinato dal costo del greggio e dalla raffinazione, il 15% circa è margine delle compagnie petrolifere e dei distributori, e solo il restante 25% circa è tasse e accise. Quando il prezzo del petrolio raddoppia – come è successo tra il 2021 e il 2022 – anche tagliando tutte le accise a zero il risparmio sarebbe limitato rispetto all’impatto del costo del greggio.

Quello che è certo è che l’intervento non sarà immediato come un taglio fisso — ci vorrà del tempo per definire i decreti. Nel periodo di transizione, il prezzo alla pompa potrebbe subire un rialzo temporaneo rispetto alle ultime settimane.

Il contesto internazionale: il petrolio e la tregua Iran

Il prezzo dei carburanti in Italia non dipende solo dalle scelte fiscali del governo. Dipende soprattutto dal prezzo del petrolio sui mercati internazionali, che negli ultimi giorni ha mostrato una certa volatilità legata all’evoluzione della tregua tra USA e Iran.

Con lo Stretto di Hormuz progressivamente riaperto, il prezzo del Brent è sceso significativamente rispetto ai picchi di aprile, portando un certo sollievo ai prezzi alla pompa italiani. Se la tregua regge e il petrolio rimane su livelli contenuti, la necessità di un intervento massiccio sulle accise diventa meno urgente e il governo potrebbe attendere l’introduzione delle accise mobili senza che i prezzi schizzino a livelli insostenibili.

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