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Il taglio delle accise non conviene a nessuno. Ve lo spieghiamo facendovi i conti in tasca

Quando il prezzo della benzina sale, gli italiani si arrabbiano. Quando il governo taglia le accise e il prezzo scende, gli italiani sono contenti. È una dinamica politica comprensibile. Il caro carburante colpisce direttamente le tasche di chi ha l’auto, e in Italia sono quasi tutti. Ma c’è una domanda che quasi nessuno si pone in questo dibattito: tagliare le accise è davvero la soluzione giusta? E a quale prezzo. Non solo economico, ma ambientale?

Il governo Meloni sta valutando un nuovo intervento sulle accise per calmierare il prezzo alla pompa, dopo che benzina e diesel hanno raggiunto prezzi che mettono sotto pressione famiglie e imprese. È una misura che ha già precedenti recenti: tra marzo 2022 e novembre 2023, il governo Draghi prima e quello Meloni poi hanno tagliato le accise per quasi 600 giorni consecutivi, con un costo per le casse dello Stato di circa 8 miliardi di euro.

Ma la ricerca economica ed ambientale ha qualcosa da dire su questo tipo di intervento — e quello che dice non è sempre quello che ci si aspetta.

Cosa sono le accise e perché esistono

Le accise sui carburanti sono imposte indirette che lo Stato applica alla vendita di benzina, diesel e altri combustibili. In Italia ammontano a 67,26 centesimi al litro: una cifra che include un mix di imposte storiche, alcune delle quali risalgono a eventi dimenticati: la guerra di Abissinia del 1935, il disastro del Vajont del 1963, l’alluvione di Firenze del 1966. Un catalogo di calamità nazionali trasformato in prelievo fiscale permanente.

Le accise servono a finanziare la spesa pubblica, ma hanno anche una funzione che gli economisti chiamano Pigouviana: quando un’attività produce effetti negativi per la società – come l’inquinamento da CO₂ – un’imposta che aumenta il prezzo di quell’attività riduce la domanda e internalizza il costo esterno. In teoria, le accise sui carburanti servono anche a scoraggiare l’uso eccessivo di combustibili fossili.

Il paradosso: più economico = più usato

Qui sta il nodo del problema. La ricerca economica documenta con precisione quello che gli esperti chiamano effetto rebound: quando il prezzo di un bene energetico scende, il consumo tende ad aumentare, a volte annullando parzialmente o totalmente i benefici attesi.

Nel caso dei carburanti, gli studi mostrano che la domanda di benzina e diesel è anelastica nel breve periodo – cioè le persone non cambiano subito le loro abitudini di guida quando il prezzo varia leggermente – ma più elastica nel lungo periodo: prezzi strutturalmente più bassi inducono le persone a guidare di più, a scegliere auto più grandi e più assetate, a rinunciare al trasporto pubblico perché “tanto con la macchina spendo poco”.

Uno studio dell’Agenzia Europea dell’Ambiente ha stimato che un taglio permanente delle accise del 10% porta nel lungo periodo a un aumento dei consumi di carburante tra il 3% e il 7% — con un corrispondente aumento delle emissioni di CO₂ e degli inquinanti locali come ossidi di azoto e particolato fine.

Durante il periodo di taglio delle accise del 2022-2023, i dati di Unioncamere hanno mostrato che i consumi di carburante in Italia non sono diminuiti come ci si sarebbe aspettato con prezzi così alti — in parte grazie proprio al taglio delle accise che ha contenuto il rincaro alla pompa.

Il costo per le finanze pubbliche: 8 miliardi in 20 mesi

C’è anche una questione di bilancio pubblico che raramente viene messa in relazione con la questione ambientale. I 8 miliardi di euro spesi tra il 2022 e il 2023 per tagliare le accise sono soldi che non sono stati investiti in trasporti pubblici, in incentivi all’acquisto di auto elettriche, in infrastrutture ciclabili, in sussidi per il caro bollette delle famiglie più vulnerabili.

È una scelta allocativa precisa: si è scelto di aiutare tutti i possessori di auto – inclusi quelli benestanti con SUV di lusso – invece di concentrare le risorse sulle famiglie più in difficoltà o su investimenti strutturali che avrebbero ridotto la dipendenza dal carburante nel lungo periodo.

L’Osservatorio CPI dell’Università Cattolica ha calcolato che il taglio delle accise del 2022-2023 ha beneficiato in misura proporzionalmente maggiore i redditi più alti — che guidano di più e hanno auto più grandi — rispetto ai redditi bassi. Un trasferimento redistributivo che va nella direzione opposta rispetto a quella normalmente dichiarata dai governi che lo applicano.

Le alternative: cosa funziona davvero

Se il taglio delle accise è una misura costosa, di corto respiro e ambientalmente controproducente, cosa si potrebbe fare invece?

Gli economisti e i ricercatori ambientali indicano alcune alternative più efficaci. I bonus trasporti – voucher per l’acquisto di abbonamenti a treni, bus e metro – concentrano il sostegno su chi ha più bisogno e incentivano l’uso di mezzi a basse emissioni. Sono stati sperimentati in Italia con risultati positivi, ma con risorse molto inferiori rispetto a quelle investite nel taglio delle accise.

I rimborsi fiscali mirati per le famiglie a basso reddito che dipendono dall’auto per ragioni lavorative sono un’altra opzione: aiutano chi è davvero in difficoltà senza sussidiare chi potrebbe permettersi di guidare meno o di scegliere un’auto più efficiente.

Gli investimenti nel trasporto pubblico — più frequente, più puntuale, più capillare — riducono strutturalmente la domanda di carburante creando alternative reali all’auto privata. È una misura di lungo periodo, meno visibile politicamente di un taglio immediato alle accise, ma molto più efficace.

Il nodo politico: perché si continua a tagliare le accise

Se le alternative esistono e funzionano meglio, perché i governi continuano a tagliare le accise quando il prezzo della benzina sale? La risposta è politica, non economica.

Il taglio delle accise è visibile, immediato e comprensibile: si vede il prezzo scendere al distributore il giorno stesso dell’annuncio. I benefici del trasporto pubblico migliorato arrivano in anni, non in giorni. In un sistema politico che ragiona a cicli elettorali brevi, la misura visibile e immediata tende a vincere sulla misura strutturale e di lungo periodo.

C’è anche un elemento culturale: in Italia l’auto privata è percepita come un diritto acquisito, e il prezzo della benzina come una tassa ingiusta piuttosto che come il costo reale di una scelta di mobilità. Finché questa percezione non cambia, il taglio delle accise rimarrà lo strumento politico di riferimento per ogni governo che voglia mostrare attenzione alle famiglie.

💡 Lo sapevi?

Alcune delle accise italiane sui carburanti hanno origini storiche sorprendenti. Tra le imposte incorporate nel prezzo della benzina ci sono ancora quelle istituite per finanziare la guerra di Abissinia del 1935, la ricostruzione dopo il disastro del Vajont del 1963 e l’alluvione di Firenze del 1966. In totale, le accise italiane includono almeno 9 voci storiche stratificate nel corso di novant’anni — mai eliminate, solo accumulate. Ogni volta che fai il pieno, stai ancora pagando per eventi avvenuti prima che nascesse la maggior parte degli italiani in vita oggi.

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