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L’inizio della scuola sempre più a rischio rinvio. Lo consigliano anche i medici

Aule fino a 36 gradi, pochissimi sistemi di climatizzazione e una nuova ondata di calore alla vigilia del ritorno in classe. Sindaci, medici e sindacati chiedono di valutare il rinvio soprattutto al Sud. Il Ministero stanzia 20 milioni per il raffrescamento, ma il problema è più grande: le scuole italiane sono state progettate per un clima che non esiste più

Per anni il caldo nelle scuole è stato considerato un problema estivo, destinato a esaurirsi con la fine dell’anno scolastico. Oggi quella certezza sembra appartenere al passato.

A settembre l’Italia si prepara a riportare milioni di studenti nelle aule mentre una nuova fase di caldo intenso interessa diverse aree del Paese. E così, prima ancora che su libri, zaini e orari, il dibattito sulla riapertura delle scuole si è spostato su una domanda molto più concreta: quanto sono sicure e vivibili le aule quando le temperature esterne restano eccezionalmente elevate?

La questione è esplosa soprattutto nel Mezzogiorno, dove diversi sindaci hanno chiesto di valutare un posticipo dell’inizio delle lezioni. A loro si sono aggiunti medici e organizzazioni sindacali. La Società italiana di medicina ambientale (Sima) ha proposto di considerare, nelle regioni meridionali maggiormente esposte, un avvio delle lezioni successivo all’equinozio d’autunno.

Non si tratta soltanto di una disputa sul calendario. È il sintomo di un problema destinato a diventare sempre più difficile da ignorare: il clima sta cambiando più rapidamente delle infrastrutture che dovrebbero proteggerci dai suoi effetti.

Aule roventi e scuole senza climatizzazione

Il dato che fotografa meglio la situazione è quello sulla climatizzazione. Secondo quanto riportato nelle ultime ore, soltanto circa l’11% degli istituti scolastici dispone di sistemi di climatizzazione, peraltro spesso concentrati negli uffici amministrativi e non nelle aule. Nelle classi, in molti casi, la principale soluzione resta il ventilatore.

Il problema è evidente soprattutto negli edifici esposti al sole, privi di schermature adeguate, con scarsa ventilazione o caratterizzati da involucri edilizi poco efficienti.

In alcune scuole, durante le precedenti fasi di caldo, sono state registrate temperature interne attorno ai 32-36°C, con studenti costretti a lasciare le aule per cercare ambienti più freschi.

Quando una classe raggiunge temperature di questo tipo, la questione non riguarda più soltanto il comfort.

Calore eccessivo, disidratazione, stanchezza e difficoltà di concentrazione possono compromettere il benessere degli studenti e la possibilità stessa di svolgere regolarmente le attività didattiche. E il problema riguarda anche insegnanti, personale amministrativo e collaboratori scolastici, che trascorrono molte ore all’interno degli edifici.

Il caldo non è più soltanto un problema di luglio

È questo il passaggio che il cambiamento climatico sta imponendo alla scuola italiana.

Il calendario scolastico è stato costruito in un’epoca nella quale settembre rappresentava, almeno climaticamente, l’avvicinarsi dell’autunno. Ma negli ultimi decenni le condizioni di settembre sono cambiate e le ondate di calore possono protrarsi ben oltre la fine dell’estate meteorologica.

Il Ministero della Salute considera le ondate di calore un rischio per la salute quando temperature elevate persistono per più giorni, soprattutto in presenza di umidità, forte irraggiamento e scarsa ventilazione. Il sistema nazionale di sorveglianza monitora proprio questi fenomeni e i loro effetti sanitari.

La scuola, però, presenta una caratteristica particolare: concentra per diverse ore decine di persone nello stesso ambiente, spesso in edifici progettati molti decenni fa e non pensati per affrontare le temperature che oggi possono verificarsi anche all’inizio dell’anno scolastico.

La richiesta dei sindaci: rinviare dove il caldo è più intenso

Il fronte del rinvio non è uniforme in tutta Italia.

Le richieste più numerose arrivano dalle regioni meridionali. In Puglia, per esempio, i Comuni di Gallipoli e Stornara hanno chiesto di valutare un posticipo dell’avvio delle lezioni o, in alternativa, una maggiore flessibilità per consentire ai territori di modulare l’inizio delle attività in presenza di temperature particolarmente elevate.

In Campania è stata inoltre presentata una petizione per chiedere il differimento dell’apertura, mentre in Sicilia il tema è entrato nel confronto politico e istituzionale.

La richiesta non è necessariamente quella di modificare in modo permanente il calendario nazionale. L’ipotesi avanzata da alcuni amministratori e dalla comunità scientifica è piuttosto quella di prevedere maggiore flessibilità nelle aree maggiormente esposte agli episodi di calore estremo.

Una scuola di Palermo, insomma, potrebbe trovarsi ad affrontare condizioni completamente diverse da una scuola alpina. E il cambiamento climatico potrebbe rendere questa differenza ancora più evidente.

Il primo rinvio arriva dalla Sicilia

La discussione, intanto, è passata dalle richieste alle ordinanze. Il primo rinvio dell’anno scolastico per il caldo è arrivato in Sicilia, a Rosolini, in provincia di Siracusa.

Il sindaco Giovanni Spadola ha firmato un’ordinanza che dispone la chiusura dei plessi scolastici del territorio dal 15 al 18 settembre, facendo slittare la prima campanella a lunedì 21 settembre. La decisione viene motivata con la «persistenza dell’eccezionale e anomala ondata di calore» e, soprattutto, con la mancanza di adeguate attrezzature di climatizzazione nelle aule.

Non è soltanto una scelta legata alle temperature. Durante i giorni di chiusura sono stati infatti programmati anche interventi straordinari di disinfestazione e derattizzazione negli edifici scolastici.

Il caso di Rosolini rappresenta però un precedente significativo. Per la prima volta, in questa fase di dibattito sul caldo nelle scuole, un’amministrazione comunale ha scelto di intervenire direttamente sul calendario delle lezioni, trasformando una richiesta di maggiore flessibilità in un provvedimento concreto.

E il caso siciliano arriva mentre altre amministrazioni stanno valutando soluzioni analoghe. In Puglia, i sindaci di Stornara e Gallipoli hanno chiesto di posticipare il rientro oppure di lasciare ai Comuni e agli istituti maggiore autonomia nel modulare l’avvio delle lezioni in base alle temperature. Ad Agropoli, invece, è stata presentata una petizione per chiedere il rinvio dell’apertura.

Il quadro che emerge è dunque sempre più difficile da ricondurre a una semplice emergenza meteorologica: il caldo sta iniziando a entrare nelle decisioni amministrative sul funzionamento della scuola.

I medici: «Valutare un rinvio al Sud»

La posizione più netta è arrivata dalla Società italiana di medicina ambientale.

Secondo Sima, il ritorno in classe rischia di coincidere con una nuova fase di caldo intenso e le condizioni degli edifici scolastici non sarebbero adeguate in molte aree del Paese. Da qui la proposta di valutare, per il Mezzogiorno, un avvio delle lezioni dopo l’equinozio d’autunno, quando normalmente le temperature dovrebbero essere più contenute.

La proposta è destinata a far discutere perché introduce un principio nuovo: adattare il calendario scolastico alle condizioni climatiche locali.

Non sarebbe una misura pensata per interrompere la scuola a ogni giornata calda, ma per affrontare eventi estremi che rendono temporaneamente incompatibili le condizioni ambientali con una normale giornata in aula.

Il Governo risponde con 20 milioni per il raffrescamento

Il Ministero dell’Istruzione ha scelto una strada diversa dal rinvio generalizzato.

Il ministro Giuseppe Valditara ha annunciato un contributo di 20 milioni di euro destinato alle istituzioni scolastiche per l’acquisto di apparecchi e dispositivi di raffrescamento. Il Ministero ha inoltre annunciato di lavorare a un piano più ampio per l’efficientamento energetico degli edifici scolastici e ha chiesto un contributo anche a Comuni, Province e Città metropolitane.

Il provvedimento rappresenta un primo intervento, ma lascia aperta una domanda fondamentale: quanto può incidere una misura di emergenza su edifici che hanno bisogno di una trasformazione strutturale?

Al momento, inoltre, non sono ancora definiti tutti gli aspetti operativi relativi alla distribuzione delle risorse e alle tipologie precise di dispositivi finanziabili.

Condizionatori sì, ma non basta

Pensare al problema esclusivamente come a una questione di condizionatori rischia però di essere riduttivo.

Una scuola realmente resiliente alle ondate di calore dovrebbe intervenire sull’intero edificio: isolamento termico, schermature solari, tetti e pareti, ventilazione naturale e meccanica, gestione dell’irraggiamento, spazi verdi e sistemi efficienti di raffrescamento.

L’obiettivo non dovrebbe essere trasformare le scuole in edifici climatizzati che consumano sempre più energia per compensare il caldo esterno. Dovrebbe essere, piuttosto, ridurre la quantità di calore che entra nell’edificio e migliorare la capacità della struttura di mantenere condizioni interne accettabili.

È la stessa logica dell’adattamento climatico applicata a un luogo nel quale milioni di persone trascorrono quotidianamente gran parte della propria giornata.

Il paradosso del Pnrr

La polemica politica si è concentrata anche sull’utilizzo delle risorse pubbliche.

I sindacati contestano al Governo di non aver affrontato per tempo il problema e sostengono che gli interventi sull’edilizia scolastica avrebbero dovuto includere in maniera più incisiva la protezione dal caldo. La Flc Cgil ha chiesto di non avviare le lezioni laddove non siano garantite condizioni adeguate di salute e sicurezza; altre organizzazioni, come la Gilda, sono invece contrarie all’idea di rinviare l’inizio delle lezioni e chiedono interventi strutturali.

Il punto su cui le posizioni finiscono però per convergere è significativo: il problema degli edifici scolastici non può essere risolto ogni settembre.

Se il caldo estremo diventa una condizione ricorrente, servono investimenti programmati e non soltanto interventi emergenziali.

La scuola davanti al nuovo clima

La vera questione, dunque, va oltre il settembre 2026.

Le temperature estreme stanno iniziando a modificare abitudini e infrastrutture in molti settori: dal lavoro all’agricoltura, dai trasporti alla sanità. La scuola non può rimanere estranea a questa trasformazione.

Il problema è particolarmente delicato perché coinvolge bambini e adolescenti, ma anche un’intera comunità di lavoratori che opera quotidianamente negli stessi edifici.

La domanda che oggi accompagna il ritorno sui banchi potrebbe quindi diventare sempre più frequente negli anni futuri: quando il caldo diventa incompatibile con una giornata in aula, deve essere modificato il calendario o deve cambiare la scuola?

La risposta probabilmente non può essere una sola.

Un calendario più flessibile potrebbe essere necessario durante le fasi di caldo eccezionale. Ma nel lungo periodo la soluzione è un’altra: rendere le scuole capaci di funzionare anche nel clima del futuro.

Perché il punto non è soltanto evitare che gli studenti abbiano caldo a settembre. È riconoscere che le condizioni climatiche che consideravamo eccezionali stanno diventando parte del nuovo scenario ambientale con cui edifici, istituzioni e servizi pubblici dovranno imparare a convivere.

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