La quinta tappa della Carovana dei ghiacciai di Legambiente racconta il cambiamento del “Re di Pietra”: ghiaccio ridotto a poche placche, permafrost in degradazione e crolli sempre più osservati in quota. A valle il Po ha registrato un deficit di portata fino al 79%
Il Monviso non è soltanto una delle montagne più riconoscibili delle Alpi. È anche un osservatorio privilegiato per capire cosa sta succedendo al clima italiano.
Qui, sul Re di Pietra alto 3.841 metri, il ghiaccio si ritira, le pareti diventano più instabili e il permafrost si degrada. E poche decine di chilometri più in basso, il fiume che nasce ai suoi piedi, il Po, deve fare i conti con una disponibilità d’acqua sempre più irregolare.
È questo il quadro emerso dalla quinta tappa di Carovana dei ghiacciai 2026, la campagna di Legambiente che ha portato sul versante nord-est del Monviso esperti di Arpa Piemonte e guardiaparco dell’Ente di gestione delle aree protette del Monviso.
Il messaggio scelto quest’anno è diretto: «Non è caldo, è crisi climatica».
E il Monviso sembra raccontarlo attraverso tre segnali particolarmente evidenti: il progressivo esaurimento del ghiacciaio del Coolidge, i crolli della parete nord-orientale e la sofferenza del Po, che nasce proprio ai piedi della montagna.
Il ghiacciaio Coolidge ormai è quasi scomparso
Il primo segnale arriva dal ghiaccio.
Quello che un tempo era il ghiacciaio del Coolidge oggi è stato declassato a glacionevato: non presenta più le caratteristiche necessarie per essere considerato un vero ghiacciaio e non è più sottoposto alle normali misurazioni glaciologiche.
I dati disponibili di Arpa Piemonte, riferiti al 2022, restituiscono l’immagine di un ghiaccio ormai frammentato.
Il Coolidge Superiore è formato da due placche indipendenti, con superfici complessive dell’ordine di poche migliaia di metri quadrati. Lo spessore stimato non sembra superare i 4-5 metri.
Ancora più evidente è la trasformazione del Coolidge Inferiore: la superficie un tempo occupata dal ghiacciaio è ormai quasi completamente ricoperta da detriti rocciosi, mentre soltanto nella parte più alta rimangono piccoli lembi di ghiaccio.
Non è quindi semplicemente un ghiacciaio che si è ritirato.
È un ghiacciaio che, secondo la classificazione attuale, ha quasi smesso di essere un ghiacciaio.







@Photo Credits: Ufficio Stampa Legambiente
La montagna perde il ghiaccio e diventa più instabile
Il secondo segnale riguarda la roccia.
La diminuzione del ghiaccio e la degradazione del permafrost, cioè il terreno permanentemente gelato che contribuisce alla stabilità di molte aree d’alta quota, possono modificare gli equilibri delle pareti.
Sul Monviso la questione è particolarmente evidente nella parete nord-est, una delle grandi pareti delle Alpi, caratterizzata da circa 1.200 metri di dislivello e da rocce fortemente fratturate.
Il crollo avvenuto il 1° settembre si inserisce in una storia più lunga di instabilità.
Non è un episodio isolato.
Uno dei precedenti più impressionanti risale al 6 luglio 1989, quando il collasso del ghiacciaio Coolidge Superiore mobilitò circa 200.000 metri cubi di ghiaccio, roccia e detriti.
Trent’anni dopo, il 26 dicembre 2019, un altro grande crollo interessò la parete nord-est, nella zona sommitale del Torrione Sucai, a circa 3.200 metri di quota. In quell’occasione si stima siano precipitati tra 60.000 e 80.000 metri cubi di roccia, con blocchi di dimensioni considerevoli.
Una successione di eventi che rende sempre più importante monitorare l’evoluzione dell’ambiente di alta montagna.
Il problema non è soltanto il ghiaccio che scompare
Guardando un ghiacciaio che si ritira, la prima conseguenza che viene in mente è la perdita di ghiaccio.
Ma il cambiamento è molto più complesso.
In alta quota stanno mutando gli equilibri tra ghiaccio, roccia, neve e acqua. La degradazione del permafrost può contribuire all’instabilità dei versanti; la riduzione della copertura glaciale modifica i tempi con cui l’acqua viene immagazzinata e successivamente rilasciata.
Ed è qui che entrano in gioco anche i rock glacier.
I “serbatoi” nascosti d’acqua delle Alpi
Durante la spedizione sul Monviso sono stati osservati anche diversi rock glacier, strutture geomorfologiche composte da detriti rocciosi che contengono ghiaccio e che si sviluppano negli ambienti periglaciali.
A prima vista possono sembrare semplicemente ammassi di pietre.
In realtà possono contenere quantità significative di ghiaccio e rappresentare una componente importante della disponibilità idrica degli ambienti d’alta quota.
«In alta quota non vi sono solo rischi ma si possono trovare anche importanti risorse nell’ambiente glaciale e periglaciale», ha spiegato Marco Giardino (nel video di seguito), vicepresidente della Fondazione Glaciologica Italiana e docente dell’Università di Torino.
Il lago Chiaretto e i rock glacier, ha sottolineato, mostrano come l’alta montagna possa ricevere, immagazzinare e successivamente rilasciare acqua.
È una prospettiva importante soprattutto in un’epoca nella quale il tema non è più soltanto quanto ghiaccio stiamo perdendo, ma come cambierà la disponibilità dell’acqua quando quel ghiaccio non ci sarà più.
Dal Monviso al Po: la stessa crisi arriva a valle
Per capire la portata del problema basta seguire l’acqua.
Il Po nasce a Pian del Re, ai piedi del Monviso, a circa 2.020 metri di quota. La sua storia comincia quindi in quell’ambiente di neve, ghiaccio, rocce e sorgenti osservato dalla Carovana dei ghiacciai.
Questa estate il fiume è diventato uno dei simboli della sofferenza idrica del Nord Italia.
Secondo i dati di Arpa Piemonte riportati da Legambiente, a Isola Sant’Antonio il Po ha registrato un deficit di portata del 76%, arrivato al 79% nel mese di luglio. Le precipitazioni di agosto hanno parzialmente attenuato la situazione, portando il deficit intorno al 40%.
Numeri che raccontano un problema strutturale: la crisi climatica non riguarda soltanto ciò che accade a 3.000 metri di quota.
Montagna e pianura sono collegate dallo stesso ciclo dell’acqua.
Quando cambiano neve e ghiacciai, cambiano anche i tempi e le modalità con cui l’acqua raggiunge torrenti e grandi fiumi.
«L’acqua non è una risorsa infinita»
È questo il punto sul quale Legambiente chiede un cambio di prospettiva.
«La crisi climatica e la crisi idrica devono essere affrontate con politiche strutturali di mitigazione e adattamento. Non si possono rincorrere sempre le emergenze», ha sottolineato Vanda Bonardo (nel video di seguito), responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA Italia.
La richiesta dell’associazione è quella di una governance europea dei ghiacciai e delle risorse connesse, a partire dall’acqua.
Perché i ghiacciai non sono soltanto elementi del paesaggio alpino o indicatori visibili del riscaldamento globale. Sono anche una componente del sistema idrico europeo.
E la loro trasformazione riguarda comunità e territori molto lontani dalle cime.
Il Piemonte ha vissuto l’estate più calda della serie storica
A rendere ancora più evidente il contesto climatico sono i dati di Arpa Piemonte.
Secondo l’agenzia, quella appena conclusa è stata l’estate più calda in Piemonte dell’intera serie storica, con una temperatura media superiore di 3,2 °C rispetto alla media.
Per Secondo Barbero, direttore generale di Arpa Piemonte, i ghiacciai sono tra gli indicatori più evidenti della crisi climatica in corso: il loro arretramento mostra quanto l’aumento delle temperature stia modificando il territorio montano e i suoi equilibri.
Monitorare questi processi significa quindi anche migliorare la capacità di prevenire e gestire gli effetti futuri del cambiamento climatico.
Il Monviso come avvertimento
La quinta tappa della Carovana dei ghiacciai si chiude così con un’immagine che va oltre il singolo ghiacciaio.
Sul Monviso il ghiaccio è ormai ridotto a poche placche. Le pareti rocciose mostrano segnali di instabilità. Il permafrost è sotto pressione. I rock glacier diventano sempre più importanti come componenti del sistema idrico d’alta quota.
E il Po, molto più in basso, porta con sé la conseguenza più concreta: meno acqua disponibile e una maggiore vulnerabilità del territorio agli estremi climatici.
Non è soltanto una montagna che cambia.
È un intero sistema che si sta trasformando.
La Carovana dei ghiacciai, partita il 17 agosto e arrivata il 3 settembre sul Monviso dopo avere attraversato diversi settori dell’arco alpino, chiude il suo viaggio con una domanda che riguarda molto più delle Alpi: come prepararsi a un futuro nel quale il ghiaccio sarà sempre meno e l’acqua sempre più preziosa?
La risposta, secondo Legambiente e gli esperti coinvolti nel monitoraggio, non può essere affidata alla gestione dell’emergenza.
Serve una strategia di lungo periodo che tenga insieme clima, acqua, montagne e pianure.
Perché il destino del Monviso, in fondo, arriva fino al mare.
