Al Congresso nazionale congiunto SGI-SIMP di Padova gli esperti fanno il punto sulle risorse ancora da esplorare nel sottosuolo italiano. Sardegna, Alpi e Toscana tra le aree strategiche: dalla fluorite allo zinco, fino ad antimonio, litio e terre rare
La Sicilia torna al centro della ricerca italiana sulle materie prime critiche. Non perché sull’isola sia già stato individuato un grande giacimento di litio pronto per essere sfruttato, ma perché esistono aree ancora poco esplorate che potrebbero offrire nuove informazioni sul potenziale del sottosuolo. È uno dei temi emersi al Congresso Nazionale Congiunto della Società Geologica Italiana (SGI) e della Società Italiana di Mineralogia e Petrologia (SIMP), in corso a Padova dal 15 al 17 settembre.
Il punto di partenza è una considerazione semplice: la transizione energetica e digitale sta aumentando la domanda di numerosi elementi indispensabili per batterie, elettronica, infrastrutture energetiche e tecnologie avanzate. Ma prima ancora di chiedersi dove estrarli, la ricerca geologica deve capire dove si trovano, in quali concentrazioni e se il loro eventuale sfruttamento sia realmente possibile.
È in questo spazio tra ricerca, potenzialità geologica e futura disponibilità di risorse che si inserisce il lavoro presentato al congresso.
“Ci sono territori ancora inesplorati, come la Sicilia, per la ricerca del litio e dello stronzio, due elementi chimici molto importanti per industrie moderne, soprattutto il litio per batterie. Questa potrebbe essere la nuova frontiera”, spiega Paolo Mazzoleni, presidente nazionale della SIMP.
La parola chiave è dunque ricerca. Parlare di potenziale non significa parlare di una riserva già accertata né, tantomeno, di una nuova miniera pronta ad aprire. Significa individuare territori nei quali la conoscenza geologica può essere approfondita per capire se esistano condizioni favorevoli alla presenza di determinate materie prime.
Ed è proprio questo il passaggio che potrebbe diventare strategico per l’Italia.
Perché il litio è diventato così importante
Il litio è uno degli elementi più conosciuti nel dibattito sulla transizione energetica. Il suo ruolo è legato soprattutto alle batterie ricaricabili, utilizzate nei veicoli elettrici, nei sistemi di accumulo dell’energia e in numerosi dispositivi elettronici.
La crescita delle energie rinnovabili e dell’elettrificazione dei trasporti ha reso le batterie un’infrastruttura tecnologica sempre più importante. E questo ha trasformato anche la geologia in una componente della politica industriale.
Il problema è che l’Europa dipende in misura significativa dalle importazioni di molte materie prime considerate strategiche. La questione non riguarda soltanto la quantità disponibile, ma anche la concentrazione geografica dell’estrazione e della lavorazione.
Per questo la ricerca di nuove risorse sul territorio europeo è diventata una delle direttrici della politica comunitaria.
L’Italia, in questo scenario, dispone di una storia mineraria molto lunga, ma negli ultimi decenni molte attività estrattive sono state progressivamente ridimensionate o abbandonate. Una parte del patrimonio minerario nazionale, però, potrebbe tornare a essere oggetto di ricerca, anche attraverso approcci molto diversi rispetto al passato.
Non si tratta semplicemente di riaprire vecchie miniere. In alcuni casi la strategia può essere quella di recuperare materiali presenti negli scarti delle precedenti attività estrattive, mentre in altri può essere necessario cercare nuovi depositi attraverso campagne di esplorazione geologica.
Sicilia, una frontiera ancora da esplorare
È qui che entra in gioco la Sicilia.
Secondo Paolo Mazzoleni, l’isola rappresenta uno dei territori italiani che meritano ulteriori approfondimenti proprio per la possibile presenza di litio e stronzio.
Sono due elementi differenti, con applicazioni industriali diverse, ma accomunati dal fatto di poter assumere un ruolo importante in filiere tecnologiche moderne.
Il litio è naturalmente quello che attira maggiormente l’attenzione per il suo legame con le batterie. Ma ridurre il problema delle materie prime critiche al solo litio sarebbe fuorviante.
La transizione energetica richiede infatti una pluralità di materiali: metalli, elementi utilizzati nell’elettronica, materiali per le infrastrutture energetiche e sostanze impiegate in processi industriali ad alta tecnologia.
La vera novità indicata dal congresso è quindi anche un’altra: il sottosuolo italiano potrebbe richiedere una nuova stagione di conoscenza scientifica.
Prima di qualsiasi ipotesi industriale viene la mappatura del territorio. Occorre comprendere la struttura geologica, individuare le mineralizzazioni, valutarne la concentrazione e capire se le caratteristiche dei materiali siano compatibili con un eventuale utilizzo economico.
Solo dopo queste fasi si può parlare, eventualmente, di risorsa sfruttabile.
Sardegna, dalla fluorite alle vecchie discariche minerarie
Se la Sicilia guarda soprattutto alla possibilità di approfondire la ricerca sul litio e sullo stronzio, la Sardegna rappresenta un caso molto diverso e altrettanto interessante.
A illustrarlo è Andrea Dini, ricercatore dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR, che al congresso ha indicato nella Sardegna sud-orientale uno dei punti di riferimento della nuova stagione mineraria italiana.
Il primo caso riguarda Silius, nel Gerrei, dove è ripartita l’attività della miniera di fluorite.
La fluorite è un minerale utilizzato in numerosi processi industriali e ha un ruolo importante anche nelle filiere chimiche e metallurgiche. Secondo quanto riferito da Dini, la miniera dovrebbe entrare nuovamente in produzione, con una previsione indicata per la primavera.
Ma il caso sardo non riguarda soltanto la riapertura di una miniera.
Una delle prospettive indicate dal ricercatore riguarda infatti il recupero delle vecchie discariche minerarie.
Gli scarti accumulati nel corso di decenni di attività estrattiva non devono necessariamente essere considerati soltanto un problema ambientale. In alcuni casi possono contenere ancora quantità significative di metalli e minerali che all’epoca non venivano recuperati perché privi di interesse economico o perché le tecnologie disponibili non consentivano un trattamento conveniente.
Oggi il quadro è cambiato.
L’aumento del valore strategico di alcuni materiali e il miglioramento delle tecnologie di trattamento possono rendere interessante la ricerca di risorse anche nei residui delle attività minerarie del passato.
È una forma di mining secondario, che può affiancare la ricerca di nuovi giacimenti e contribuire a ridurre il consumo di nuovo suolo.
Il problema dello zinco
Tra i materiali citati da Dini c’è anche lo zinco, destinato secondo le prospettive illustrate al congresso ad assumere una crescente rilevanza nel quadro europeo delle materie prime critiche.
Anche in questo caso la Sardegna potrebbe offrire opportunità interessanti.
La prospettiva è duplice: da una parte studiare le risorse ancora presenti nel sottosuolo, dall’altra verificare quanto materiale recuperabile sia contenuto nei residui delle precedenti attività minerarie.
La seconda strada presenta un interesse particolare perché consente di collegare geologia, economia circolare e bonifica dei territori.
Una discarica mineraria può infatti contenere materiali che, se recuperati, potrebbero diventare una nuova fonte di materie prime senza la necessità di aprire immediatamente un nuovo sito estrattivo.
Il concetto cambia quindi radicalmente rispetto alla vecchia idea di miniera.
La miniera del futuro potrebbe essere in parte anche quella del passato: non soltanto nuovi scavi, ma recupero di ciò che è già stato estratto e abbandonato.
Dalle Alpi alla Toscana: la mappa italiana si allarga
Il quadro delineato dagli esperti non si ferma a Sicilia e Sardegna.
Una seconda grande area indicata da Andrea Dini è quella alpina, dove esiste un potenziale per ulteriori ricerche su fluorite, zinco e altri metalli.
Anche in questo caso il termine corretto è potenziale.
Le Alpi rappresentano un sistema geologico estremamente complesso e diversificato. La ricerca di nuove risorse richiede quindi attività di esplorazione e una conoscenza sempre più dettagliata della struttura del territorio.
Tra gli elementi citati compare anche l’uranio, la cui presenza va naturalmente distinta dalla disponibilità di un deposito economicamente sfruttabile. Anche qui, la ricerca geologica è il primo passaggio per stabilire quali risorse siano effettivamente presenti e con quali caratteristiche.
Un’altra area strategica è la Toscana.
Secondo Dini, il territorio toscano presenta un potenziale di ricerca per antimonio, litio e terre rare.
Sono materiali particolarmente interessanti nel contesto della trasformazione industriale e tecnologica, perché vengono utilizzati in filiere differenti e spesso difficilmente sostituibili.
Il risultato è una mappa molto più articolata di quella che emerge dal solo dibattito sul litio.
Sicilia e Toscana entrano nella ricerca sul litio; Sardegna e Alpi presentano prospettive per diversi metalli e minerali; le vecchie aree minerarie possono diventare a loro volta oggetto di nuove attività di recupero.
Le materie prime critiche sono anche una questione geopolitica
La ricerca italiana sul sottosuolo non nasce soltanto da un interesse scientifico.
Dietro la crescente attenzione alle materie prime critiche c’è una questione industriale e geopolitica.
La transizione energetica richiede infatti grandi quantità di materiali per costruire batterie, reti elettriche, sistemi di accumulo, impianti rinnovabili, dispositivi elettronici e tecnologie avanzate.
Questo crea una nuova dipendenza: non più soltanto quella dai combustibili fossili, ma anche quella dalle catene globali di approvvigionamento dei materiali necessari alle tecnologie energetiche e digitali.
Per l’Europa, aumentare la conoscenza delle risorse interne significa quindi anche cercare di ridurre la vulnerabilità rispetto a eventuali interruzioni delle forniture internazionali.
Ma questo non equivale a sostenere che ogni materia prima debba essere estratta in Europa o che ogni potenziale giacimento debba necessariamente diventare una miniera.
La questione è più complessa.
La strategia comprende esplorazione, estrazione quando sostenibile, riciclo, recupero dagli scarti e sviluppo di tecnologie che riducano l’uso di materiali critici.
Dalla vecchia industria mineraria alla geologia del futuro
La vera sfida italiana potrebbe dunque essere quella di ricostruire una capacità di conoscenza del proprio sottosuolo.
Per decenni, la disponibilità di materie prime provenienti dai mercati internazionali ha ridotto l’urgenza di investire nella ricerca di nuovi giacimenti nazionali. Nel frattempo, però, il quadro economico e geopolitico è cambiato.
Oggi conoscere ciò che si trova sotto i nostri piedi è tornato a essere una questione strategica.
Il Congresso congiunto SGI-SIMP di Padova, dedicato al tema “Ter(r)a: Risorse, Rischi, Rispetto”, mette proprio in relazione queste tre dimensioni: le risorse disponibili, i rischi legati al territorio e la necessità di gestirlo con attenzione.
Le materie prime critiche rappresentano uno degli esempi più evidenti di questa complessità.
Da una parte c’è la necessità di garantire materiali indispensabili all’industria del futuro. Dall’altra c’è la necessità di evitare che la ricerca di nuove risorse riproduca i modelli più impattanti del passato.
Questo significa che la domanda non è semplicemente “dove possiamo estrarre?”, ma anche “come possiamo conoscere, recuperare e utilizzare le risorse con il minore impatto possibile?”
La ricerca viene prima dell’estrazione
Il caso della Sicilia sintetizza bene questa nuova fase.
Dire che la Sicilia può diventare una nuova frontiera per la ricerca del litio significa innanzitutto riconoscere che restano territori da studiare.
È un passaggio importante perché consente di evitare due estremi opposti: da una parte l’idea che l’Italia non disponga di alcuna risorsa interna; dall’altra l’annuncio prematuro di grandi giacimenti prima che siano completate le necessarie verifiche scientifiche.
Tra questi due estremi c’è il lavoro dei geologi.
Campionamenti, cartografia, analisi mineralogiche e geochimiche, studi strutturali e nuove tecniche di esplorazione servono a trasformare un’ipotesi in una conoscenza verificabile.
E solo una parte delle potenzialità individuate dalla ricerca potrà eventualmente trasformarsi in una risorsa economicamente utilizzabile.
Per questo la partita delle materie prime critiche in Italia potrebbe iniziare molto prima dell’apertura di una miniera: inizia dalla conoscenza del territorio.
Sicilia, Sardegna, Alpi e Toscana diventano così quattro capitoli di una stessa storia. Quella di un Paese che torna a guardare al proprio sottosuolo non soltanto come patrimonio geologico, ma come possibile componente della propria sicurezza industriale e tecnologica.
E il litio siciliano, oggi, è soprattutto questo: una frontiera di ricerca ancora da esplorare.
