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Il 2026 sarà ricordato come l’estate più calda o come una delle ultime relativamente fresche?

La presidente di Marevivo Rosalba Giugni racconta un’immersione a Marina Piccola: «L’acqua oltre i 30 gradi, gli scogli erano caldi. Una sensazione mai provata prima». E avverte: «Adattarsi non può significare rassegnarsi»

Un’immersione nel mare di Capri diventa il punto di partenza per una riflessione sul futuro del Mediterraneo. Rosalba Giugni, presidente di Marevivo, racconta di avere trovato un’acqua torbida e insolitamente calda, con temperature superiori ai 30°C. Scendendo verso il fondale di Marina Piccola, ha poi toccato gli scogli: «Erano caldi. Una sensazione mai provata prima».

Da quell’esperienza nasce una domanda che riguarda non soltanto l’estate 2026, ma il futuro del clima: questa sarà ricordata come una delle estati più calde della nostra vita o come una delle ultime relativamente fresche del Pianeta?

La questione non riguarda soltanto le temperature dell’aria. Per Giugni, per comprendere davvero la trasformazione in corso bisogna guardare soprattutto al mare.

Il Mediterraneo sempre più caldo

Il mare svolge una funzione fondamentale nel sistema climatico globale. Gli oceani assorbono una grande quantità del calore accumulato dal Pianeta e contribuiscono a redistribuirlo attraverso le correnti, influenzando temperature e precipitazioni.

Il riscaldamento degli oceani e dei mari, quindi, non è un fenomeno separato dal cambiamento climatico che osserviamo sulla terraferma. Al contrario, rappresenta una delle sue manifestazioni più importanti.

«Da anni parliamo di cambiamento climatico e riscaldamento del mare. Però sentirne concretamente gli effetti sotto la superficie è tutta un’altra cosa», scrive Giugni.

A differenza di ciò che avviene sulla terraferma, dove le conseguenze delle temperature estreme sono immediatamente visibili attraverso incendi, siccità, ghiacciai in ritirata e città soffocate dal caldo, molti degli effetti del riscaldamento del mare rimangono nascosti sotto la superficie.

Cosa succede sotto la superficie

Le ondate di calore marine possono mettere sotto stress gli ecosistemi e gli organismi che li compongono. Gorgonie, coralli, praterie di Posidonia e altre specie possono risentire dell’aumento delle temperature e della maggiore frequenza e durata degli episodi di caldo estremo.

È un cambiamento che può essere difficile da percepire per chi osserva il mare dalla spiaggia.

«Il mare può apparirci azzurro e bellissimo, mentre sotto la superficie sta cambiando profondamente», sottolinea Giugni.

Ed è proprio per cercare di misurare questo cambiamento che Marevivo ha coinvolto la propria Divisione Subacquea, che riunisce subacquei e diving center lungo le coste italiane.

I primi dati citati dall’associazione indicano, in alcune aree, temperature fino a 34°C in superficie e tra 27 e 30°C tra i 10 e i 20 metri di profondità, con il termoclino che sarebbe sceso anche a 25 metri. Si tratta di dati che dovranno essere ulteriormente analizzati dalla comunità scientifica, ma che secondo Marevivo rappresentano un segnale da non sottovalutare.

«Non possiamo limitarci ad adattarci»

Il punto centrale della riflessione di Giugni è la distinzione tra adattamento e mitigazione.

Adattarsi significa preparare città, sistemi sanitari, infrastrutture e comunità a condizioni climatiche più difficili. Ma, secondo la presidente di Marevivo, non può essere l’unica risposta.

«Adattarsi non può significare rassegnarsi», afferma. Non basta quindi progettare città capaci di resistere a temperature di 40 o 45°C: bisogna contemporaneamente intervenire sulle cause che stanno rendendo questi eventi più frequenti e intensi.

Questo significa ridurre le emissioni di gas serra, accelerare la transizione energetica, rendere più sostenibili i sistemi alimentari, sviluppare un’economia circolare e proteggere gli oceani e la biodiversità.

Il caldo ha già un costo umano

L’estate 2026 ha mostrato anche il costo sanitario delle temperature estreme.

Secondo una stima riportata dal The Guardian, almeno 35mila morti in eccesso sono state registrate in Europa durante le quattro ondate di calore consecutive che hanno interessato il continente. Il dato è ancora provvisorio: le cifre disponibili coprono poco più della metà dell’Europa e non comprendono ancora i dati completi relativi ad agosto. Germania, Francia e Spagna hanno da sole superato i 25mila decessi in eccesso.

Il dato non indica necessariamente persone morte direttamente per un colpo di calore. La mortalità in eccesso comprende anche i decessi associati all’aggravamento di condizioni preesistenti, in particolare cardiovascolari e respiratorie, durante periodi di temperature eccezionalmente elevate.

Per Giugni, quei numeri dimostrano che la crisi climatica non riguarda soltanto la salute degli ecosistemi.

«Non stiamo parlando soltanto della salute del Pianeta, ma della nostra stessa vita», osserva.

Dalla protezione del mare alla lotta alla crisi climatica

Marevivo lavora dal 1985 per la tutela del mare, della biodiversità e degli ecosistemi marini, attraverso attività di sensibilizzazione, ricerca, educazione e protezione dell’ambiente.

Per Giugni, però, la sfida oggi è diventata ancora più grande. Il cambiamento climatico sta modificando il contesto nel quale si svolge anche il lavoro di tutela degli oceani.

«Trovare oggi la forza e l’ottimismo per continuare a credere che le cose possano cambiare è più difficile che mai», scrive la presidente, ricordando i decenni di attività dell’associazione.

La risposta, tuttavia, non può essere la rassegnazione.

«Quando mi dicono, con un sospiro, “speriamo”, io rispondo: “facciamo”».

È il messaggio con cui Giugni chiude la sua lettera aperta: proteggere il mare significa proteggere anche le condizioni che rendono possibile la nostra vita sul Pianeta.

«Se vive il mare, viviamo anche noi».

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