Mentre l’Europa spinge per l’azzeramento della plastica monouso e la riduzione drastica delle emissioni di carbonio, l’Italia compie un passo di lato. La Corte di Cassazione ha stabilito che l’acqua di rubinetto al ristorante non è un diritto del consumatore: se il gestore rifiuta di servire la caraffa pubblica per imporre l’acquisto di bottiglie commerciali confezionate, è pienamente legittimato a farlo in nome della libertà d’impresa.
La sentenza nasce dal caso di una turista in un hotel di lusso in Alto Adige che, indisposta a pagare dai 7 ai 10 euro a bottiglia per l’acqua minerale, ha chiesto ripetutamente acqua sfusa del rubinetto, vedendosela negare. La sua richiesta di risarcimento è stata respinta in tutti i gradi di giudizio. Al di là del caso legale, il verdetto solleva una questione enorme: in piena crisi climatica, è etico che il business della ristorazione possa boicottare le scelte ecologiche dei cittadini?
I numeri dello shock: il primato italiano della plastica a tavola
Per capire la gravità ambientale di questa sentenza, è necessario guardare i dati. L’Italia detiene un primato tutt’altro che lusinghiero: siamo il primo consumatore in Europa e il secondo al mondo (dietro solo al Messico) di acqua imbottigliata, con una media di circa 220-250 litri pro capite all’anno.
Questo consumo bulimico genera numeri spaventosi per l’ecosistema nazionale: ogni anno in Italia si consumano circa 10 miliardi di bottiglie di plastica (PET). Di queste, i dati di Legambiente evidenziano che oltre il 60% non viene riciclato, finendo direttamente nei termovalorizzatori, nelle discariche o, peggio, disperso nell’ambiente e nei nostri mari. Tradotto in risorse, produrre questi contenitori richiede l’utilizzo di oltre 2 milioni di tonnellate di petrolio e l’immissione in atmosfera di tonnellate di gas serra, a cui vanno aggiunti i costi ambientali del trasporto: l’85% dell’acqua in Italia viaggia ancora su TIR commerciali pesanti.
Il bilancio ecologico a tavola: caraffa vs bottiglia
Permettere ai clienti di optare per l’acqua a “chilometro zero” del rubinetto — sicura, controllata e purificata dalle reti idriche locali rappresenterebbe una delle soluzioni più semplici e immediate per tagliare i rifiuti urbani nel settore della somministrazione e alleggerire la pressione sui sistemi di smaltimento.
Ecco il bilancio dell’impatto ambientale lungo la filiera del consumo a confronto:
Il paradosso europeo: l’Italia ignora la Direttiva Acque
La decisione della Cassazione crea un profondo attrito con i quadri normativi europei. La Direttiva UE 2020/2184 (la Drinking Water Directive) invita esplicitamente gli Stati membri a promuovere l’uso dell’acqua potabile nei servizi di ristorazione, suggerendo di offrirla gratuitamente o a prezzi accessibili proprio per ridurre la dipendenza dal packaging monouso e centrare gli obiettivi di decarbonizzazione.
Mentre nazioni come la Francia (storicamente legata alla carafe d’eau) e la Spagna (che per legge obbliga i locali a servire acqua pubblica gratis) hanno usato la norma europea come leva ecologica, l’Italia si aggrappa al vuoto legislativo nazionale per tutelare i margini di profitto degli esercenti. Finché la commercializzazione dell’acqua minerale confezionata sarà trattata come un obbligo di consumo mascherato da libertà d’impresa, la transizione ecologica nei consumi quotidiani rimarrà un miraggio.
🌱 Petrolio e TIR: l’assurda logica del trasporto
Ogni volta che un ristoratore nega l’acqua di rubinetto, costringe l’ambiente a farsi carico di una filiera insostenibile. Per trasportare l’acqua in bottiglia lungo la penisola, si calcola che circolino ogni giorno migliaia di TIR, i quali emettono tonnellate di particolato nocivo. Incentivare il consumo dell’acqua di rete nei pubblici esercizi non è un capriccio del cliente spilorcio, ma una necessità ecologica non più rimandabile per abbattere l’inquinamento delle nostre città.
