A gennaio 2025 Mel Gibson – attore, regista, icona di Hollywood – siede sul divano del podcast di Joe Rogan e racconta una storia che in poche settimane avrebbe cambiato le abitudini mediche di milioni di americani. “Ho tre amici che avevano il cancro al quarto stadio. Ora sono guariti. Il segreto? Ivermectina e benzimidazolo.” L’episodio viene visto 60 milioni di volte nel solo primo mese.
Nei sei mesi successivi, le prescrizioni di ivermectina negli Stati Uniti aumentano del 97%. Tra i pazienti oncologici, il tasso di prescrizione sale di 2,5 volte. Il fenomeno è così clamoroso da finire sotto la lente della rivista scientifica JAMA Network Open, che pubblica uno studio dedicato il 12 maggio 2026. Il verdetto degli scienziati è netto: nessuna prova clinica che questi farmaci curino il cancro nell’essere umano. E il rischio che i pazienti abbandonino le terapie che funzionano è reale e documentato.
Cos’è l’ivermectina: un farmaco vero usato nel modo sbagliato
L’ivermectina non è una medicina inventata dai complottisti. È un farmaco reale, la cui scoperta ha valso il Premio Nobel per la Medicina nel 2015 ai ricercatori William Campbell e Satoshi Ōmura. È efficace e approvata per il trattamento di alcune malattie causate da parassiti nell’essere umano – come la filariosi e la scabbia – ed è ampiamente usata in medicina veterinaria contro i parassiti intestinali negli animali, cavalli inclusi.
Il problema non è il farmaco in sé, ma il suo uso per indicazioni per cui non è stato approvato né validato clinicamente. Già durante la pandemia di Covid-19 l’ivermectina era diventata protagonista di una delle più grandi ondate di disinformazione medica della storia recente: nonostante l’assenza di prove cliniche, milioni di persone la usarono come presunto rimedio contro il Covid, con casi di sovradosaggio che riempirono i pronto soccorso americani.
Il benzimidazolo – la seconda sostanza citata da Gibson, nella forma specifica del fenbendazolo – è ancora più problematico: non ha mai ottenuto alcuna approvazione per uso umano. È un farmaco veterinario usato contro i vermi nei cani e in altri animali.
Cosa dice davvero la scienza sul cancro
Qui sta il cuore della questione, e va spiegato con precisione per non alimentare né false speranze né falsi allarmi.
È vero che alcuni studi in laboratorio – su cellule tumorali in provetta – e alcuni studi su animali hanno mostrato che l’ivermectina e i benzimidazoli possono avere proprietà che inibiscono la crescita tumorale. Questo è un dato reale. Ma c’è un abisso enorme tra “funziona in laboratorio su cellule isolate” e “cura il cancro negli esseri umani”.
La ricerca oncologica è piena di sostanze che mostrano effetti promettenti in vitro, cioè in laboratorio, e poi falliscono quando vengono testate negli studi clinici sull’essere umano. Il corpo umano è un sistema infinitamente più complesso di una piastra di Petri: le interazioni tra farmaci, organi, sistema immunitario e cellule tumorali in vivo producono risultati spesso imprevedibili rispetto a quelli osservati in laboratorio.
Ad oggi, come confermato dallo studio pubblicato su JAMA Network Open e da una revisione sistematica della letteratura scientifica, non esiste nessuno studio clinico controllato che dimostri che l’ivermectina o il fenbendazolo siano sicuri ed efficaci per trattare il cancro negli esseri umani. Punto.
Il pericolo reale: abbandonare le terapie che funzionano
Il rischio più grave non è che le persone prendano ivermectina. È che la prendano al posto della chemioterapia, della radioterapia o dell’immunoterapia — trattamenti che hanno decenni di studi clinici alle spalle e tassi di sopravvivenza documentati.
“Persone che fronteggiano malattie potenzialmente mortali rischiano di rinunciare ai trattamenti convenzionali, sostituendoli con terapie non confermate”, avvertono i ricercatori dello studio JAMA. Il dottor John Mafi, professore di medicina alla UCLA e co-autore dello studio, è esplicito: “Quando le prescrizioni per un trattamento oncologico non provato raddoppiano dopo un singolo podcast, si solleva la preoccupazione concreta che i pazienti stiano saltando o ritardando trattamenti che sappiamo funzionare”.
Il ritardo o l’abbandono delle terapie convenzionali in oncologia può avere conseguenze letali. In molti tumori, la finestra terapeutica è stretta: ogni settimana di ritardo può significare una progressione della malattia che riduce le possibilità di guarigione.
Il potere dei media sulla salute: una spada a doppio taglio
Lo studio JAMA non si limita a documentare il danno. Offre anche una prospettiva interessante sul potere dei media sulla salute pubblica — che può funzionare anche in senso positivo.
Nel 2000, la giornalista americana Katie Couric si sottopose in diretta televisiva a una colonscopia per sensibilizzare il pubblico sulla prevenzione del tumore al colon-retto, dopo la morte del marito per questo cancro. Nei mesi successivi, il tasso nazionale di screening per il cancro al colon-retto negli Stati Uniti aumentò del 20%. Un effetto positivo, documentato e salvavita.
La stessa forza che un podcast da 60 milioni di spettatori può usare per spingere le persone verso farmaci non provati potrebbe — se usata responsabilmente — orientarle verso le vaccinazioni, gli screening oncologici, i controlli preventivi. “I professionisti della salute pubblica hanno essenzialmente in mano una mappa di dove sono più necessari i messaggeri fidati”, osserva lo studio.
htmlDurante la pandemia di Covid-19, tra il 2020 e il 2021, i pronto soccorso americani registrarono un’impennata di casi di avvelenamento da ivermectina: le persone acquistavano formulazioni veterinarie — pensate per animali di grossa taglia come i cavalli — e le assumevano in dosi calibrate sul peso dell’animale, non dell’essere umano. I sintomi del sovradosaggio includono nausea, vomito, ipotensione, confusione e nei casi più gravi coma. Il CDC americano fu costretto a pubblicare un avviso ufficiale con la frase diventata virale: “You are not a horse” — non sei un cavallo.
Cosa possiamo imparare dal caso Gibson
La vicenda di Mel Gibson e dell’ivermectina è uno specchio della nostra epoca: un’era in cui un singolo contenuto virale può modificare i comportamenti medici di milioni di persone più velocemente di quanto la comunità scientifica riesca a rispondere.
Non si tratta di demonizzare Gibson – che probabilmente credeva sinceramente a quello che raccontava – né di negare che la ricerca sull’ivermectina in oncologia meriti di proseguire nei canali appropriati, cioè gli studi clinici controllati. Si tratta di ricordare una regola fondamentale della medicina: le testimonianze personali, per quanto commoventi, non sono evidenza scientifica. E in medicina, l’evidenza scientifica salva le vite. Le storie, purtroppo, non sempre.
