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L’Europa imbarca cherosene americano: ma perché ne abbiamo bisogno e cosa cambia per i nostri voli?

Guardiamo in faccia la realtà: ogni volta che prenotiamo un volo, la prima cosa che facciamo è guardare il prezzo. E negli ultimi anni, quel numerino in basso a destra è lievitato come un panettone a Natale. Ma perché? La risposta breve è: energia. La risposta lunga, invece, ci porta direttamente dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, nelle raffinerie del Texas.

L’Unione Europea ha appena dato il via libera all’importazione massiccia di cherosene dagli Stati Uniti. Non è solo una mossa commerciale, è una vera e propria manovra di emergenza. Ma come funziona tecnicamente questo processo? E perché, se vogliamo salvare il clima, questa notizia ci fa storcere un po’ il naso? Mettetevi comodi, facciamo un po’ di “scienza dei cieli”.

Cos’è davvero il cherosene Jet A-1? (Spoiler: non è benzina)

Prima di tutto, facciamo chiarezza. Quello che mettiamo nei serbatoi di un Boeing o di un Airbus non è la stessa roba che mettete nella vostra macchina. Il Jet A-1 è un idrocarburo della famiglia del cherosene, ottenuto dalla distillazione frazionata del petrolio greggio.

Perché si usa proprio quello? Perché ha caratteristiche fisiche pazzesche:

  1. Punto di congelamento bassissimo: A 10.000 metri di quota la temperatura scende a -50°C. Se usassimo il gasolio, si trasformerebbe in un sorbetto inutilizzabile. Il cherosene invece resta fluido.
  2. Densità energetica: Ha un potere calorifico altissimo. Significa che con poco peso porti tanta energia, fondamentale se devi staccare da terra 200 tonnellate di metallo.

Il problema è che l’Europa è “a secco”. Le nostre raffinerie sono vecchie o in fase di riconversione e non riescono a produrre abbastanza Jet A-1 per soddisfare la voglia di viaggiare di 450 milioni di europei.

Il viaggio del carburante: 6.000 km tra le onde

Qui arriva la parte interessante. Quando l’UE dice “apriamo al cherosene USA”, sta dando il via a una logistica monumentale. Il carburante prodotto nelle giganti raffinerie della costa del Golfo (Texas e Louisiana) deve essere caricato su navi cisterna, le LR2 (Large Range 2), capaci di trasportare fino a 100.000 tonnellate di prodotto.

Immaginate il paradosso: bruciamo petrolio per muovere una nave che trasporta petrolio che servirà a far volare aerei. Dal punto di vista termodinamico e ambientale, è un incubo. Le emissioni “Well-to-Tank” (dal pozzo al serbatoio) aumentano drasticamente a causa del trasporto marittimo. Ogni barile che arriva dagli USA ha già un “debito di CO2” molto più alto rispetto a quello che producevamo (o compravamo) vicino a casa.

Perché questa mossa dovrebbe abbassare i prezzi?

È una questione di domanda e offerta. Negli ultimi due anni, l’offerta in Europa era bassa e il prezzo del cherosene è schizzato. Poiché il carburante pesa per circa il 30% sul costo totale di un volo, se il prezzo del Jet A-1 sale, il vostro biglietto per Londra o Parigi raddoppia.

Gli Stati Uniti oggi sono i primi produttori mondiali di derivati del petrolio. Hanno così tanto cherosene che possono permettersi di venderlo a prezzi competitivi anche includendo il costo del trasporto transatlantico. L’idea dell’UE è semplice: inondare il mercato di prodotto americano per costringere i prezzi a scendere. Se le compagnie aeree pagano meno il “pieno”, la competizione dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) riportare i prezzi dei biglietti a livelli più umani.

Il dilemma del Green Deal: stiamo tornando indietro?

Se ci seguite, sapete che parliamo spesso di transizione ecologica. L’Europa si è data un obiettivo ambizioso: il ReFuelEU Aviation. Entro pochi anni, una parte del carburante nei serbatoi deve essere SAF (Sustainable Aviation Fuel), ovvero carburante bio ricavato da oli esausti o scarti agricoli.

Il problema tecnico ed economico è questo: il SAF costa da 3 a 5 volte più del cherosene fossile. Se adesso l’UE apre le porte a un mare di cherosene fossile americano a basso prezzo, chi avrà voglia di investire nei carburanti bio? È un po’ come se decideste di mettervi a dieta, ma qualcuno vi riempisse la credenza di cioccolato scontato al 70%. La tentazione di lasciare perdere i buoni propositi è altissima.

Standard di raffinazione: Europa vs USA

C’è poi un dettaglio tecnico che spesso sfugge. In Europa, le raffinerie devono pagare per ogni tonnellata di CO2 che emettono (il sistema ETS). Questo rende il processo di raffinazione più costoso ma più controllato. Negli USA, le regole sono diverse e spesso meno severe sulla produzione.

Importando il loro cherosene, stiamo “esternalizzando” l’inquinamento. È come se pulissimo il nostro giardino buttando la spazzatura in quello del vicino: l’aria del pianeta è la stessa, ma sui nostri registri europei i conti dell’inquinamento industriale sembreranno più puliti. Non è proprio il massimo della coerenza, vero?

Cosa cambia per noi quando saliamo sull’aereo?

Tecnicamente, nulla. I motori non si accorgono della differenza tra una molecola di cherosene raffinata a Rotterdam e una raffinata a Houston. Gli standard internazionali (ASTM D1655) sono rigidissimi: il carburante deve essere identico per garantire la sicurezza del volo.

Quello che cambia è la geopolitica del nostro viaggio. Se prima dipendevamo dal greggio dell’est o del medio oriente, ora il nostro “diritto al volo” dipende dalla produzione americana. Siamo passati da una dipendenza all’altra, cercando però di salvare il portafoglio.

In conclusione: un volo a due facce

L’apertura al cherosene USA è il classico esempio di realismo energetico. L’Europa non può permettersi di fermare gli aerei o di rendere il volo un lusso per pochi eletti, quindi accetta il compromesso fossile per mantenere l’economia in movimento.

Tuttavia, come appassionati di scienza e ambiente, dobbiamo chiederci: quanto può durare questo modello? Comprare energia dall’altra parte del mondo per alimentare un settore che già di per sé è difficile da decarbonizzare non è la soluzione finale. È un cerotto, necessario forse, ma che non guarisce la ferita della nostra dipendenza dai combustibili fossili.

Il futuro del volo deve passare per l’idrogeno, l’elettrico sulle brevi distanze e i SAF prodotti localmente. Fino ad allora, ogni volta che vedrete una scia bianca nel cielo, ricordatevi che dietro quel volo c’è una complessa scacchiera mondiale fatta di navi cisterna, raffinerie texane e un equilibrio precario tra il nostro conto in banca e la salute del pianeta.