A 25 anni dagli attentati, oltre 143 mila persone sono ancora iscritte al programma sanitario dedicato agli esposti. E il bilancio delle malattie continua a crescere. Ma che cosa respiravano davvero soccorritori, residenti e lavoratori?
Sono passati 25 anni dall’11 settembre 2001, ma per migliaia di persone l’attentato non è finito quel giorno.
Quando le Torri Gemelle crollarono, Lower Manhattan fu investita da una gigantesca nube di polvere e fumo. Dentro non c’era soltanto cemento. C’erano fibre di vetro, amianto, metalli, prodotti della combustione, idrocarburi e altre sostanze potenzialmente tossiche. Una miscela talmente complessa che gli scienziati continuano ancora oggi a studiarne gli effetti sulla salute.
Il World Trade Center Health Program, il programma federale statunitense che monitora e cura le persone esposte, contava a marzo 2026 circa 143 mila membri attualmente iscritti, ai quali si aggiungono le persone che sono state iscritte nel corso degli anni. Il 67% degli iscritti attuali ha almeno una condizione di salute certificata come correlata all’esposizione al World Trade Center.
E il dato forse più sorprendente è proprio questo: la storia sanitaria dell’11 settembre continua ancora oggi.
Non era semplice polvere: cosa c’era nella nube di Ground Zero
Per capire perché l’esposizione abbia avuto conseguenze così lunghe bisogna tornare a quelle prime ore.
Il collasso delle Torri trasformò una parte enorme degli edifici in particelle microscopiche. Uno studio del CDC stima che circa un milione di tonnellate di materiale polverizzato si sia disperso nell’area di New York e nelle zone circostanti.
Quella polvere conteneva cemento e vetro ridotti in particelle finissime, ma anche fibre di amianto provenienti dai materiali utilizzati negli edifici, metalli e residui di numerosi materiali presenti all’interno delle Torri.
E poi c’era il fuoco.
Gli incendi continuarono a lungo dopo il crollo e aggiunsero alla miscela i prodotti della combustione. Tra le sostanze considerate dal programma sanitario del World Trade Center ci sono, tra le altre, amianto, benzene, idrocarburi, composti organici, metalli pesanti e particelle con elevata alcalinità. Il CDC ha identificato più di 350 possibili agenti chimici, fisici e biologici collegati ai siti dell’11 settembre.
Quindi parlare genericamente di “aria tossica” è corretto, ma è riduttivo.
La vera particolarità di Ground Zero fu l’esposizione a un cocktail di contaminanti diversi, contemporaneamente e per periodi prolungati.
Perché quella polvere era così aggressiva per i polmoni
Uno degli elementi più importanti era la dimensione delle particelle.
Quando un edificio crolla, enormi quantità di materiali vengono frantumate e trasformate in polvere. Una parte delle particelle più grandi si deposita rapidamente, mentre quelle più piccole possono rimanere sospese nell’aria ed essere inalate.
Le vie respiratorie diventano così la prima porta d’ingresso.
Le particelle possono irritare le mucose, provocare infiammazione e raggiungere zone profonde dell’apparato respiratorio. Nel caso di Ground Zero, inoltre, la polvere aveva una forte alcalinità, legata soprattutto alla presenza di materiali cementizi.
Non sorprende quindi che tra le patologie oggi riconosciute dal World Trade Center Health Program ci siano asma, sinusite cronica, reflusso gastroesofageo e altre malattie dell’apparato respiratorio e aerodigestivo.
E l’amianto?
È uno dei nomi che più spesso vengono associati all’11 settembre. Ma anche qui bisogna fare una distinzione.
L‘amianto era presente in alcune parti del complesso del World Trade Center e il crollo degli edifici provocò la dispersione di fibre nell’ambiente. L’esposizione all’amianto è riconosciuta come un rischio per la salute e può essere associata, tra le altre patologie, al mesotelioma e a tumori del polmone.
Ma non è corretto dire che l’amianto spiega da solo il bilancio sanitario dell’11 settembre.
La nube conteneva infatti moltissime altre sostanze. Il programma sanitario statunitense riconosce oggi condizioni che vanno dalle malattie respiratorie ai tumori, fino a patologie della salute mentale e disturbi muscoloscheletrici.
È proprio questa esposizione multipla a rendere il caso del World Trade Center uno dei più importanti studi di salute ambientale e occupazionale degli ultimi decenni.
Il problema è che l’esposizione non durò un giorno
È forse questo l’aspetto meno intuitivo.
La nube iniziale fu soltanto l’inizio.
Dopo il crollo iniziarono le operazioni di ricerca, soccorso e recupero. Poi arrivò la bonifica. Migliaia di persone continuarono a lavorare nell’area, spesso a contatto con polvere e detriti.
E la polvere poteva essere nuovamente sollevata.
Per questo tra le persone esposte non ci sono soltanto i vigili del fuoco e gli altri soccorritori intervenuti nelle prime ore. Il programma sanitario comprende anche lavoratori, residenti, studenti e altre persone che si trovavano nelle aree interessate.
Perché alcune malattie compaiono 10, 20 o 25 anni dopo?
Qui entra in gioco uno dei concetti fondamentali della medicina ambientale: la latenza.
L’organismo può essere esposto a una sostanza oggi e sviluppare una determinata malattia molti anni dopo. Non significa che ogni patologia comparsa successivamente sia automaticamente causata dall’esposizione, ma che il tempo trascorso non esclude un possibile rapporto.
È particolarmente importante nel caso dei tumori.
Le alterazioni cellulari possono accumularsi nel tempo e alcuni tumori hanno tempi di sviluppo molto lunghi. Per questo il monitoraggio degli esposti non può fermarsi dopo pochi anni.
Ed è anche il motivo per cui il bilancio sanitario dell’11 settembre continua a cambiare.
Il numero dei tumori continua a crescere
I dati del World Trade Center Health Program mostrano quanto sia diventato grande il problema.
A marzo 2026, tra gli iscritti attualmente presenti nel programma, 52.700 soccorritori e 17.200 sopravvissuti risultavano certificati per almeno una patologia tumorale. I dati riguardano le certificazioni e non equivalgono automaticamente al numero di persone che hanno sviluppato un tumore esclusivamente a causa dell’esposizione.
Tra le forme tumorali certificate figurano, tra le altre, tumori della pelle, della prostata, della mammella, melanoma, linfomi, tumori della tiroide, del rene, del polmone, della vescica e leucemie.
È una delle ragioni per cui oggi il programma sanitario considera tutti i tumori tra le condizioni potenzialmente correlate all’esposizione prevista dalla normativa.
E non ci sono soltanto i tumori
L’immagine dell’11 settembre come emergenza sanitaria legata esclusivamente al cancro è però incompleta.
Il bilancio comprende anche migliaia di persone con patologie respiratorie e aerodigestive. Il programma federale certifica, tra le altre, sinusite cronica, asma e reflusso gastroesofageo, oltre a numerose condizioni di salute mentale.
A marzo 2026, il CDC riportava oltre 84 mila soccorritori e 52 mila sopravvissuti con almeno una certificazione nella categoria delle patologie aerodigestive.
E c’è un’altra componente che per anni è rimasta meno visibile: quella psicologica.
Il trauma dell’attentato, l’esposizione alla catastrofe e le conseguenze successive hanno prodotto effetti sulla salute mentale che il programma sanitario considera insieme alle conseguenze fisiche.
La ricerca non è ancora finita: adesso si studiano anche i bambini
La parte forse più sorprendente della storia arriva proprio nel 2026.
A settembre è emerso che il CDC sta preparando un grande programma di ricerca dedicato alle persone che erano bambini o erano ancora nel grembo materno al momento degli attentati e vivevano o frequentavano la scuola nell’area di Lower Manhattan e Brooklyn.
Secondo Reuters, circa 25 mila bambini vivevano o frequentavano una scuola nelle vicinanze del World Trade Center l’11 settembre 2001. Molti furono esposti alla nube e alla polvere, ma furono inclusi in misura molto minore negli studi sanitari di lungo periodo rispetto ai primi soccorritori e agli adulti.
Il nuovo progetto vuole quindi capire se l’esposizione durante l’infanzia possa avere conseguenze a lungo termine su tumori, malattie cardiovascolari e salute riproduttiva. Il progetto dovrebbe partire nel 2027 e potrà contare su finanziamenti fino a 50 milioni di dollari.
È la dimostrazione più evidente che, a 25 anni di distanza, la domanda scientifica non è ancora chiusa.
Una lezione di salute pubblica che arriva fino a oggi
L’11 settembre è diventato anche un caso di studio sulla gestione delle emergenze ambientali.
Quando una catastrofe distrugge edifici, fabbriche o infrastrutture, il rischio non termina necessariamente quando il fuoco viene spento. Materiali normalmente confinati all’interno delle strutture possono trasformarsi in polveri, fibre e fumi. E le operazioni di soccorso e bonifica possono prolungare l’esposizione.
Per questo una delle lezioni di Ground Zero riguarda proprio la necessità di identificare rapidamente i contaminanti, proteggere chi lavora nell’area e monitorare nel tempo tutte le popolazioni esposte.
Una lezione che oggi assume un significato ancora più ampio, perché gli stessi problemi possono ripresentarsi dopo incendi industriali, crolli di edifici, terremoti, guerre e grandi disastri ambientali.
25 anni dopo, Ground Zero non è più soltanto un luogo della memoria
L’11 settembre 2001 è entrato nella storia per quello che accadde in poche ore.
Ma dal punto di vista sanitario quella giornata non è mai veramente finita.
La nube si è dissolta. La polvere è stata rimossa. Gli edifici sono stati ricostruiti.
Le conseguenze biologiche, invece, possono avere tempi molto più lunghi.
È questa la ragione per cui, a 25 anni dall’attentato, il World Trade Center continua a essere studiato come un gigantesco laboratorio involontario di salute ambientale: per capire cosa succede quando una popolazione viene esposta contemporaneamente a polveri, fibre, metalli, prodotti della combustione e trauma.
E soprattutto per evitare che, davanti alla prossima grande emergenza, si commetta lo stesso errore: pensare che quando la nube scompare sia finito anche il pericolo.
