Una nuova battaglia legale si apre per la salvaguardia dei mari italiani. Le organizzazioni ambientaliste ClientEarth e Legambiente, con il supporto di Blue Marine Foundation, hanno promosso un’azione legale rivolta alle autorità italiane per contestare l’inefficacia della tutela nelle Aree Marine Protette (AMP) e sollecitare il blocco della pesca a strascico al loro interno.
I due siti chiave sotto attacco: Toscana e Puglia
Al centro dell’iniziativa giudiziaria vi sono due siti di straordinario rilievo ecologico appartenenti alla Rete Natura 2000. Il primo è il sito “Tutela del Tursiops Truncatus”, una vasta area di circa 374.000 ettari nelle acque toscane situata all’interno del Santuario Pelagos, la riserva transfrontaliera dedicata alla protezione dei mammiferi marini. Secondo le organizzazioni, questo bacino rischia di rivelarsi un “parco solo su carta”, poiché le attività di pesca a strascico vi rimangono generalmente consentite.
Il secondo sito è il “Litorale di Gallipoli – Isola di Sant’Andrea”, situato nelle acque pugliesi del Mar Ionio. L’area ospita preziose praterie di Posidonia oceanica e formazioni coralligene vulnerabili; ciononostante, un’ampia porzione del sito risulta ancora priva di una mappatura ufficiale degli habitat, consentendo ai pescherecci da fondo di continuare a operare indisturbati.
Le richieste ambientaliste e i vincoli europei
Con questo ricorso si chiede formale intervento alle amministrazioni regionali e nazionali competenti su tre fronti principali: il completamento della mappatura dei fondali marini, l’esecuzione di rigorose valutazioni di rischio ambientali sugli impatti delle reti da fondo e l’adozione tempestiva di misure preventive o restrizioni alla pesca.
L’azione legale si fonda sull’articolo 6 della Direttiva Habitat dell’Unione Europea, il quale impone agli Stati membri l’obbligo preventivo di evitare il deterioramento degli habitat e il disturbo significativo delle specie protette. Un principio rafforzato da una recente sentenza del Consiglio di Stato italiano del 2024, che ha riconosciuto l’applicabilità diretta di tale norma, condannando le autorità ad adottare misure ambientali concrete per la tutela della biodiversità.
L’impatto dello strascico sui mari italiani
La pesca a strascico – incentrata sul trascinamento sul fondo marino di reti pesanti per catturare specie commerciali quali merluzzi, naselli, gamberi e polpi – è considerata tra le pratiche più impattanti. Oltre a distruggere la vegetazione marina e le barriere coralline, altera le reti trofiche, causa catture accidentali (by-catch) di cetacei e uccelli marini e riduce la capacità degli oceani di stoccare il carbonio.
L’Italia gioca un ruolo centrale in questo settore: circa il 34% dei pescherecci a strascico attivi nel Mediterraneo batte infatti bandiera italiana. Sebbene le AMP coprano formalmente circa l’11% delle acque nazionali, le ONG denunciano che solo l’1% gode di una protezione rigorosa ed effettiva. Un quadro ben lontano dall’obiettivo europeo “30×30”, che richiede la tutela concreta del 30% dei mari entro il 2030. L’iniziativa italiana si affianca ad analoghe azioni giudiziarie promosse in Francia, Spagna, Paesi Bassi e Germania.
Le posizioni delle organizzazioni
Francesco Maletto, avvocato di ClientEarth esperto in conservazione marina, ha sottolineato l’esigenza del rispetto dei vincoli comunitari: «Protetto deve significare protetto. La nostra ricerca dimostra che le autorità locali italiane ignorano i propri obblighi giuridici di garantire la protezione di siti di tale valore ecologico. Questo semplicemente non è accettabile. La nostra azione legale mette in mora le autorità italiane: la questione critica della pesca a strascico distruttiva deve essere affrontata».
Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente, ha richiamato le indicazioni programmatiche dell’Unione Europea: «Non possiamo definire ‘protetti’ tratti di mare dove perdurano pratiche di pesca dannose per i fondali che impoveriscono la biodiversità marina e gli stock ittici, compromettendo anche il futuro della piccola pesca artigianale e sostenibile. Chiediamo che venga eliminata la pesca a strascico nelle aree marine protette entro il 2030, come previsto dal Piano d’azione europeo per la pesca del 2023; e alle Amministrazioni competenti di mettere in campo le misure previste dalla Direttiva Habitat per proteggere gli habitat e le specie, in particolare in due siti marini della Rete Natura 2000, come quello della Tutela del Tursiops Truncatus in Toscana, e nel Litorale di Gallipoli – Isola di Sant’Andrea. Questo obiettivo deve inoltre andare di pari passo con la crescita della percentuale di mare protetto, in linea con gli obiettivi europei. Con questa azione legale congiunta, quindi, chiediamo alle autorità italiane divieti reali, controlli stringenti e una gestione rigorosa delle aree marine protette. Difendere concretamente i fondali di questi due siti chiave significa rispettare gli impegni europei e garantire un futuro vivo al nostro mare».
Jean Luc Solandt, International Projects Lead di Blue Marine Foundation, ha evidenziato l’impatto complessivo dello stato di salute dei mari: «L’opinione pubblica teme che la protezione del mare comporti la limitazione di tutte le forme di pesca. Le condizioni estremamente critiche in cui versano specie, habitat marini e attività di pesca nei mari italiani richiedono interventi urgenti. Gli ecosistemi marini in buona salute e pienamente rigenerati rappresentano un enorme beneficio sia per le persone sia per la biodiversità. Per questo è necessario agire con urgenza».
